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Il Regno Invisibile Vol. 1, la recensione

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il regno invisibile magic press recensione

Il regno invisibile Vol. 1

14,00 €
7.7

SCENEGGIATURA

8.0/10

DISEGNI

7.3/10

CURA EDITORIALE

7.7/10

Pros

  • La trattazione della religiosità
  • Il worldbuilding
  • Il contrasto tra materialismo e spiritualità

Cons

  • La caoticità delle scene action

Il regno invisibile (Invisible Kingdom) è una miniserie a fumetti del 2019 scritta da Gwendolyn Willow Wilson (Ms. Marvel) e disegnata da Christian Ward (Freccia Nera) per l’etichetta Berger Books di Dark Horse Comics. La miniserie, pubblicata in Italia da Magic Press in due volumi, ha ricevuto diversi plausi dalla critica, vincendo persino il prestigioso Eisner Award come Migliore nuova serie, innalzando notevolmente le aspettative dei lettori italiani che, con qualche riserva, si può dire non resteranno delusi.

Il regno invisibile: Anticlericalismo e odio per Amazon

Il regno invisibile si presenta come un’epopea sci-fi dai forti caratteri religiosi.
La sua autrice è nota per essere di fede musulmana, caratteristica che ha implementato anche nella sua creazione più celebre, la Ms. Marvel Kamala Khan, e che ha influito anche sulla creazione di una delle protagoniste di questa miniserie, Vess, un’aliena rooliana che aspira a farsi niuna (leggi: suora) con l’obiettivo di raggiungere il regno invisibile del titolo, a metà tra uno stato illuminato dell’esistenza dove i beni materiali non contano più nulla e un canonico paradiso.

Le niune seguono i dettami tipici degli ordini monastici, come indossare un velo per tenere lontane le distrazioni esterne e, soprattutto, giurare cieca obbedienza all’ordine di cui si fa parte, pena l’esclusione e la persecuzione.

il regno invisibile recensione magic press

Wilson descrive un panorama ecclesiastico ben preciso, fatto di ipocrisie, corruzione e atteggiamenti che, invece di avvicinare alla fede, rendono coloro che vi aderisco i più cinici e disillusi nei suoi confronti.
Il messaggio lanciato dall’autrice è fortemente anticlericale, inteso come critica a tutte le istituzioni religione, ma allo stesso tempo ricco di fiducia nei confronti del credo religioso, contrapposto a un futuro ultra-materialista in cui una multinazionale nota come Lux, addetta alla spedizione di pacchi (praticamente Amazon quando avrà conquistato il cosmo), soddisfa anche i bisogni più frivoli e superficiali degli abitanti dell’Universo.

Questa apparente contraddizione è in realtà frutto di un modo di intendere la religione formalizzato nel lontano 31 ottobre 1517, quando Martin Lutero affisse sulla porta della chiesa di Wittenberg le sue 95 tesi, attraverso cui criticava aspramente i modi della chiesa cattolica e ne teorizzava una radicale riforma.
La Santa Sede era infatti divenuta sempre più corrotta e nepotista a causa della vendita delle indulgenze, che garantiva l’assoluzione dei peccati dietro pagamento di una certa somma di denaro.
La pratica portò diversi uomini di potere, tra nobili e ricchi mercanti, a finanziare il clero per prevenire una possibile scomunica e mantenere al contempo una condotta discutibile.

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D’altro canto il clero cattolico e le niune di Il regno invisibile hanno sempre giustificato queste “donazioni” come necessarie al mantenimento di un’istituzione formalmente “no-profit”, cercando di mantenere una facciata quanto più frugale e rassicurante possibile.

Tali scuse non convincono la Wilson così come non convinsero Lutero e i suoi sostenitori, i protestanti, gran parte dei quali venne costretta all’esilio in America in seguito alla sconfitta nella guerra dei trent’anni (1618-1648).
Questo perché alla base dei precetti luterani vi è la libera interpretazione della Bibbia da parte dei fedeli senza l’intermediazione di figure terze (preti, vescovi, papi).
Ciò comporta che ognuno possa trarre dalla fonte originale l’interpretazione più consona alla propria sensibilità, ovviamente con il rischio di travisarla, fraintenderla o sfruttarla a proprio vantaggio.

Con il tempo questo modo di intendere la fede divenne il più diffuso degli USA, essendo particolarmente affine alla filosofia individualista generata dall’eterogeneità della popolazione e la diffusione del capitalismo. Senza contare che il clero era uno degli esponenti dell’Ancien Régime, nemico della rivoluzione americana e francese.

In Il regno invisibile viene appunto promossa, attraverso il personaggio di Vess, questa tipologia di spiritualità improntata su una ricerca personale del divino, che la scrittrice allarga a ogni tipo di religione, musulmana compresa.
Per la Wilson e una larga fetta di religiosi americani il fedele non deve assoggettarsi ai dettami di un’ordine di individui perfettamente umani che nulla hanno a che fare con Dio, ma anzi deve denunciarne gli atteggiamenti qualora contravvengano palesemente alla dottrina che professano.

