Steven Spielberg appartiene alla ristretta cerchia di persone che possono vantare un nome archetipico . Il suo, nello specifico, evoca immediatamente la figura del regista cinematografico, se non il cinema stesso.
Alcuni film da lui diretti e prodotti sono alla base dell’immaginario collettivo contemporaneo – basti pensare alle numerose citazioni in Stranger Things – per quanto a loro volta ispirati a classici antecedenti, opportunamente riarrangiati e modernizzati.
Si potrebbe quindi pensare che le idee di Spielberg derivino tutte dalla passione, sviluppata in tenera età, per il mondo del cinema, ma ciò non sarebbe affatto vero .
Da bravo autore post-moderno, Spielberg ha attinto dall’intero panorama dell’intrattenimento della sua infanzia, e il primo medium a ispirarlo non è stato il cinema, bensì i fumetti .
Per primi vennero i fumetti – Nascita della visione autoriale di Steven Spielberg Steven Spielberg nasce a Cincinnati nel 1946. Come molti bambini statunitensi degli anni ’50, non ama per niente i libri, anche se spesso prende in mano i giornali del padre per sbirciarne gli inserti a fumetti con le strisce di Buck Rogers , eroe dello spazio, e del surreale Krazy Kat di George Herriman . Trascorre la prima parte della sua infanzia guardando film in tv e leggendo comics fantascientifici e d’avventura. I suoi personaggi preferiti sono Superman , il suo alter-ego Bizzarro e il sempreverde Batman , ma anche i disneyani Zio Paperone , Topolino e Paperino .
Un fumetto in particolare – anzi, un magazine – sconvolge particolarmente il giovane Steven e moltissimi suoi coetanei in tutti gli USA. Si tratta della rivista MAD , creata da Harvey Kurtzman e William Gaines per la casa editrice EC Comics , all’epoca finita nell’occhio del ciclone a causa della campagna anti-fumetti istigata dal libro Seduction of the Innocent dello psichiatra Fredric Wertham .
MAD è una contenitore di storie satiriche intelligenti, irriverenti e politicamente scorrette che trae la sua forza dai riferimenti all’attualità e alla cultura pop. Caratteristica molto apprezzata della rivista sono le numerose parodie di film , peculiarità che porta molti futuri registi, tra cui lo stesso Spielberg, ad appassionarsi al mondo del cinema .
L’amore per MAD e in generale per tutte le testate della EC Comics, caratterizzate da temi cari alla letteratura pulp come l’orrore, la fantascienza e i finali a sorpresa , avrebbe portato lo stesso Spielberg a scrivere una prefazione per il primo volume della ristampa antologica The EC Archives: Shock SuspenStories , pubblicato da Dark Horse Comics .
Inoltre, insieme alle altre letture dell’infanzia, avrebbe plasmato la chiarezza visiva audace e talvolta esagerata del suo stile cinematografico .
Esempi dell’influenza della nona arte sui lavori del regista sono riscontrabili sin dai primi prodotti audiovisivi da lui diretti. Già nel cortometraggio Amblin’ del 1968, che anni dopo avrebbe dato il nome alla sua casa di produzione, ci sono numerosi scorci paesaggistici evocativi che ricordano gli sfondi metafisici di Krazy Kat .
Grazie al cortometraggio, Spielberg ottiene un ingaggio di sette anni per Universal Television , ed entra stabilmente a far parte dello show business.
In questo periodo dirige, tra le altre cose, un episodio della serie tv The Psychiatrist del 1971, intitolato The Private World of Martin Dalton , in cui il protagonista è un bambino che cerca rifugio dai problemi familiari in un mondo di fantasia e fumetti . Martin è solo il primo di una serie di protagonisti appassionati di fumetti nei film di Steven Spielberg, segno dell’inscindibilità del rapporto tra il medium e l’immaginario del regista. Sempre nel 1971 firma un episodio della serie L.A. 2017 , The Name of the Game , dove a un certo punto compare una fumetteria chiamata Sepulveda Exchange.
