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Joe Quesada: Il salvatore della Marvel Pt. 1 – Gli Esordi

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Chi legge fumetti di supereroi americani, in particolare quelli della Marvel Comics, conoscerà molto bene il nome di Joe Quesada. Un nome che per 11 anni (dal 2000 al 2011) ha dominato la voce editor-in-chief (editore capo) di tutti gli albi pubblicati dalla casa delle idee, e per altri 11 (dal 2011 al 2022) ha identificato lo Chief Creative Officer di tutti i film, serie TV, merchandising a tema Marvel.
Le sue decisioni hanno contribuito a plasmarne inesorabilmente il brand per come lo conosciamo. Se oggi esiste il Marvel Cinematic Universe, gran parte del merito è anche suo, che ha ridato dignità al fumetto di supereroi e reso appetibile ai produttori cinematografici.
Eppure, per molti, la sua è una figura controversa. D’altronde non si è mai fatto scrupoli ad andare contro il volere dei fan (spesso a ragione) e degli stessi autori (spesso a torto) pur di perseguire una determinata linea editoriale, e questo gli ha inevitabilmente alienato una fetta del fandom che lo ritiene l’artefice di tutto ciò che di male caratterizza gli attuali comic books.

In questa sede, ripercorreremo l’intera carriera di uno degli uomini più impattanti e importanti della storia del fumetto mondiale, cercando di evidenziarne i tantissimi meriti e immancabili strafalcioni che hanno caratterizzato il suo regno alla Marvel.

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Joe Quesada – Professione: Storyteller

Joe Quesada nasce a New York City da immigrati cubani. Comincia a leggere fumetti a 8 anni, manifestando presto una certa propensione per il disegno. Il padre lo incoraggia entusiasticamente, regalandogli un kit da disegno di Jon Gnagy (pittore che condusse diversi programmi tv atti a insegnare il disegno. Una sorta di Giovanni Muciaccia USA) e un libro intitolato 100 of the World’s Most Beautiful Paintings, che Quesada conserva ancora gelosamente.
Il suo obiettivo, però, non è diventare un fumettista, anzi: inizialmente considera i fumetti come un vero e proprio ghetto culturale, una mera forma di intrattenimento spicciolo. Vorrebbe invece diventare un illustratore pubblicitario come Norman Rockwell, del quale ammira l’immensa capacità di raccontare storie attraverso singoli disegni, ossia lo storytelling. Si iscrive quindi alla prestigiosa School of Visual Arts di New York con la ferma intenzione di diventare un pittore. Tuttavia, una volta laureato, si ritrova a ritrattare drasticamente la sua opinione sui fumetti e, di conseguenza, le sue aspirazioni lavorative.
È il 1986, anno in cui vengono pubblicati Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons e Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller. Queste e altre opere analoghe dimostrano al pubblico generalista che anche i fumetti, volendo, possono raccontare storie profonde, ben scritte, ben disegnate e politicamente impegnate al pari delle altre forme d’arte. Joe Quesada decide quindi di intraprendere la strada del fumetto, del quale riconosce finalmente le indubbie potenzialità di storytelling, e nel 1989 riesce a farsi assumere come colorista alla neonata casa editrice Valiant Comics.

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Batman: La spada di Azrael joe quesada

Durante il San Diego Comic-Con del 1992 conosce Jimmy Palmiotti, che diventerà uno dei suoi migliori amici nonché inchiostratore di fiducia. Con lui realizza il suo primo ciclo da disegnatore alla Valiant sulla testata Ninjak, della quale firma i primi 3 numeri, non prima di aver firmato la miniserie DC Comics Batman: La spada di Azrael con lo sceneggiatore Dennis O’Neil, ancora oggi uno dei suoi lavori più celebri. Realizza persino il nuovo design di Batman quando a ereditarne il mantello è Jean-Paul Valley. Nello stesso periodo disegna per Marvel Comics cinque numeri più un annual della serie X-Factor scritta da Peter David. Uno di questi, il n. 87 (febbraio 1993), intitolato X-amination, è considerato uno dei migliori esempi di decostruzionismo del fumetto supereroistico.
In queste primissime prove è evidente l’influenza di Frank Miller, ravvisabile nelle figure massicce e squadrate, nei forti contrasti tra il bianco e nero e nel frequente uso di vignette verticali.

