Cover , miniserie a fumetti creata da Brian Michael Bendis e David Mack nel 2017, è approdata in Italia quest’estate per merito della casa editrice Mirage Comics , la quale ha approfittato della MGWCMX per portare in tour nel bel paese lo sceneggiatore di Cleveland, fresco di ritorno in Marvel Comics dopo un periodo passato tra DC Comics e il mercato indie.
La miniserie nasce proprio in questo intermezzo, nel quale i due autori si sono ritrovati prima a collaborare sulle testate di Superman (Bendis come sceneggiatore, Mack come copertinista) e poi a interrogarsi sul motivo per cui, nonostante si fossero amici da una vita, non avessero mai creato insieme qualcosa di personale .
Questa genesi apparentemente banale è in realtà il vero perno della miniserie, come suggerito anche dallo stesso David Mack nell’introduzione al volume italiano. Cover è infatti una storia che, attraverso la lente del genere spionistico, indaga sull’intima passione per il fumetto , sulle relazioni tra gli autori e le dinamiche di mercato, sull’infinito scontro tra la creatività e l’asservimento all’editore.
Cover – Il fumettista che mi amavaPer comprendere pienamente le dinamiche di Cover è necessario quantomeno uno ripasso della vita dei suoi autori , visto e considerato che i protagonisti della miniserie sono proprio loro, o almeno due loro alter ego.
Mack e Bendis si conoscono nei primi anni ’90, epoca in cui entrambi cercavano di sfondare nel mondo del fumetto pubblicando per l’indipendente Caliber Comics . Bendis era specializzato in storie noir dal tratto grezzo (molto grezzo, nde ), ricche di colpi di scena e dialoghi sagaci; Mack, al contrario, si distingueva per l’estro artistico, e il suo fumetto di punta, Kabuki , univa suggestioni nipponiche alle didascalie poetiche e introspettive di Frank Miller .
Nei primi del duemila, Mack viene contattato da Joe Quesada , all’epoca editore capo di Marvel Comics, per realizzare insieme un ciclo di Daredevil . Il disegnatore accetta, e nel frattempo suggerisce a Quesada di ingaggiare anche Bendis, spianandogli la strada per diventare il futuro demiurgo della casa editrice .
Tornando a Cover , il protagonista della storia è Max , fumettista che ha ottenuto un discreto seguito con la serie Ninja Sword Odyssey (ovvio riferimento a Kabuki ). Vorrebbe però distanziarsene per creare qualcosa di più intimo e personale: una serie su un cosmonauta alla ricerca di sé stesso, che però sembra non piacere a nessuno di quelli a cui ne parla. Tra questi c’è il migliore amico, Owen , autore di Berlin Squad (parodia di Powers , primo successo indie di Bendis), molto più attratto dal successo e dalle possibilità che le sue opere vengano trasposte al cinema.
Durante una convention, Max finisce per essere reclutato come agente segreto e, nei panni di sé stesso, dovrà infiltrarsi nelle varie fiere del fumetto in giro per il mondo, avvicinando personalità importanti o altre spie per conto della CIA. Un incipit sicuramente originale e d’effetto, una sorta di In cerca di Amy con il genere spionistico al posto della commedia romantica.
Tuttavia, se In cerca di Amy trattava in maniera molto marginale il lato fumettistico della faccenda, in Cover accade l’esatto opposto. La trama è solo un pretesto, poco più che una cornice atta a racchiudere una lunga riflessione sul modo di fare fumetto in America .
Il lavoro di Bendis e Mack trova la sua forza unicamente nel gioco metanarrativo , nella stratificazione del messaggio di due autori arrivati a un tale livello di bravura da potersi permettersi di intessere una trama interessante il minimo indispensabile per far sì che il lettore assimili il concetto di fondo senza protestare.
Il concetto in questione non è altro che l’identità dell’artista (fumettista, in questo caso). Un’identità che, come suggerisce il gioco di parole insito nel titolo stesso della miniserie, è “coperta”. Da qui si evince ciò che Max cerca realmente di ottenere dalle sue storie e dalle sue missioni di spionaggio: trarre la verità da un lavoro sotto copertura .
La “cover” del titolo può dunque riferirsi alla sua identità di spia o alle copertine dei suoi fumetti, entrambe maschere in cui Max non si riconosce né si sente a suo agio . Il fumettista non crede di essere portato per il ruolo di spia e, al contempo, vorrebbe distaccarsi dalla nomea di autore di Ninja Sword Odyssey . In entrambi i casi sta indossando una maschera imposta dal potere altrui, la CIA e il mercato dell’editoria , due entità che sottomettono l’individualità in favore dei loro interessi.
David Mack rende ancora più chiaro il sottotesto alternando un ventaglio di stili invidiabile per ognuno degli strati della narrazione . Si passa dal pittorico acquerellato per le scene ambientate nell’universo di Ninja Sword Odyssey , all’estrema stilizzazione delle scene quotidiane, tipica di un certo modo di intendere le graphic novel come sintesi dell’ordinario.
Non mancano però chicche citazioniste, tra cui un’intera sequenza ispirata all’arte di Saul Bass , autore dei poster e dei titoli di testa di alcuni dei più importanti film di Alfred Hitchcock , tra cui Intrigo internazionale e La donna che visse due volte , sempre per rimanere in tema spionaggio e identità fittizie.
Spesso questi stili trovano coerenza interna grazie dividendo singole illustrazioni in più vignette , come fossero un mosaico che man mano va a ricostruire il senso della storia. Oppure, com’è abitudine di chi collabora con Bendis, reiterando i medesimi volti con piccolissime variazioni, il tutto per cercare di sostenere i dialoghi cadenzati e tipicamente cinematografici dello sceneggiatore .
Per chi legge fumetti americani e sogna di lavorare nel campo, Cover è il prodotto di due menti brillanti ed esperte che hanno seguito il medesimo percorso e ne conoscono a menadito le gioie e le difficoltà che ne derivano . E’ un compendio di cosa voglia dire per loro andare alle convention, incontrare autori come loro e fan esagitati, lavorare giorno per giorno con questo tipo di storie.
Bendis e Mack hanno voluto raccontare la loro storia personale condendola con la coolness dello spionaggio e la patina intimista e sperimentale dei graphic novel indie , sbilanciandosi forse troppo su quest’ultima. Ne esce fuori un fumetto dalla trama essenziale, quasi insignificante; forse eccessivamente citazionista per chi non è addentro al mondo dei comics USA, ma dal discreto valore artistico.
I lettori di lunga data si divertiranno sicuramente ad associare luoghi e persone immaginarie ai corrispettivi reali (non che ci voglia molto ad associare il rude Essad a un altro fumettista con una “s” in meno proveniente dall’Europa orientale, ndr ), mentre tutti gli altri potranno fruire della godibile storia di un tizio costretto a trovare un senso al proprio lavoro .
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