Una volta affermatosi come regista cinematografico in seguito ai successi di Lo Squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo , Spielberg ha modo di tributare un ben più esplicito e dichiarato omaggio a MAD Magazine con il lungometraggio 1941: Attacco a Hollywood , in cui sin dal poster è riscontrabile un enorme debito di riconoscenza nei confronti della rivista, e nello specifico della rubrica Scenes we’d like to see , utilizzata come base per parodiare i cliché dei vecchi film di guerra all’interno della pellicola.
Al riscontro poco entusiasmante di 1941 segue, nel 1981, il successo devastante di I predatori dell’arca perduta , il primo film della saga di Indiana Jones , nonché il più ricco di rimandi ai fumetti tra quelli presenti nella filmografia del regista.
Le avventure dell’archeologo più famoso del cinema prendono a piene mani dalle storie di Zio Paperone scritte e disegnate da Carl Barks , l’uomo dei paperi , considerato tra i più grandi cartoonist di tutti i tempi. In particolare le trappole esplosive, tra cui le freccette lanciate dalle pareti, la lama decapitante e il celebre masso gigante che insegue il protagonista, sono state ispirate dalle storie Zio Paperone e le sette città di Cibola e Zio Paperone e l’oro di Pizarro .
Bisogna però precisare che molti dei riferimenti sono farina del sacco di George Lucas più che di Spielberg, poiché il creatore di Star Wars era il vero, grande fan di Barks tra i due, tanto da dedicare una prefazione alla raccolta Uncle Scrooge McDuck: His Life and Times , in cui afferma tutto il suo amore e rispetto per l’autore dell’Oregon. Sempre Lucas aveva coinvolto il disegnatore Jim Steranko , firma storica di Marvel Comics , per la concept art del protagonista . A Spielberg si devono invece l’atmosfera pulp alla Doc Savage e soluzioni spiazzanti come la scena del duello tra Jones e lo spadaccino, il cui esito ricalca alcuni sketch del solito MAD Magazine .
Sta di fatto che il successo mondiale di Indiana Jones consacra definitivamente il regista di Cincinnati come appassionato di fumetti. In Francia, durante il tour promozionale dei Predatori dell’arca perduta , gli viene chiesto se per caso non avesse attinto a un certo fumetto franco-belga di un tale Georges Prosper Remi, in arte Hergé : Le avventure di Tintin
Sebbene Spielberg non ne avesse mai sentito parlare, ne rimane immediatamente affascinato, in quanto rivede in esso tutte le componenti avventurose da lui amate durante l’infanzia. Gli albi di Hergé gli appaiono come veri propri storyboard cinematografici già pronti e intrisi di umorismo visivo. Infila quindi il giovane avventuriero dal ciuffo rosso in un cassetto della memoria, in attesa di farci qualcosa in futuro.
Nello stesso periodo viene contattato da un giovane e ambizioso regista, tale Brad Bird (Il gigante di ferro , Gli Incredibili ), intenzionato a convincerlo a produrre un film animato basato sul fumetto The Spirit di Will Eisner . Bird crede infatti che lui sia l’unico a poter comprendere la bontà del progetto, in un’epoca in cui i film d’animazione occidentali stavano vivendo un periodo di crisi e stasi creativa. A differenza di Tintin, il progetto non avrebbe mai visto la luce.
Alla proficua incursione nel pulp segue il ritorno in pompa magna di Spielberg alla fantascienza con alieni in E.T. l’extra-terrestre , dove risalta il tema del fumetto come presenza imprescindibile dell’infanzia e strumento di comprensione del mondo.
Uno degli snodi cruciali della pellicola è la lettura di una striscia a fumetti di Buck Rogers su un quotidiano, grazie alla quale E.T. ha l’idea di costruire il telefono con cui contattare la propria specie. Se già l’intero film è leggibile come il racconto romanzato dell’infanzia di Spielberg (Elliott è un bambino solo, sensibile al fantastico e figlio di una madre divorziata), quella scena nello specifico rappresenta il più esplicito omaggio del regista ai prodotti che ne hanno plasmato l’immaginario .