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Il Quesada dei primi anni soffre però di un problema che lo affliggerà anche negli anni a venire: è lento. Sebbene le sue capacità siano indubbiamente superiori a quelle di moltissimi suoi contemporanei, spesso ha difficoltà nel rientrare nelle scadenze. Ciò lo accomuna un altro disegnatore bravissimo ma ritardatario, Arthur Adams, all’epoca anche lui in forza alla Marvel sulle testate mutanti.
Ma a differenza di quest’ultimo, l’artista di origini cubane non vuole continuare ad arrancare per le major. Preferisce invece seguire l’esempio dei fondatori della Image Comics, che si allontanarono dalla Marvel per fondare una realtà editoriale priva di vincoli per gli autori.
Così, nel 1994, Quesada e l’amico fraterno Jimmy Palmiotti danno vita alla casa editrice indipendente Event Comics. 

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Painkiller Jane joe quesada
Nei suoi cinque anni di attività la Event Comics riesce ad attirare l’attenzione dell’industria, grazie soprattutto al personaggio di Painkiller Jane – la cui popolarità le fa guadagnare una serie di team-up con Punisher, Vampirella e Hellboy – e alle insospettabili doti di marketing sfoggiate dai due fondatori.
Joe Quesada e Jimmy Palmiotti diventano infatti due nomi noti grazie alle magnifiche feste che organizzano tra gli addetti al settore, tappa obbligatoria per chiunque voglia farsi un nome come fumettista negli anni ’90. Per quanto possa sembrare assurdo, sarà proprio grazie a queste feste che  raggiungeranno l’Olimpo del fumetto. Nel corso di questi party riescono a racimolare una quantità impressionante di contatti e conoscenze, tra cui il temibile Gareb Shamus, fondatore di Wizard, il più popolare magazine di approfondimento fumettistico dell’epoca.

marvel joe quesada wizard
Caso vuole che Joe Calamari, all’epoca presidente della Marvel Comics, sia alla ricerca di volti nuovi in grado di risollevare la casa editrice dalla bancarotta controllata del 1998 e chieda consiglio a Shamus, che raccomanda proprio i due animali da festa. A Calamari il suggerimento piace per due motivi: i due organizzano parecchi party anche a Hollywood, dove sono riusciti a vendere i diritti di sfruttamento di alcuni loro personaggi alla DreamWorks, inoltre sono diventati famosi lavorando con pochissimo budget, capacità fondamentale per gestire un’azienda in crisi come la Marvel dell’epoca. Vuole però testare i due sbarbatelli prima di affidargli il destino della casa delle idee (e il suo), e gli dà in gestione un’etichetta a parte in cui poter rivitalizzare un numero limitato di testate come meglio credevano: Marvel Knights.

joe quesada marvel knights

Le testate oggetto della cura Quesada-Palmiotti sono Daredevil, The Inhumans, Black Panther e The Punisher. Per la prima, i due fanno subito sfoggio dei loro contatti hollywoodiani coinvolgendo il regista e noto nerd Kevin Smith (Clerks, Mallrats) alla sceneggiatura, mentre loro stessi si occupano dei disegni. Per The Inhumans e Black Panther si affidano invece a gente capace che sa fare il mestiere, rispettivamente Paul Jenkins (autore del secondo miglior ciclo di Hellblazer per DC Comics) e Jae Lee, e Christopher Priest e Mark Texeira. Delle quattro The Punisher è l’unica a soffrire di una falsa partenza. Pur avendo un team creativo di tutto rispetto (i romanzieri Thomas E. Sniegoski e Christopher Golden alla sceneggiatura e il leggendario Bernie Wrightson, inchiostrato da Palmiotti, ai disegni) l’idea del Punisher non morto non piace, e il team verrà sostituito tempo dopo da Garth Ennis e Steve Dillon, autori di Preacher, che daranno vita alla run più iconica e amata del personaggio.
Fin da subito è chiara la voglia dei due curatori di puntare su un aspetto quasi ignorato dal fumetto mainstream dei primi anni ’90: la qualità.
Chiamare autori di rilievo, anche a costo di cercare al di fuori del fumetto, assemblare team creativi ben amalgamati e trattare temi d’attualità sono il perno attorno cui ruota l’intera etichetta. Il punto non è scrivere fumetti autoreferenziali per 12enni scemi, come Neil Gaiman definì lo Spawn di Todd McFarlane, bensì raccontare storie degne di essere lette.
I risultati non si fanno attendere, soprattutto su Daredevil, trasformatasi da testata sull’orlo della chiusura a costantemente in cima alla lista dei 10 fumetti più venduti del mese.

