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Twelve Forever Stagione 1, la recensione

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Twelve Forever Stagione 1, la recensione 1

Twelve Forever

7

REGIA

6.5/10

SCRITTURA

7.5/10

COMPARTO TECNICO

6.5/10

CAST

7.5/10

Pros

  • L'ottima caratterizzazionr dei personaggi
  • L'affrontare il tema della crescita con originalità
  • L'inclusione di temi sociali di ampio respiro in maniera fruibile per il target di riferimento
  • Butt Witch e Matt Berry

Cons

  • La regia piuttosto banale
  • I character design non sempre ispirati

In questa sede si è già accennato in varie occasioni a quanto Steven Universe sia stato fondamentale nel gettare le basi per un nuovo modo d’intendere l’animazione.

Finora di esempi concreti, o quantomeno ben visibili, di questa rivoluzione attuata dalla creatura di Rebecca Sugar se ne sono visti relativamente pochi.

Poi, dal nulla, ecco che Netflix annuncia una nuova serie animata, Twelve Forever, creata da un altro talento che, proprio come la Sugar, si è fatta le ossa su Cartoon Network, Julia Vickerman.

Giusto per chiarirsi, Twelve Forever non ha quasi niente a che fare con Steven Universe. A partire dai suoi protagonisti. Reggie, non è un protagonista shonen sotto mentite spoglie com’era Steven, non ha il potere di farsi nuovi amici e nuovi alleati ovunque vada, conquistando la fiducia di chi gli sta intorno con la sua eccentrica e disinteressata bontà.

Al contrario, è una ragazzina disadattata i cui interessi per lo più non coincidono per nulla con quelli di chi gli sta intorno. Lei stessa, orgogliosamente diversa e infantile, si rende conto di questa situazione, disprezzando tutti i suoi coetanei al di fuori di pochi eletti che condividono alcune sue passioni.

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Già da qui, si potrebbe intuire in pieno il sottotesto di Twelve Forever, che come un moderno Peter Pan non glorifica le pulsioni infantili per assecondare il giovane spettatore, cercando al contrario di accompagnarlo nell’accettazione dei compromessi e delle difficoltà sociali insite nella crescita.

Ciò denota anche un certo coraggio da parte di Netflix, piattaforma nota per arruffianarsi le simpatie dei giovani esaltandone i difetti come fossero pregi, come si era detto qui.

I paragoni con Peter Pan non si esauriscono nel messaggio, ma includono anche diversi elementi di scrittura e messa in scena.

La reticenza di Reggie, innanzitutto, la cui paura di affrontare il mondo esterno e la crescita confluisce nell’attaccamento morboso ad Endless, luogo fantastico in cui tutti gli oggetti e le fantasie dei suoi ospiti prendono vita sottoforma di creature senzienti.

Ogni creatura ha un preciso significato simbolico, esattamente come le creature più o meno mitologiche che popolavano l’Isola che non c’è.

C’è persino un Capitan Uncino, la cui figura è incarnata dal meraviglioso personaggio di Butt Witch (o Strega Sederona, in italiano).

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Se Capitan Uncino incarnava il terrore dell’autorità paterna o più in generale degli adulti – e infatti, per volontà dello stesso J. M. Barrie, aveva lo stesso aspetto del padre di Wendy e fratelli – questo personaggio incarna tutte le paure di Reggie relative alla crescita.

Le forme voluttuose di Butt Witch, le movenze sensuali, la voce diversa ed estraniantemente maschile, il fatto che si nutra della cattiveria gratuita altrui, rappresenta la figura che Reggie teme di poter diventare.

La scena in cui la madre regala a Reggie un reggiseno insinua nella protagonista proprio le insicurezze relative alle trasformazioni corporali ed emotive della pubertà, a cui si associano anche il cambio della voce e l’assunzione di atteggiamenti volubili, che agli occhi di un bambino possono apparire appunto sadici e perversi.

Se da un lato Reggie ha ragione a temere questi cambiamenti (chiunque abbia un ricordo vivido del periodo scolastico delle medie sicuramente non biasimerà la sua visione) dall’altro non si pone minimamente il problema di affrontarli, come invece fanno gli amici Todd ed Ester.

