Nella loro seconda impresa come coppia di registi alla DreamWorks , Joel Crawford e Januel Mercado compiono la scelta coraggiosa di firmare una nuova IP . Coraggiosa soprattutto in un’epoca in cui la fanno da padrone sequel, prequel e spin-off sicuri, privi di rischi e redditizi.
L’Isola dei Ricordi ha molte ambizioni: vuole essere una storia matura, con uno stile estetico sperimentale ed essere al contempo intrattenente per il grande pubblico, nel pieno stile DreamWorks. Impresa non da poco, che è stata capace di superare le aspettative. Almeno per la maggior parte.
We have to go back
Filippine , anni ’90. Jo e Raissa sono amiche sin dalla giovinezza, trascorrono insieme i loro anni migliori e giurano di non separarsi mai. Ma quella promessa pare sfumarsi quando a Raissa viene data una possibilità di frequentare il prestigioso Caltech in America. Seppur devastata dalla notizia, Jo propone all’amica di passare con lei un’ultima notte prima della sua partenza.
Proprio durante i festeggiamenti, un portale di luce si apre davanti a loro: è il passaggio per Nakali , l’isola misteriosa nella quale la nonna di Jo raccontava sempre di essere stata. Senza perdere l’occasione, le due si tuffano nel portale e si risvegliano su Nakali, apparentemente dopo avervi già passato del tempo di cui non hanno memoria. Sopraggiunge il cane mannaro Raww , che dice di essere loro amico e di aver passato con loro una giornata stupenda.
Col suo aiuto, Jo e Raissa dovranno esplorare l’isola per capire cosa è successo la notte scorsa e, possibilmente, trovare un modo per tornare a casa. Ma numerosi sono i pericoli che si annidano a Nakali, prima fra tutti la Manananggal , una demone vampira alla quale Raissa ha rubato le ali. Ma il più terrificante è il rischio di perdere non solo il ricordo della notte precedente, ma di tutta la loro amicizia .
L’isola dei Ricordi… e qualcosa di più
Spesso negli ultimi anni ci si lamenta di quanto i trailer lascino trasparire troppo della trama principale, rischiando di rovinare la sorpresa al pubblico. Ebbene, i primi trailer de L’Isola dei Ricordi hanno fatto tutto il contrario : sin dall’inizio della campagna di marketing sembrava che il fulcro della storia dovesse essere impedire all’isola di rubare i ricordi delle due protagoniste. Non pareva che Jo e Raissa dovessero affrontare tanto un antagonista in carne e ossa, quanto più l’idea del dire addio al proprio passato in favore del futuro. Un’idea interessante e che lasciava molto spazio all’emotività e all’introspezione.
Tuttavia, più informazioni venivano rivelate dai successivi trailer, più si lasciava trapelare una trama più complessa , un cast di personaggi più variegato e delle tematiche più diversificate. All’uscita del film, si evince che il recuperare i ricordi passa in secondo piano, diventando un obiettivo secondario per le protagoniste rispetto al tornare a casa, seppur diventi l’elemento preponderante nell’ultimo atto.
Arrivati a questo punto ci si chiede se non sarebbe stato meglio se il focus fosse rimasto quello che ci si aspettava originariamente e si fosse mantenuto per tutta la narrazione. Dopotutto il vero protagonista della storia è il rapporto tra le due amiche . Sin dall’inizio del film riusciamo ad affezionarci a loro, ci divertiamo nell’assistere alle loro avventure e facciamo il tifo per la realizzazione dei loro sogni fino al finale.
Un finale , spiace a dirlo, che lascia tuttavia l’amaro in bocca, ma non come ci ha abituato la DreamWorks, con epiloghi dolceamari, capace di farci crescere e capire che la vita è fatta di sacrifici. Al contrario: una conclusione eccessivamente ottimista , in cui i personaggi hanno quello che vogliono e anche di più. Questo è probabilmente è il fattore più deludente del film.
A volte troppo, a volte troppo poco
Restando nel tema della complessità della trama, la suddetta Isola dei Ricordi, o Dimenticata come menzionata nel titolo originale, è un ecosistema ricco di vita , permeato da folklore filippino e, ovviamente, personaggi secondari . Alcuni essenziali come il precedentemente citato Raww, altri forse troppo abusati.