Al liceo Spielberg è stato oggetto di bullismo in quanto ebreo, e la sua soluzione al problema consisteva nello scherzarci su alla maniera di MAD Magazine , inscenando con l’amico Mike Augustine dei siparietti in cui interpretavano a turno i ruoli dell’ebreo e del nazista. Si evince quindi come per Spielberg il fumetto sia uno strumento di escapismo (simbolico per lui; letterale per E.T.) e quindi soluzione narrativa ideale allo smarrimento dei suoi protagonisti .
I fumetti hanno un ruolo simile anche nel film del 1987 L’impero del sole , nel quale fungono da meccanismo di protezione del protagonista contro gli orrori della guerra, fornendo un immaginario eroico e rassicurante che, sebbene lontano dalla cruda realtà, funge da esempio concreto per le azioni future dei personaggi.
Gli albi di guerra, la cui influenza era già riscontrabile in 1941 , fanno così la loro incursione nell’immaginario spielberghiano, anticipando la volontà del regista di realizzare prima una serie televisiva nel 1983, poi direttamente un film, su Blakhawks , fumetto DC Comics con protagonisti un gruppo di eroici piloti di aerei.
Purtroppo entrambi i progetti sarebbero sfumati in un nulla di fatto, contrariamente all’unico adattamento di un fumetto mai diretto dallo stesso Spielberg: Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno , del 2011.
Da molti considerato una sorta di sequel apocrifo di Indiana Jones, Il segreto dell’unicorno adatta liberamente tre albi della serie originale: Il granchio d’oro , Il segreto del Liocorno e Il tesoro di Rackham il Rosso .
In verità il film è ricco di citazioni più o meno velate all’intero universo di Tintin e all’immaginario piratesco hollywoodiano , quest’ultimo molto caro dal regista, come si evince da alcune opere precedenti da lui dirette e prodotte, come Hook – Capitan Uncino e I Goonies .
La volontà di Spielberg e del produttore Peter Jackson di mantenere uno stile quanto più fedele al fumetto si concretizza nella scelta della motion capture , ritenuta più efficace del live action nel preservare l’attinenza cromatica al materiale originale.
Per il tour promozionale del film, Spielberg si presenta per la prima volta al San Diego Comic-Con , la principale convention del fumetto USA, intenzionato a dimostrarsi quanto più vicino possibile ai lettori. La sua presenza gli permette di connettersi al fandom più accanito e rassicurarlo sulla fedeltà del suo adattamento all’opera di Hergé.
Cerca infatti di legittimarsi come un vero fan di Tintin , raccontando di come l’autore belga, poco prima di morire, gli avesse confessato il suo apprezzamento per I predatori dell’arca perduta , esprimendo il desiderio di un eventuale adattamento cinematografico del personaggio a opera dello stesso Spielberg.
Così facendo, il regista consolida il suo marchio personale come appassionato di cinema e cultura popolare, presentandosi non come un cinico uomo d’affari, ma come un membro della comunità cinefila che consuma e ricicla i miti della sua infanzia .
Con l’uscita di Disclosure Day nel luglio 2026, Steven Spielberg sta per tornare alla fantascienza a otto anni dalla sua ultima incursione nel genere con Ready Player One , dove per la prima volta ha messo mano all’inedito mondo dei videogiochi.
Il nuovo film promette un’atmosfera più simile a Incontri ravvicinati del terzo tipo che a E.T. ; ma è quasi certo che, tra uno shot e l’altro, il suo artefice troverà il tempo di infilare un’inquadratura che rimanda a una vignetta tratta da un fumetto sugli alieni degli anni ’50 , oggi perduto e dimenticato.
Perduti e dimenticati per il pubblico odierno, ma non per un regista che ha formato il suo immaginario e il suo modo di intendere il lavoro sui prodotti consumati durante l’infanzia, senza sapere che un giorno quei fumetti e quei film, considerati pericolosa spazzatura, avrebbero goduto di una rispettabilità inedita, diventando insieme a lui uno dei pilastri della cultura pop .
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