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No Other Choice – La classe operaia va all’Inferno

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no other choice park chan-wook film Lee Byung-hun

No Other Choice – Non c’è altra scelta è il ritorno alla regia di Park Chan-wook, uno dei maestri del cinema coreano, a tre anni da Decision to Leave.

Presentato al Festival del cinema di Venezia del 2025, il film vede collaborare nuovamente il regista e l’attore Lee Byung-hun, divenuto famoso in anni recenti come protagonista della serie Netflix Squid Game, ventuno anni dopo Three… Extremes.

Tratto dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake, No Other Choice narra le vicende di un operaio dell’industria cartaria licenziato in seguito alla fusione tra l’azienda per cui lavorava e una concorrente americana.

Ritrovatosi a passare dal sereno benessere all’impossibilità di pagare mutui, spese eccessive e debiti, con in più una moglie e due figli a carico, il protagonista cercherà di farsi riassumere in una maniera decisamente poco ortodossa.

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No Other Choice – “Poco lavoro e troppo svago rendono Man-soo un… come si dice? Pazzo furioso”

Nonostante la fama di Park Chan-wook come regista estremo e incline a drammi spietati, il suo ultimo film si inserisce pienamente nelle dinamiche della commedia grottesca, senza però mai rinunciare alla tensione e alla morbosità tipica del suo stile registico.

Queste caratteristiche, miscelate alla commedia, esacerbano le contraddizioni insite nel modo di pensare il lavoro dei sud-coreani e le influenze del sistema capitalistico di ispirazione americana sulle dinamiche aziendali di uno dei paesi asiatici più occidentalizzati.

Il protagonista Man-soo è un impiegato fedele, ligio al dovere. Per venticinque anni ha servito la medesima azienda al meglio delle sue possibilità, venendo persino premiato per questo. Si tratta di un tipico esponente della classe media, capace di sopperire ai bisogni e concedersi qualche sfizio.

Non si rende minimamente conto di essere alienato fino a quando il suo microcosmo non va in pezzi, costringendolo a ripensare una vita al di fuori di quel contesto lavorativo che lo ha reso la persona stimata e amata che pensava di essere.

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Dopo il licenziamento Man-soo non è più in grado di riconoscersi, se non come supervisore di una fabbrica di carta, poiché è su quel ruolo che ha costruito la propria identità.

Una delle righe di sceneggiatura migliori del film lo vede affrontare nuovamente un colloquio di lavoro presso la propria azienda. È teso, il suo ginocchio trema, balbetta, ma appare indubbiamente qualificato. A un certo punto gli viene fatta la tipica domanda utente di Linkedin: Qual è il suo più grande difetto? Man-soo prima si rifiuta bruscamente di rispondere, suscitando imbarazzo e scalpore, dopodiché cerca di buttarla sul ridere, dichiarando che il suo più grande difetto è “non avere difetti“.

Una riga di dialogo semplice, quasi banale, dalla quale però parte l’intera inversione oscura del protagonista. Da lavoratore disposto a difendere gli interessi di colleghi e sottoposti, si trasforma nel competitor più spietato di chiunque possa sottrargli il ruolo tanto ambito, la posizione sociale che lo configura come essere umano.

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Dicendo di non avere difetti Man-soo rivela la sua incapacità di vedere le proprie contraddizioni, ammettere i propri sbagli e persino seguire i consigli che la devota moglie e gli ex-colleghi dispensano per gran parte del film: cercare un nuovo lavoro, reinventarsi, magari provare a ottenere un impiego in un’altra azienda.

Quando scopre che i suoi diretti avversari al riottenimento del lavoro si comportano e pensano, chi più chi meno, come lui, non può fare a meno di biasimarne gli aspetti più sgradevoli e problematici, ma non riesce minimamente a identificare quegli stessi atteggiamenti nel proprio quotidiano.

Man-soo resta ancorato alla propria visione di sé, implicitamente identificando il cambiamento come un segnale di disagio e fallimento, atteggiamento brillantemente contestualizzata da alcuni dettagli sul passato del personaggio, come l’infanzia passata a traslocare da una casa all’altra. Mi-ri (Son Ye-jin), sua moglie, segue invece un percorso opposto, fatto di svolte e adattamenti alle difficoltà. Ha divorziato dal precedente marito, trova subito un lavoro part-time per sostenere la famiglia dopo il licenziamento di Man-soo e rinuncia a diversi piaceri che prima dava per scontati.

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Non c’è dubbio che sia lei il membro più meritevole della famiglia, eppure, alla fine, è l’approccio spietato e ultra-competitivo del marito a dare maggiori frutti. Questo perché in No Other Choice la spietatezza del capitalismo finisce per assoggettare e corrompere gli individui con la promessa del benessere.

Solo chi è disposto a vincere a tutti i costi, a ottenere quello che vuole senza compromessi, verrà infine premiato. Un insegnamento che Ma-soo finirà per trasmettere anche al figliastro Si-one, spingendolo a mentire pur di non affrontare le conseguenze di un gesto avventato che avrebbe ripercussioni sull’intera famiglia.

Il fatto che l’attore protagonista del film sia anche l’interprete del villain di Squid Game, altra critica alla spietata iper-competitività del capitalismo asiatico, aggiunge ulteriore sapore metanarrativo.

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No Other Choice è il racconto di un uomo tormentato dalle responsabilità e dal senso di inadeguatezza, disposto a tutto pur di dare continuità all’immagine che ha di sé e al contempo garantire alla famiglia il tanto agognato benessere.

Non c’è altra scelta” è un mantra autoindotto, una forzatura atta a spingere il protagonista nella direzione voluta dalla sovrastruttura capitalista che lo ha circuito a sua insaputa – e a insaputa della stessa sovrastruttura, di cui è solo un mero ingranaggio – per anni.

Per Park Chan-wook è evidente che un altra scelta ci sia: la decostruzione de sé, la capacità di cambiare punta di vista e vedersi per ciò che veramente siamo o potremmo essere al di fuori dei dogmi autoimposti. Nelle sue storie i protagonisti sono spesso consumati da un’ossessione, da un dovere che credono ineluttabile, in realtà frutto delle loro mancanze e fragilità.

Il distacco da questa visione è quasi sempre radicale, doloroso, ma No Other Choice mostra in tutta la sua ironica brutalità (alcuni direbbero fantozzianamente) cosa comporterebbe abbracciare i propri difetti fino in fondo: l’asservimento al potere e allo status quo, ossia l’asservimento alle nostre paure più profonde.

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Cercò per lungo tempo il proprio linguaggio ideale, trovandolo infine nei libri e nei fumetti. Cominciò quindi a leggerli e studiarli avidamente, per poi parlarne sul web. Nonostante tutto, è ancora molto legato agli amici "Cinema" e "Serie TV", che continua a vedere sporadicamente.

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