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Il viaggio ascetico di Vess verso il regno invisibile andrà incrociarsi con quello laico e pragmatico del capitano Grix, un corriere indipendente che si occupa di consegnare pacchi per conto della Lux.

Grix è un pilota eccezionale che sogna di solcare il cosmo alla ricerca di mondi e razze sconosciute, ma è costretta a un lavoro umile per sbarcare il lunario e mantenere il suo fratellino.
Il suo background è la rappresentazione di un universo colonizzato da giganti economici che hanno monopolizzato ogni settore lavorativo, impedendo a figure indipendenti di emergere e autodeterminarsi.
La Lux, oltre ad aver praticamente monopolizzato il mercato del lavoro, opera una vera e propria attività di lobbying nei confronti del governo galattico, sfruttando l’ingente capitale e l’influenza del loro brand sulle persone comuni per ottenere ulteriori vantaggi economici e persino politici.

Ne emerge quindi che la Lux e le niune, sebbene siano in teoria ideologicamente opposti, condividono la stessa politica nei confronti dei loro affiliati: o sei con loro, o contro di loro.

Entrambe sono sovrastrutture opprimenti – la Lux nell’ambito pubblico e lavorativo; le niune nell’ambito privato e spirituale – che hanno elaborato un sistema di autopreservazione che intrappola gli individui più o meno inconsapevoli in un circolo vizioso.
Solo l’intervento di personalità disobbedienti, preparate e organizzate può limitarne l’influenza.

Wilson, prendendo a piene mani dall’ideologia socialista, sostiene che il maggior contributo atto a limitare le azioni di questi giganti dovrebbe essere però offerto governo, un organo di grande potere ed efficacia che rappresenta l’interesse di persone comuni, qualora a guidarlo figurino persone rette.

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Anche Vess e Grix, come le rispettive sovrastrutture, sono due figure praticamente opposte con un elemento comune.
Fragile e idealista la prima; forte e pragmatica la seconda, entrambe sono alla ricerca di qualcosa che sentono essere lì, da qualche parte, senza però sapere dove.
Il regno invisibile del titolo è una meta a cui, inconsapevolmente, entrambe aspirano per sentirsi realizzate nella loro interiorità.
Non esiste un solo modo per raggiungerlo – come vorrebbe invece far credere il clero – ma la sua ricerca comporta un enorme sforzo di volontà che coincide con la lotta allo status quo e il tema del viaggio, molto caro al genere sci-fi in cui questa storia è stata brillantemente calata.

Se le idee e il worldbuilding sono stati accuratamente costruiti, così lo è anche la narrazione, resa scorrevole da una sceneggiatura mai dispersiva mandata avanti con battute secche e asciutte che, di contro, finiscono per regalare dialoghi poco brillanti, quasi mai memorabili e volte addirittura didascalici.

Tale didascalicità finisce paradossalmente per diventare un pregio a fronte del pessimo lavoro di layout di Christian Ward.
Il disegnatore, tra i massimi esponenti del nuovo fumetto digitale, regala tavole caleidoscopiche realizzate con pennellate ampie e fluide che si fondono a schizzi disordinati.
I design a loro volta mischiano suggestioni di Metal Hurlant e degli anime giapponesi anni ’90, in un pastiche tanto suggestivo e piacevole all’occhio nelle splash page, quanto incomprensibile e frustrante nelle scene d’azione.

Chi ha apprezzato i pessimi scontri tra navicelle spaziali della prima trilogia di Star Wars, caratterizzati da un montaggio inutilmente frenetico che non permetteva di capire chi stesse sparando a chi, potrebbe addirittura apprezzare le raffazzonate composizioni di Ward, ma a conti fatti queste risultano essere il più grande punto debole di un fumetto che, anche esteticamente, si presenta confezionato più che bene.

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Il regno invisibile è un fumetto indubbiamente pregevole, ricco di temi carissimi alla sua autrice che, forse, ha dato vita al miglior lavoro della sua carriera.
Peccato solo che Christian Ward, nonostante l’estetica pop-lisergica invidiabile, non abbia saputo rendere al meglio la componente action della storia, che comunque costituisce la parte meno interessante di una trama densa che vuole raccontare tutt’altro e meritevole di tutti gli elogi conferiti.

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Cercò per lungo tempo il proprio linguaggio ideale, trovandolo infine nei libri e nei fumetti. Cominciò quindi a leggerli e studiarli avidamente, per poi parlarne sul web. Nonostante tutto, è ancora molto legato agli amici "Cinema" e "Serie TV", che continua a vedere sporadicamente.

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