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Clayface visto da Alan Moore

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Clayface è uno dei numerosi villain di Batman che sovente si aggirano per le strade di Gotham City; uno di quelli che, con un po’ di malizia, vengono definiti di “seconda fascia”.

In verità, l’alter-ego argilloso di Basil Karlo, protagonista di un nuovo film del DCU coordinato da James Gunn, è diventato da qualche anno un alleato dell’Uomo Pipistrello; ma in più di ottant’anni di storia editoriale (prima apparizione in Detective Comics #40 del 1940) le azioni spregevoli del personaggio sono state decisamente maggiori di quelle altruistiche, anche a fronte di ben sei interpreti che ne hanno vestito i panni fangosi tra le pagine dei fumetti.

Nel 1987, su Batman Annual (Vol. 1) #11, lo sceneggiatore Alan Moore, fresco del successo di Watchmen e non ancora in rotta con DC Comics, mette mano alla terza incarnazione del personaggio, Preston Payne. Ne nasce una storia, Mortal Clay (Argilla mortale, in italiano), in cui il bardo di Northampton adotta il suo approccio decostruzionista su un personaggio a tratti farsesco e a tratti incredibilmente tragico.

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Chi è Clayface?

Come scritto poc’anzi, prima di Payne ci sono stati altri due Clayface.

Il primo, nonché protagonista del film di prossima uscita, è il già citato Basil Karlo. Attore decaduto, celebre per l’interpretazione di cattivi sul grande schermo, Karlo è intenzionato a vendicarsi di coloro che lo hanno escluso dal mondo dello spettacolo. Inizialmente, il personaggio indossa un semplice costume che richiama uno dei vecchi film da lui interpretati e agisce come semplice serial killer mascherato. Solo diversi anni dopo riuscirà a ottenere i poteri che lo contraddistinguono, dovuti alla peculiare forma argillosa che lo rende resistente ai colpi, in grado di cambiare forma e aspetto.

Il secondo, Matthew Hagen, è un cacciatore di tesori finito in una vasca di liquido protoplasmatico che gli ha conferito capacità mutanti, delle quali si approfitterà per rubare opere d’arte e compiere altre marachelle da supercattivo. Di fatto è il primo a ottenere le abilità che hanno reso Clayface quello che conosciamo oggi.

Preston Payne, suo diretto successore, approfitterà proprio del sangue di Hagen per ottenerne i poteri. Nato con una pesante forma di acromegalia che lo ha reso deforme, Payne vive nel costante scherno di chi lo incontra. Divenuto scienziato dei laboratori S.T.A.R., il più importante centro di ricerca del DC Universe, cerca un rimedio alla sua condizione attraverso i poteri mutanti di Clayface, con l’unico risultato di diventare un mostro argilloso in grado di sciogliere le persone al solo contatto. Sebbene Payne non voglia davvero fare del male, la sua condizione è aggravata da un dolore lancinante che si quieta solo attraverso l’omicidio, motivo per cui inizialmente cerca di prendersela unicamente con criminali dei bassifondi per dare meno nell’occhio.

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Il Clayface di Alan Moore: La tragedia di un mostro

All’epoca dell’Annual scritto da Alan Moore e disegnato da George Freeman, Preston Payne se la passa abbastanza male.

I continui scontri con Batman hanno leso ulteriormente la sua psiche, portandolo a innamorarsi di un manichino di cera di nome Helena. Sia lui sia l’oggetto del suo desiderio vengono creduti morti in seguito all’esplosione di una fabbrica; Payne riesce però a sopravvivere e a ritrovare Helena (o comunque un modello che le somiglia) all’interno di un centro commerciale.

Il mostro si insedia quindi nel centro commerciale, nascondendosi di giorno dai clienti e di notte dalle guardie, e inizia una sorta di vita coniugale simulata con il manichino. Tutto sembra andare per il meglio, fino a quando l’ossessione paranoide di Payne non lo porta a ingelosirsi, poiché teme che la sua Helena lo stia segretamente tradendo.

In poco più di una ventina di tavole Moore tratteggia una sorta di grottesca soap opera che finisce per assumere i tratti di un articolo scandalistico. Lo scrittore inglese parodizza una vita coniugale tipica, stereotipata degli anni ’80, denunciandone al contempo le contraddizioni attraverso elementi che richiamano costantemente il concetto di finzione.

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L’ambientazione del centro commerciale diventa così il simulacro di un’esistenza da vetrina, perfetta solo all’apparenza, ma intrinsecamente vuota: proprio come la storia d’amore tra un mostro d’argilla e un manichino. Eppure, questa condizione viene raccontata come obbligata, almeno per Payne. Non esiste altra via per un mostro, uno scherzo della natura temuto ed emarginato, se non rifugiarsi nella propria follia, poiché un’esistenza simulata è sempre meglio della non esistenza.

L’essere fatto di argilla, e quindi il non avere una forma vera e propria, rende Clayface finto per antonomasia, nient’altro che la parodia di un umano fatto di carne e sangue; per questo l’ideale di vita di una simile creatura non può che essere altrettanto finto: siccome lui è la parodia distorta di un uomo, anche la sua quotidianità deve incarnare la visione distorta della normalità.

La soluzione che troverà Batman alla fine della storia è proprio quella di assecondare il desiderio di Payne: una vita con la sua Helena all’interno di uno spazio controllato, proprio come le vite delle famiglie medie in TV. Lui resta pazzo, disfunzionale e incapace di rapportarsi con la sua reale condizione; ma almeno è isolato dai cosidetti normali, ossia proprio coloro a cui deve il suo dolore.

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Il punto di vista di Moore su questa soluzione – ossia isolare i pazzi, assecondarli persino, anziché reintegrarli nella società – è spietato: Batman non risolve il problema alla fine della storia, dato che l’esistenza all’interno di una vita simulata porterà inevitabilmente al ritorno della follia, seppure in forma diversa e, per certi versi, controllata.

Mortal Clay è una finta storia d’amore che diventa una reale tragedia; una lettera di odio nei confronti del romanticismo da cartolina, della vacuità del consumismo e della normalità imposta da narrazioni mediatiche di scarso valore culturale ma alto valore propagandistico.

È possibile che questa morbosa negazione della realtà e della tragicità della propria condizione venga ripresa all’interno del film. D’altronde, chi meglio di un attore come Basil Karlo può incarnare le conseguenze di una vita finta, capace di condurre un uomo alla pazzia quando questa viene improvvisamente negata?

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Cercò per lungo tempo il proprio linguaggio ideale, trovandolo infine nei libri e nei fumetti. Cominciò quindi a leggerli e studiarli avidamente, per poi parlarne sul web. Nonostante tutto, è ancora molto legato agli amici "Cinema" e "Serie TV", che continua a vedere sporadicamente.

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