Vi sono soprattutto due comprimari che risultano di troppo nello svolgersi della vicenda: non sono essenziali nella riuscita della trama, oltre a dare informazioni a Jo e Raissa su ciò che hanno dimenticato e si modi in cui superare determinati ostacoli. Avrebbero potuto rimanere fonti di informazioni, anziché anche accompagnatori delle protagoniste.
In più, invece dell’isola stessa, a rubare i ricordi delle protagoniste vi è un personaggio tangibile , il cui arco caratteriale pare perdersi nel tragitto: paradossalmente sembra un personaggio scritto più dalla Disney moderna che dalla DreamWorks moderna: altalena intenzioni buone a malvagie a seconda di quando la trama lo richiede, con una risoluzione fin troppo rapida.
Un vero peccato, contando che come elemento di pericolo “fisico “, oltre a quello intangibile della perdita dei ricordi, è stato introdotto un personaggio come la Manananggal , che presenta un design accattivante e una presenza scenica terrificante, grazie anche alla colonna sonora di Nathan Matthew Davids . Non certo quanto il Lupo del Gatto con gli Stivali 2 , ma comunque d’impatto.
Animazione al servizio della storia
Se la DreamWorks ha dimostrato qualcosa in tutti questi anni è di non avere paura di osare , né con trame mature né con stili di animazione innovativi . In questo caso la “tecnica mista ” usata con Il Gatto con gli Stivali 2 e, prima ancora, Troppo Cattivi , è sfruttata al massimo: il 2D viene usato saggiamente e giocosamente per esagerare le espressioni facciali in 3D, caricaturandoli all’estremo, o per mettere in risalto dettagli, come in quei fumetti dinamici che sono i film dello Spider-Verse .
Scelta altrettanto coraggiosa è aver voluto cambiare spesso dallo “stile misto ” a quello in 2D simil-anime durante i flashback. Il tutto aiutato da una palette di colori sgargianti e diversificati e da un un ritmo rapido e dinamico, a tratti forse anche troppo , col rischio di lasciar sfuggire qualche piccolo, interessante dettaglio sullo sfondo.
Joel Crawford e Januel Mercado non si limitano a mostrare il setting, sia di luogo che di tempo, ma lasciano che il pubblico lo percepisca e lo comprenda , grazie alle usanze e persino ai modi di dire delle Filippine , i quali vengono ripetuti più volte nel corso della vicenda, in modo che il pubblico ne comprenda il significato senza che venga esplicitato. Lo stesso vale per l’atmosfera anni ’90 , grazie alle tecnologie retrò, le canzoni famose dell’epoca e il modo di vestire. Tutte aggiunte semplici ma significative che rendono il mondo più vivo e dinamico.
Originale
L’Isola dei Ricordi non è profondamente emotivo come Il Robot Selvaggio , né pacatamente dinamico come Il Gatto con gli Stivali 2 , ma come idea originale da parte della DreamWorks non è un cattivo risultato . Presenta molto più coraggio di numerose produzioni animate contemporanee, sia dal punto di vista estetico che da quello narrativo, e almeno di questo bisogna rendergliene atto.
Joel Crawford e Januel Mercado hanno dimostrato di poter fare un buon lavoro con nuove IP, per quanto potesse essere reso più semplice in alcuni aspetti, ma probabilmente ciò sarebbe andato a scapito dell’animazione. Non avranno realizzato uno dei migliori lavori della DreamWorks, ma sicuramente uno che vale la pena recuperare.
L’Isola dei Ricordi, la recensione: la DreamWorks osa troppo e troppo poco
Pros
Amicizia tra le due protagoniste adorabile e ben sviluppata
Animazione variegata e dinamica
Ambientazione filippina e atmosfera anni '90 resa in maniera intelligente e interessante
Cons
Tema del recuperare i ricordi passato in secondo piano, quando in origine sembrava essere il motore principale
Alcuni personaggi secondari sviluppati in maniera sconclusionata, tra cui l'antagonista
A volte il pacing è troppo veloce per notare alcuni dettagli interessanti in secondo piano
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