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joe quesada daredevil marvel

Come fu per Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, anche il primo ciclo del Daredevil di Smith-Quesada-Palmiotti, Diavolo Custode, travalica i confini del fumetto attirando l’attenzione dei media generalisti. Joe Quesada e Jimmi Palmiotti organizzano quindi un mega tour per sponsorizzare il progetto, arrivando persino a fare una comparsata su MTV, all’epoca uno dei canali televisivi più popolari.
Grazie ai loro sforzi e al successo dell’adattamento cinematografico di Blade con Wesley Snipes, la percezione degli adattamenti cinematografici dei fumetti di supereroi cambia drasticamente. A cambiare è anche il tratto di Joe Quesada, più vicino alla plasticità e alla tridimensionalità figlie dell’avvento della computer grafica.
Nel frattempo Joe Calamari viene sostituito da Bill Jemas, ex-dirigente NBA e presidente del gruppo Fleer, ma i risultati di Quesada e soci non vengono ignorati. Jemas nota infatti come i fumetti non abbiano affatto beneficiato del successo di film come Blade e X-Men di Bryan Singer, imputando la responsabilità all’eccessiva complessità della continuity, ormai quarantennale, che impedirebbe ai nuovi lettori di approcciarsi ai personaggi. Propone quindi due soluzioni: cancellare l’attuale Universo Marvel e ripartire da zero, oppure creare un universo a parte appositamente per i nuovi lettori. Le pressioni degli editor e del consiglio di amministrazione lo spingono verso la seconda opzione e Jemas chiede all’allora editor-in-chief Bob Harras di presentare delle proposte per questo nuovo universo, che però vengono tutte scartate. Il neo presidente chiede allora l’opinione di Joe Quesada, del quale aveva seguito i progressi sulla linea Marvel Knights, e quest’ultimo, seppure fortemente imbarazzato all’idea di scalzare il suo capo, elenca tutti i problemi e le eventuali soluzioni alle proposte di Harras. Impressionato dalle idee di Quesada, assai più consone ai tempi, Jemas gli affiderà poco tempo dopo l’incarico di editor-in-chief della casa editrice.

ultimate spider-man joe quesada

Il regno di Joe Quesada inizia il 30 agosto del 2000 con cambiamenti assai drastici.
Innanzitutto, tagliare il superfluo. Molte testate vengono infatti cancellate per lasciare spazio ad altre più sperimentali. Nel primo anno ben sei testate mutanti vengono cancellate, facendo sì che il nuovo capo si inimichi gran parte della vecchia guardia, tra cui Howard Mackie, Steve Englehart e John Byrne (una delle testate mutanti cancellate era sua), che promette di non lavorare mai più per la Marvel. Ma è chiaro che a Quesada dei vecchi non frega un bel niente. A lui interessa il nuovo. Cerca infatti di creare una politica accentratrice che renda la Marvel un polo di talenti insoddisfatti della DC Comics e delle realtà indipendenti. E ci riesce in pieno.
In breve alla sua corte arriva gente del calibro di Brian Michael Bendis, Greg Rucka, Devin Grayson, Mark Millar, Grant Morrison, Frank Quietly, Warren Ellis, David Mack, J. Michael Stracynzski, Stuart Immonen. Tutti nomi che oggi fanno girare la testa.
Attua inoltre il progetto per quell’universo alternativo che gli ha fatto guadagnare la poltrona, dando vita all’Ultimate Universe con il lancio della testata Ultimate Spider-Man, scritta da Brian Michael Bendis (sceneggiatore di formazione televisiva che si era fatto le ossa su fumetti indipendenti) e disegnata da Mark Bugley (uno dei principali disegnatori del ragno negli anni ’90).
Il principio dell’Ultimate Universe è rinarrare le origini degli eroi Marvel come se fossero state concepite e ambientate negli anni ‘2000, anche tenendo conto delle moderne tecniche di scrittura e disegno. In questo modo si abbattono alla radice eventuali incongruenze sull’età dei personaggi o altri problemi di continuity che avrebbero costretto al recupero di decenni di storie divise in zilioni di testate, creando uno starting point coerente e coeso per i nuovi fan provenienti dai film.

