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Godzilla Minus One, la recensione: il Re dei Kaiju ha 70 anni (portati benissimo)

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Sin da prima della sua uscita, Godzilla Minus One, film del 2023 scritto e diretto da Takashi Yamazaki, portava sulle spalle l’onere di celebrare i 70 anni del Gojira diretto da Ishiro Honda, capostipite del genere kaijū eiga e uno dei film più importanti della storia del cinema giapponese. Inoltre, avrebbe dovuto tenere testa al lungometraggio immediatamente precedente, quello Shin Godzilla diretto da Hideaki Anno (Neon Genesis Evangelion) che aveva settato un nuovo standard qualitativo per il franchise della Toho, oltre che un ritorno all’interpretazione di Godzilla come incarnazione delle paure del Giappone reale.

Fortunatamente, a differenza di altri prodotti celebrativi usciti nello stesso periodo, Godzilla Minus One riesce a centrare entrambi gli obiettivi, superando ogni possibile aspettativa.

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Godzilla Minus One – In principio era la guerra

Parlare di Godzilla Minus One senza evidenziare i parallelismi e le differenze con l’originale di Honda e il reboot di Anno è complicato.

Yamazaki, come Anno prima di lui, opta per una rilettura della storia originale. Ma laddove il creatore di Evangelion aveva settato il focus sul tempo presente, criticando la farraginosità della politica e della burocrazia Giapponese di fronte a un disastro imprevisto (con ovvi riferimenti al disastro di Fukushima), Yamazaki compie il processo inverso, ambientando l’inizio del suo film qualche anno nel passato rispetto all’originale – da qui il Minus One del titolo – e preservando la figura di Godzilla come incarnazione delle paure post-seconda guerra mondiale.

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In principio, Godzilla era un mostro creato dalle radiazioni degli esperimenti nucleari. Praticamente una Hiroshima ambulante capace di sparare raggi atomici dalla bocca, simbolo dell’enorme trauma subito dal Giappone, a oggi l’unico paese ad aver mai subito un attacco atomico, nel vedersi sganciare in casa ben due delle armi più potenti mai concepite dall’uomo.

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Il modo in cui (SPOILER) Godzilla viene sconfitto nel finale dallo scienziato Daisuke Serizawa, il quale si sacrifica insieme all’arma che lui stesso aveva creato per distruggere il mostro per evitare che possa cadere in mani sbagliate, esplicita ulteriormente il messaggio sulle responsabilità della scienza e i pericoli delle armi nucleari.

Godzilla Minus One sceglie invece di approfondire un altro trauma che, forse più dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, ha influenzato il modo di pensare del popolo nipponico: le conseguenze della guerra. Culturalmente parlando, i giapponesi hanno un modo di pensare estremamente (a volte estremisticamente) pragmatico. Se un determinati atteggiamenti, politiche o stili di vita portano a conseguenze spiacevoli o vengono anche solo percepiti come causa del problema, si tende ad abbandonarli per sempre e guardarli con sospetto.

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Accadde ai salaryman sul finire degli anni ottanta, giacché il loro stile di vita venne considerato dannoso a causa della crisi economica, e accadde con la politica militarista che condusse il Giappone alla disfatta della seconda guerra mondiale. Il motivo per cui i giapponesi sono considerati un popolo estremamente pacifico – a differenza della loro classe politica, buona parte della quale discende da alti funzionari imperiali – è il ricordo della disfatta a cui la guerra li aveva condotti. Non è una presa di coscienza, quanto più la paura di una nuova sconfitta, di una nuova vergogna da dover sopportare.

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Con Godzilla Minus One, Takashi Yamazaki compie un gesto coraggiosissimo per quanto riguarda il messaggio culturale che vuole lanciare: il problema della guerra non è la sconfitta, bensì la guerra stessa, in quanto portatrice latrice di morte e ostacolo per l’avvenire. Non a caso il protagonista è un pilota kamikaze, Koichi, che riesce a scampare alla suo triste destino fingendo un guasto al motore del suo aereo, salvo poi ritrovarsi prima come testimone e poi unico di due sopravvissuti all’attacco di Godzilla.

Tornato a casa, si ritrova non solo con la casa distrutta e i genitori morti, ma anche con l’onta di aver mancato al proprio dovere, cosa che gli viene rinfacciata non da un vecchio ufficiale fascista, bensì dalla sua vicina di casa. Una persona comune come ce ne sono a migliaia.

