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Year Zero, la recensione: le molte facce dell’apocalisse

Pubblicato

il

year zero fumetto recensione

Year Zero

14,90 €
7.6

SCENEGGIATURA

7.0/10

DISEGNI

7.7/10

CURA EDITORIALE

8.0/10

Pros

  • La forte commistione di generi
  • L'ottimo ritmo della narrazione
  • La diversificazione delle sottotrame
  • La pulizia del tratto

Cons

  • Temi e personaggi derivativi

Year Zero, scritta da Benjamin Percy (Wolverine, Freccia Verde) e disegnata da Ramon Rosanas (Star Wars), è una miniserie a fumetti pubblicata da AWA Studios (acronimo di “Artists Writers & Artisans”), casa editrice fondata appena tre anni fa da Axel Alonso, Bill Jemas (entrambi ex-figure di spicco della Marvel Comics) e Jonathan Perkins Miller.
In Italia è stata recentemente pubblicata da Edizioni Star Comics nella collana Astra, in un pregevole cartonato da 14,90€.

Year Zero: Tra Zombie e vite vissute

Year Zero è una miniserie ambientata durante un’apocalisse zombie, e già questo farebbe scattare immediatamente il paragone con The Walking Dead di Robert Kirkman, che nei suoi anni di vita editoriale si è impiantata nell’immaginario collettivo come la serie a fumetti (e non) a tema morti viventi, ma ciò sarebbe un gravissimo errore.
George Romero utilizzava gli zombie come critica al consumismo capitalista, Kirkman come pretesto per illustrare un’umanità contraddittoria ritrovatasi in pieno stato di natura, mentre Benjamin Percy ignora (quasi) totalmente l’archetipo del gruppo e delle comunità di sopravvissuti tipico del genere per narrare storie di individui isolati.

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In Year Zero seguiremo sì le vicende di un gruppo di persone catapultate in un mondo al collasso, ma queste non si incontreranno mai né comunicheranno in alcun modo le une con le altre.
A enfatizzare questo senso di isolamento è la narrazione alternata tra i punti di vista dei vari personaggi, che va a formare delle storie totalmente differenti tra loro, ma parimenti interessanti e ritmicamente serrate.
Per ognuna delle tessere che compongono il mosaico di Year Zero, vi sono altrettanti sottogeneri che si affiancano all’horror post-apocalittico, con evidenti richiami ai loro massimi esponenti cinematografici e non.
Storie di yakuza alla Takeshi Kitano; narcotraffico alla Soldado; commedia più o meno sociale stile Zombieland; terribili creature scoperte nel ghiaccio da ignari scienziati come in La cosa di John Carpenter; conflitti in medio-oriente sulla falsariga di The Hurt Locker.
Alla fine di ogni capitolo vi è inoltre una cronaca storica fittizia che racconta l’impatto degli zombi nel corso dei secoli, escamotage già utilizzato dallo scrittore Max Brooks nel suo Manuale per sopravvivere agli zombie: Attacchi documentati.
Vero collante di questo mosaico è lo storytelling di Percy.
Chi ha già letto il suo Wolverine, attualmente in corso di pubblicazione negli USA, avrà sicuramente familiarizzato con la sua tendenza all’uso di didascalie in prima persona, con le quali è solito esplicitare i sentimenti e le intenzioni dei personaggi.
Lo scrittore adotta uno stile molto asciutto, concreto e tutt’altro che rozzo, privo di inutili metafore intimiste che avrebbero soltanto minato il ritmo della lettura, dato che la maggior parte delle tavole è praticamente esente da dialoghi.

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Year Zero trova però nella sua commistione di generi anche uno dei suoi punti deboli. Come detto, i personaggi sono senz’altro riconoscibili e ben diversificati – qualità ancor più apprezzabile grazie al montaggio serrato che permette di confrontarne gli approcci e le motivazioni – ma gran parte delle loro caratterizzazioni si risolve in stereotipi.
Il killer giapponese che non mostra emozioni ma è fissato con l’onore e il nerd paranoico che aveva previsto tutto, preparandosi in anticipo, sono solo gli esempi più eclatanti di una sceneggiatura basata, nel bene e nel male, quasi unicamente sul concetto di genere.
Non che in Year Zero manchino contenuti leggermente più “alti”: focalizzare la narrazione sull’individualità e i diversi punti di vista permette a Percy di affrontare argomenti come la fede in Dio e la voglia di vivere da angolature inedite, creando un ulteriore filo conduttore tra personaggi lontanissimi per background e forma mentis.
Per un bambino messicano rimasto orfano a causa della criminalità organizzata, Dio è l’unico fattore di stabilità; per un matematico benestante, disincantato e razionale ai limiti dell’autismo, Dio semplicemente non esiste.

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L’impostazione cinematografica della scrittura ha trovato un ottimo compagno nel tratto di Ramon Rosanas, disegnatore spagnolo dalla linea pulita nel pieno spirito della tradizione europea.
L’artista compone la gran parte delle tavole di Year Zero con vignette orizzontali (proprio come uno schermo cinematografico), dando il meglio di sé nei campi medi e in generale nelle inquadrature ad ampio respiro.
Le sue composizioni a mosaico, le rare splash-page e il sapiente uso di ampie campiture nere danno un ulteriore tocco di eleganza a una storia ricca di violenza, ma niente affatto prosaica.
Le scene d’azione alternano invece gioie e dolori: le sue sparatorie sono sufficientemente chiare, mentre nei corpo a corpo si vedono tutti i limiti di Rosanas nei primi piani, che in alcuni punti necessitano di una maggiore permanenza del lettore sulla vignetta.
Chi però ha dato il meglio di sé su questo Year Zero è stato sicuramente Lee Loughridge, il quale ha utilizzato una palette di colori specifica per ognuna delle sottotrame (colori freddi per il gelido Saga Watanabe; arancione per l’ardita Fatemah; rosso per il sentiero di sangue percorso dal giovane Daniel), enfatizzandone al massimo differenze e unicità senza minare la coerenza interna.

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Year Zero di Benjamin Percy e Ramon Rosanas è un pregevole fumetto di zombie narrato con cura e attenzione da due autori esperti capaci di giocare con le opere analoghe che li hanno preceduti.
Nonostante a questo volume ne seguirà un altro, Year Zero Vol.2, attualmente in corso di pubblicazione in America, la miniserie è perfettamente autoconclusiva.
Un valore aggiunto non da poco, soprattutto dopo 193 numeri di The Walking Dead.

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Cercò per lungo tempo il proprio linguaggio ideale, trovandolo infine nei libri e nei fumetti. Cominciò quindi a leggerli e studiarli avidamente, per poi parlarne sul web. Nonostante tutto, è ancora molto legato agli amici "Cinema" e "Serie TV", che continua a vedere sporadicamente.

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