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Il successo di Ultimate Spider-Man fu sorprendente e alla serie seguirono Ultimate X-Man, scritta da Mark Millar (suggerito a Quesada da Jemas dopo la lettura del suo The Authority) e disegnata Andy Kubert, Ultimates, scritta sempre da Millar ma disegnata da Bryan Hitch, e Ultimate Fantastic Four, scritta prima in tandem da Millar e Bendis e poi dal solo Warren Ellis con il disegnatore Stuart Immonen.
Di queste, però, solo Ultimates riuscirà a eguagliare il successo di Ultimate Spider-Man.

ultimates marvel joe quesada

Quesada però vuole allargare l’approccio Ultimate anche alle testate regolari.
Grant Morrison, fresco del successo di critica della miniserie Marvel Knights Marvel Boy, viene reclutato per sostituire su X-Men Chris Claremont, il quale lascia anche il suo ruolo all’interno della redazione. Quindi Quesada chiama Axel Alonso, in precedenza editor della linea per adulti della DC Comics, la Vertigo, e questi a sua volta affida The Amazing Spider-Man allo sceneggiatore e produttore televisivo J. Michael Straczynski, il creatore della serie televisiva Babylon 5.
Sotto l’egida di Quesada e Jemas, la Marvel intraprende alcuni cambiamenti all’insegna del buonsenso che a chiunque non fosse un totale deficiente sarebbero sembrati di un’ovvietà clamorosa, ma non per i lettori di fumetti: le prime pagine degli albi vengono dedicate al riassunto dei numeri precedenti, liberando così gli scrittori dal problema delle spiegazioni forzate all’interno dei dialoghi o delle didascalie. I balloon scritti tutti a lettere maiuscole, retaggio di un tempo nel quale la povertà delle tecnologie di stampa richiedeva la massima chiarezza, sparirono, e le parole cominciarono a essere  scritte seguendo le normali regole dell’ortografia. Rendendosi conto che le raccolte in volumetto avrebbero potuto diventare una parte vitale del giro di affari dell’azienda, oltre che una testa di ponte per entrare nelle librerie di varia, la Marvel comincia a delimitare con chiarezza l’inizio e la fine dei vari cicli di storie, così che una mezza dozzina di singoli “episodi” potesse essere facilmente riunita in un unico volume. L’arrivo di un nuovo team creativo corrispondeva, per mantenere un’analogia televisiva, all’inizio di una nuova “stagione” della serie. Inoltre Quesada adotta di sua iniziativa una politica più stringente sulle morti e le resurrezioni, ormai inflazionate nei fumetti di supereroi, al fine di ridare dignità e forza narrativa alla dipartita dei personaggi. Si pensi che Karen Page, storica amante di Matt Murdock/Daredevil, non è più tornata in vita in seguito agli eventi di Diavolo Custode.

marvel joe quesada

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Per puntare alla vera qualità, e quindi a fumetto più adulto, è però necessario che la Marvel dei QueMas (crasi dei cognomi dei due capoccia coniata dai fan) abbatta un altro baluardo della tradizione fumettistica americana il Comics Code Authority (ne abbiamo parlato qui).
La decisione è ardua: per molte famiglie americane il vetusto codice di autoregolamentazione dei fumetti segna ancora il confine tra cosa far leggere o non leggere ai loro figlio, ma in seguito a una riunione durata una notte intera Axel Alonso affida allo scrittore inglese Peter Milligan una versione drasticamente rielaborata di X-Force, uno spin-off di X-Men, in cui i giovani eroi adolescenti si danno al sesso e alla droga senza alcun filtro. La testata (che verrà poi rinominata X-Statix) e la Marvel diventano così il primo periodico e il primo editore mainstream a proporre un fumetto per ragazzi privo del tipico bollino del CCA, vantandosene addirittura in copertina. Oltre a questo colpo di coda, quando Brian Michael Bendis propone Alias, la serie con protagonista la supereroina detective sboccata e alcolizzata Jessica Jones, Quesada e Jemas creano un’etichetta apposita per i fumetti dedicati a un pubblico adulto, MAX Comics, dove poter alzare ulteriormente l’asticella dei contenuti. Questa diventa inoltre l’unica etichetta in cui agli eroi è concesso fumare. Quesada impone infatti che nessun eroe possa più fumare all’interno dei fumetti Marvel, privilegio concesso solo ai cattivi in quanto – e queste sono parole dello stesso EIC – “sono stupidi”. Storici fumatori come La Cosa, Wolverine e Gambit devono così appendere sigari e sigarette al chiodo.

