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The Seven Deadly Sins – Nanatsu no taizai Vol. 26 – Il volume della svolta

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The Seven Deadly Sins - Nanatsu no taizai Vol. 26

8

SCENEGGIATURA

8.5/10

DISEGNI

7.5/10

CURA EDITORIALE

8.0/10

Pros

  • Una sceneggiatura matura ricca di dramma e messaggi etici importanti
  • Scene d'azione sempre chiare e dinamiche
  • Sperimentazione grafica inusuale per un battle shonen

Cons

  • Resa anatomica dei personaggi non sempre gradevole
  • Tratto un po' troppo stilizzato nelle scene d'azione

ATTENZIONE: la seguente recensione, per garantire un’analisi approfondita e completa, contiene anticipazioni (spoiler) sul contenuto del volume. Si consiglia dunque di leggere il volume in questione (acquistabile a questo link) prima di questa recensione. Grazie e buona lettura.

Qui si parla del volume che segna la piena maturità di una serie e del suo autore.

Nakaba Suzuki distrugge senza pietà la concezione degli angeli come paladini del bene e dei demoni come malvagi sempre e comunque. Nel volume precedente gli angeli del clan delle dee si sono resi responsabili di un vero e proprio genocidio, attirando vigliaccamente in trappola Monspeet e Derrieri dei Dieci Comandamenti con il pretesto di un rilascio pacifico dei prigionieri. Questo spinge i due demoni a trasformarsi in dei veri e propri mostri senza umanità (gli Indura) per fronteggiare gli arcangeli guidati da Ludociel, il reale artefice dell’inganno. Questo però spinge Elizabeth a disobbedire agli ordini di Ludociel per cercare di salvare i due membri dei Dieci Comandamenti riportandoli al loro stato originale, riuscendo a convincere con la sua bontà gli altri due arcangeli ad aiutarla. Un vero esempio di trionfo della pietà e del pacifismo incarnati da Elizabeth nei confronti del fanatismo religioso di Ludociel.

Elizabeth prova pietà per coloro ai quali il suo popolo ha sterminato migliaia di innocenti con l’inganno. Alcuni la definirebbero “buonista”…

Finora Suzuki ci ha presentato i Dieci Comandamenti come gli archetipi dei demoni cattivi del canone giudaico-cristiano (infidi, spietati e drammaticamente potenti), mentre in questo volume ne approfondisce i drammi e le discriminazioni dei quali furono vittime in passato e di cui conservano ancora le cicatrici. Suzuki individua il vero nemico nell’odio e nel pregiudizio che portano alle guerre, le cui vittime più numerose sono sempre gli innocenti. Come nel caso di Lowe, che ha visto il suo intero villaggio sterminato dallo STIGMA (l’alleanza tra uomini, dee, folletti e giganti contro i demoni) solo perché i suoi abitanti avevano commesso il “peccato” di dare asilo ad un demone ferito gravemente.

Difficile non vedere in Lowe e nei suoi compagni il simbolo delle frustrazioni di quei popoli che hanno visto le loro case bruciare e i loro parenti massacrati a causa di guerre delle quali non conoscevano neanche il motivo. Di quei ragazzi che, vedendo le loro vite distrutte da un nemico esterno, si sono uniti a gruppi terroristici per avere un briciolo di soddisfazione e di vendetta nei confronti dei loro invasori. Un ciclo di odio insensato che sembra non avere fine neanche nel manga di Suzuki, che a differenza dei suoi colleghi di Shonen Jump, dimostra di avere a cuore i problemi ben più concreti e contemporanei.

Lowe, ovvero: “di come non servano duecento capitoli per creare un personaggio profondo e sfaccettato”

E parlando di “cuore” il resto del volume si focalizza interamente sul passato di Gowther, il membro più enigmatico sia dei Seven Deadly Sins che dei Dieci Comandamenti. Finalmente ne conosciamo le origini e il motivo del suo comportamento stravagante e bipolare. Il Gowther che abbiamo conosciuto finora è una bambola creata dal vero Gowther dei Dieci Comandamenti, imprigionato dal re dei demoni. Una sorta di avatar con cui poteva girare liberamente nel mondo esterno.

Deciso a sacrificarsi per mettere fine alla guerra, il vero Gowther decide di dare coscienza alla sua bambola, alla quale ha dato vita grazie alla magia del cuore rinchiusa in un organo artificiale. Dopo la guerra, non sappiamo come, la bambola Gowther é rimasta intrappolata sotto le fondamenta del castello di Liones per un sacco di tempo, venendo ritrovata da Nadja, sorella di Re Bartora, il padre dell’Elizabeth del presente. Passando del tempo con Nadja, Gowther apprende man mano cosa sono i sentimenti e tra loro due nascerà un amore profondo che culminerà in tragedia con la morte di lei per malattia.

“Pinocchio” e “Romeo e Giulietta” in un unico, tristissimo racconto…

La scena della morte di Nadja raggiunge livelli di pathos incredibili: lei decide di giacere per la prima e ultima volta con Gowther, morendo felice nel letto tra le sue braccia. Gowther, disperato, si strapperà il cuore per darlo a lei nel tentativo di salvarla, ma compresa l’inutilità del gesto deciderà di non voler più provare sentimenti per non soffrire ancora per la morte di una persona cara, come aveva già fatto il Gowther originale. Le influenze della tragedia occidentale devono essere state davvero devastanti per l’autore, che riversa in questa storia d’amore gran parte della tradizione teatrale shakespeariana, con un amore inizialmente impossibile (sia per disparità sociali per lo status reale di Nadja, sia biologiche per la non umanità di Gowther) che sboccia per poi svanire nell’atroce morte di entrambi (Nadja muore a causa di una malattia, Gowther rinuncia a viverla come essere complesso dotato di sentimenti). E pensare che sembrava un semplice manga di mazzate.

Anche per quanto riguarda il comparto grafico Suzuki adotta uno stile assolutamente inusuale per un manga shonen. Pur attingendo a piene mani dallo stile di Akira Toriyama, il mangaka ha fatto suoi alcuni stilemi tipici dello shojo per rendere ancora più intense le scene puramente sentimentali. Una commistioni di generi che segna una netta rottura dei canoni e dei target rigidissimi dei fumetti giapponesi (dove Shonen = Maschi e Shojo = Femmine). Suzuki ha voluto comunicare, anche attraverso i disegni, l’universalità del messaggio espresso dai suoi testi, non risparmiandosi scene di atroci mutilazioni ai danni di innocenti, ma neanche sorrisi di pura bontà immersi in un candore etereo.

L’utilizzo dei retini e del’effetto “bolla” sui capelli, unito alla semplicità dei lineamenti facciali e al tratteggio sugli occhi chiusi, riprende a piene mani dai canoni artistici dello shojo manga

Se non fosse per l’incapacità di Suzuki di rendere bene i personaggi muscolosi, questo manga sarebbe  impeccabile anche dal punto di vista dei disegni, cosa che, purtroppo, non è.

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Per lungo tempo ha cercato il proprio linguaggio ideale, trovandolo infine nei libri e nei fumetti. Cominciò quindi a leggerli e studiarli avidamente, per poi parlarne sul web. Nonostante tutto, è ancora molto legato agli amici "Cinema" e "Serie TV", che continua a vedere sporadicamente.

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