Questi sono il vero e proprio metro di paragone che lo spettatore utilizza per decodificare la stessa Reggie, e infatti vederli affrontare la vita in maniera totalmente diversa rispetto alla protagonista farà scaturire dinamiche tanto interessanti quanto emotivamente impattanti e significative.

Twelve Forever Stagione 1, la recensione 2

Reggie è letteralmente ossessionata dall’idea della sé stessa di Endless, vista dai suoi abitanti come un’eroina invincibile, mentre i suoi amici vedono nella realtà parallela un semplice passatempo con cui staccare dalla stressante quotidianità.

Per Reggie, Endless è la realtà quotidiana, come per un qualsiasi pre-pubescente lo è il confort dell’infanzia; una forma di dissociazione che tutti devono affrontare, prima o poi.

Ma cosa succederebbe se si decidesse di rimanere ad Endless, e quindi nell’idealizzata visione di un mondo infantile, per sempre?

Anche qui Twelve Forever risponde in maniera efficace, dato che la prolungata permanenza ad Endless causa un progressivo deterioramento delle capacità cognitive e una totale perdita della cognizione della realtà.

A guardarla dal punto di vista psicoanalitico, tale rappresentazione risulta davvero brutale, e per questo particolarmente riuscita.

Oltre alle problematiche relative alla crescita, la serie affronta altri problemi di una certa delicatezza, sapientemente spartiti tra i vari personaggi per creare dei punti di contatto con ognuno di loro.

L’essere giovani e dover badare da solo ai fratelli più piccoli per Todd, l’avere genitori apprensivi che portano a crescere figli di talento ma insicuri per Ester e il dover convivere con l’idea del divorzio dei genitori per Reggie sono solo i più palesi.

Twelve Forever Stagione 1, la recensione 3

Tornando all’ereditarietà di Steven Universe, anche in Twelve Forever l’omosessualità è affrontata con assoluta naturalezza, non lesinando nel mostrare effusioni o palesi attrazioni in tal senso.

Tali scene non sono assolutamente gratuite, inserendosi perfettamente in quel gioco di simbolismi che collegano il mondo reale ad Endless.

Tuttavia, di Endless restano fin troppo ambigue alcune regole, ad esempio sul come accedervi, sul chi può accedervi e tutto il background del luogo; tutte cose che sicuramente verranno approfondite nelle successive stagioni, ma che per ora lasciano leggermente perplessi.

Altri elementi meno riusciti, oltre al fatto che la serie impieghi un paio di episodi per carburare, risiedono prevalentemente nel lato tecnico. In primis, i design dei vari personaggi risultano abbastanza anonimi, pur godendo di alcune finezze sulle quali è meglio non sbilanciarsi a meno di ulteriori dati alla mano.

E’ curioso però notare come Ester sia l’unica ragazza con il mento squadrato, che nella serie è prerogativa dei personaggi maschili, cosa che potrebbe suggerire una possibile disforia di genere da palesare in futuro.

Le forme geometricamente inquadrate dei personaggi reali mal si amalgamano a quelle sinuose delle creature fantastiche e la regia piuttosto piatta non aiuta ad apprezzare delle scene d’azione, troppo poco esaltanti rispetto al minuzioso lavoro di scrittura.

Il cast di doppiatori è altrettanto discontinuo. Se Butt Witch, doppiata da un maiuscolo Matt Berry, sarebbe di per sé un eccellente motivo per guardare la serie rigorosamente in lingua originale, altrettanto non si può dire di Kelsy Abbott, doppiatrice di Reggie e di molti altri personaggi dello show, che invece risulta fastidiosamente monotona.

Twelve Forever è un eccellente prodotto per bambini e ragazzi; un prodotto educativo, divertente e ricco di temi inediti con cui è bene che i giovanissimi comincino ad approcciarsi fin dalla tenera età, onde evitare di divenirne tragicamente disinteressati quando i primi peli ne avranno invaso il pube.

 

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Cercò per lungo tempo il proprio linguaggio ideale, trovandolo infine nei libri e nei fumetti. Cominciò quindi a leggerli e studiarli avidamente, per poi parlarne sul web. Nonostante tutto, è ancora molto legato agli amici "Cinema" e "Serie TV", che continua a vedere sporadicamente.

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