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Il film è incentrato totalmente sul trauma di Koichi, doppiamente vittima della sindrome del sopravvissuto e di disturbo post-traumatico da stress.

Il senso di colpa e la vergogna per non aver ottemperato al proprio dovere lo porta a convincersi di non meritare una seconda chance come essere umano in quanto indegno, rinunciando così a ogni occasione di felicità. Ogni qual volta Koichi sembra voler dare una sterzata alla propria vita, ecco che si ripresenta lui, Godzilla, pronto a riportarlo su quell’isola dalla quale non è mai davvero fuggito. Godzilla è il trauma che ritorna, è la guerra che non finisce, gli strascichi che l’esperienza della morte scampata porta con sé. E non tocca solo Koichi, ma tutti quelli come lui.

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I sopravvissuti, gli inutili, coloro che alla fine formeranno una vera e propria squadra civile (occhio, civile, non militare) per fronteggiare la minaccia. Perché non c’è niente di male a essere vivi, e non essere andati in guerra – come sottolineerà uno dei personaggi – è un vanto, non un onta.

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In Godzilla Minus One non si combatte per la vittoria, l’onore o la morte come vuole la retorica dei samurai. Si combatte perché c’è in gioco l’avvenire di altre persone. C’è in gioco il futuro. E se i militari sono incapaci di garantire quel futuro, allora deve essere il popolo a farlo. Come nel Godzilla originale, alla fine è la responsabilità che muove le azioni dell’eroe, garantendogli di giocare ad armi pari con il mostro apparentemente invincibile che si ritrova davanti.

E il mostro, in questo film, è veramente invincibile. Pur mancando della componente atomica, scelta operata per non distrarre dal vero messaggio del film, il Godzilla di Minus One è forse l’incarnazione del personaggio più spaventosa della sua storia. Gli occhi pieni ed espressivi, le sopracciglia marcate e la mascella mobile rendono ogni suo contatto visivo con la camera un’esperienza da gelare il sangue, alla pari del T-Rex di Jurassic Park di Spielberg.

L’esperienza di Yamazaki come supervisore degli effetti speciali ha decisamente ripagato, vista la quantità di tecniche impressionanti utilizzate per far interagire il kaiju con l’ambiente circostante. Dai modellini in scala vecchia maniera al rendering digitale più all’avanguardia, in questo film c’è tutto ciò che un’appassionato della magia del cinema può desiderare.

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Le apparizioni di Godzilla in questo film sono centellinate, ma tutte insindacabilmente iconiche.

Ogni sua comparsa viene gonfiata a dismisura da scelte registiche accurate. Siamo dalle parti dello Squalo, sempre di Spielberg, in cui la presenza della creatura viene sapientemente occultata per gran parte della pellicola, salvo poi colpire quando la guardia dello spettatore e di Koichi è abbassata. E i colpi non sono dei mordi e fuggi, bensì monumentali sequenze di impietosa distruzione riprese quasi sempre dal basso, sicché lo spettatore possa percepire l’immensità e l’ineluttabilità di ciò che sta avvenendo. Lo spettatore vede la gente morire, e la vede morire male.

Questi momenti epocali vengono a loro volta enfatizzati dalla colonna sonora di Naoki Satō, capace di ridare vitalità al tema classico di Godzilla nel 2023 e renderlo ancora più spaventoso dell’originale. A onor del vero, l’intero sound design del film entra nel petto dello spettatore, catapultandolo all’interno di un’esperienza emotiva coinvolgente per visioni e scrittura dei personaggi, contribuendo a rendere Godzilla Minus One un’esperienza cinematografica assolutamente imperdibile.

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Godzilla Minus One
Scrittura
8
Regia
8
Comparto tecnico
8.5
Direzione artistica
8.5
Cast
7.5
Pros
Godzilla si vede solo quando serve
Grande attenzione alla caratterizzazione dei personaggi
La rilettura pacifista che attacca la retorica nipponica del fallimento
Effetti speciali spaventosamente riusciti
Naoki Satō come il meme del compositore che dà fuoco al piano
Cons
Alcuni momenti possono risultare stucchevoli
La sequenza del treno è un po' troppo "americana"
8
VOTO

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Cercò per lungo tempo il proprio linguaggio ideale, trovandolo infine nei libri e nei fumetti. Cominciò quindi a leggerli e studiarli avidamente, per poi parlarne sul web. Nonostante tutto, è ancora molto legato agli amici "Cinema" e "Serie TV", che continua a vedere sporadicamente.

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