Joe Quesada: Il salvatore della Marvel Pt. 1 - Gli Esordi 1

In poco meno di un anno si stabilisce un equilibrio chiarissimo a tutti in Marvel: Quesada è il poliziotto buono, l’addetto al settore che conosce bene le dinamiche editoriali e sa come trattare gli autori; Jemas è invece il poliziotto cattivo, l’esterno al quale non importa niente di quello che pensano addetti e appassionati, perché sa che il loro modo di pensare è arcaico e ghettizzante. In una parola: sbagliato. Alla fine sarà proprio l’indole di Jemas, la stessa che aveva apportato tante novità fondamentali, a decretare la rottura di questo equilibrio.
La sua mancanza di rispetto nei confronti dei creativi porta, tra le altre cose, alla rottura di Grant Morrison con la Marvel. Nonostante gli sforzi di Quesada per mantenere i rapporti con lo scrittore scozzese, alla fine Morrison decide di accettare un contratto di esclusiva offertogli dalla DC Comics.
La perdita di punto in bianco di uno dei principali scrittori, per giunta al lavoro su una delle testate di maggior successo della casa editrice, mettono Quesada nella scomoda posizione di dover trovare un sostituto di pari livello in fretta e furia. E dove lo trovi uno bravo quanto Grant Morrison? Ma ovviamente al San Diego Comic-Con, tappa imprescindibile per qualunque fumettista. C’è però un problema: quell’anno Isaac Perlmutter, proprietario della Marvel, non vuole pagare lo stand, decretando l’esclusione della sua casa editrice dall’evento più importante del settore. Quesada, che conosce bene l’importanza delle fiere del fumetto come luogo in cui stringere relazioni lavorative, non si dà per vinto. Partecipa comunque al SDCC facendosi ospitare allo stand di Wizard.
La sua perseveranza viene presto premiata: mentre è lì a firmare autografi, gli si para davanti Joss Whedon, regista, sceneggiatore e creatore di Buffy l’ammazzavampiri, nonché grandissimo fan degli X-Men. Quesada gli propone seduta stante di diventare il successore di Morrison, e lui, ovviamente, accetta. New X-Men viene chiusa e al suo posto nasce Astonishing X-Men, disegnata da John Cassaday, che sin dal debutto si rivela un successo di pubblico e critica. Ciò non basta a salvare Bill Jemas, ormai privo della fiducia di Isaac Perlmutter, e nel 2004 viene sostituito da Dan Buckley, ponendo ufficialmente fine alla QueMas.

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L’allontanamento di Bill Jemas in favore del ben più tradizionalista Buckley permette a Joe Quesada di attuare una politica accentratrice atta a gestire con maggiore efficacia le testate.
Insieme al fidato Axel Alonso crea una vera e propria squadra di scrittori – composta inizialmente dai soli Brian Michael Bendis e Mark Millar, ai quali si aggiungeranno successivamente Matt Fraction, Ed Brubaker, Jonathan Hickman e Jason Aaron –  cui affidare le sorti dell’intero Universo Marvel, incoronandoli ufficiosamente come Architetti Marvel. Questi ultimi hanno il compito di decidere collettivamente, ma sempre sotto la supervisione di Quesada e Alonso, le linee guida da far seguire all’interno parco testate, così da alimentare il senso di coesione tra le varie serie in corso di pubblicazione. Una vera e propria writers room alla maniera televisiva.
Sebbene questa situazione limiti di fatto la libertà degli autori sulle singole testate, è innegabile che la credibilità del Marvel Universe come universo narrativo ne trarrà giovamento. Per tenersi buoni gli autori, Bendis, Millar e Quesada fondano l’etichetta Icon Comics, dove è possibile pubblicare in libertà opere creator owned (opere di cui gli autori detengono i diritti) a patto che gli autori stessi se le sponsorizzino da soli. Qui verranno pubblicati fumetti di grande successo come il celebre Kick Ass di Mark Millar e John Romita Jr.

Come vedremo nella prossima parte, ci saranno altre ingerenze della gestione Quesada a limitare ben più gravemente gli autori, in particolare J. Michael Straczynski, sceneggiatore di The Amazing Spider-Man.

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Cercò per lungo tempo il proprio linguaggio ideale, trovandolo infine nei libri e nei fumetti. Cominciò quindi a leggerli e studiarli avidamente, per poi parlarne sul web. Nonostante tutto, è ancora molto legato agli amici "Cinema" e "Serie TV", che continua a vedere sporadicamente.

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