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Peaky Blinders Sesta Stagione, la recensione: Pace, infine

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Peaky Blinders Sesta Stagione, la recensione: Pace, infine 1

Peaky Blinders Sesta Stagione

8.6

SCRITTURA

8.0/10

REGIA

8.0/10

COMPARTO TECNICO

9.0/10

DIREZIONE ARTISTICA

9.0/10

CAST

9.0/10

Pros

  • Finale poetico
  • Regia quasi teatrale
  • Forse le due migliori scene dell'intera serie
  • Ottima gestione nonostante la produzione rallentata

Cons

  • Personaggi secondari poco sfruttati
  • Diverse scene eccessivamente allungate

Peaky Blinders ha raggiunto la sua sesta e ultima stagione. Dopo un percorso di produzione travagliato a dir poco, si direbbe: prima è subentrato il Covid, poi è girata voce che Steven Knight avrebbe preferito girare un film, poi si è optato nuovamente per i soliti sei episodi, poi una delle attrici principali, Helen McCrory, è deceduta nel corso della realizzazione. Tutto ciò ha causato i tre lunghi anni di attesa per vedere concluse le peripezie della famiglia Shelby. e.

Nonostante tutte queste problematiche, Netflix è finalmente riuscita a dare alle avventure della storica banda criminale di Birmingham un finale. Non uno decisivo, però, dato che dobbiamo ancora attendere il film in produzione che servirà da epilogo. Si tratta comunque del termine definitivo di una serie TV che ha fatto la storia. Ma il tempo di produzione avrà infierito sulla qualità del prodotto finale?

Un ultimo atto

La tragedia di Thomas Shelby è giunta al suo atto finale: dopo aver perso amici e famigliari, la fiducia di molti che lo seguivano e dell’opinione pubblica, sa di aver ben poco da perdere ancora. Quattro anni dopo la fine della precedente stagione, si direbbe un uomo cambiato: è astemio, non eccede alla violenza e predilige ancor di più il dialogo alle armi di quanto già non facesse precedentemente. Dovrà dunque concludere i suoi affari e chiudere i conti in sospeso. Soprattutto con suo cugino Michael, che ora lo desidera morto, e col nuovo arrivato Jack Nelson, suo nuovo rivale in affari.

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A complicare le cose, anche la famiglia Shelby sta passando un periodo travagliato: Arthur sta cadendo sempre di più nel baratro della droga, e sembra che solo Tommy lo possa salvare da sé stesso; inoltre la figlia di Tommy, Ruby, si ammala gravemente, e ciò fa supporre al capofamiglia che vi sia di mezzo una maledizione gitana.

Guerre tra bande, commerci di oppio e alcolici, politiche naziste incombenti in Inghilterra, gravi problemi famigliari. Sono questi tutti i problemi che Tommy Shelby dovrà risolvere prima della sua dipartita. Non sa quando accadrà, non sa per mano di chi o cosa, ma col peso di tutto ciò che lo circonda, pare che per l’era dei Peaky Blinders sia giunto il tramonto.

Personaggi secondari poco sfruttati

La risposta alla domanda dell’introduzione non è esattamente semplice e potrebbe essere non poco ambigua. Da una parte sì, la stagione che abbiamo ottenuto non ha il livello di qualità che avremmo sperato, o che anche Steven Knight avrebbe voluto. Ciò è ovviamente dovuto ai già citati fattori di forza maggiore. D’altra parte, però, Steven Knight si è destreggiato bene con le tempistiche allungate e le difficoltà esterne, dandoci la miglior sesta stagione che avrebbe potuto creare.

I problemi principali, fortunatamente, si trovano principalmente nei primi episodi. Tali pecche, che per buona sorte non rischiano di rendere inguardabili o anche solo meramente decenti le prime puntate, sfumano lentamente per poi svanire nell’ultima parte della stagione, che ci ha donato uno dei finali più emblematici delle moderne serie televisive.

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Proprio per questo è meglio parlare prima del difetto principale difetto, ovvero le lacune nella scrittura. Non si parla tanto del districarsi della trama principale quanto più del poco tempo dedicato a diversi personaggi secondari, sia vecchi come Ada che nuovi come Jack Nelson, di essere approfonditi. Quest’ultimo soprattutto, pareva avere un gran potenziale come nuovo antagonista di Tommy Shelby, ma alla fine si perde nell’amalgama di comprimari opposti ai suoi scopi, per non dire essere inglobato da altri come Oswald Mosley.

Risultano più interessanti personaggi come Diana o Lizzie, due donne con le quali Tommy sarà costretto a confrontarsi, per far capire a sé stesso cosa è più importante tra le due parti di sé: il Tommy Shelby legato alla famiglia o quello legato agli affari.

Nonostante tutte le difficoltà, gli attori non hanno fatto perdere ai loro personaggi un briciolo del loro carisma. Si nota l’impegno e la devozione che li ha guidati per riuscire a dare alle loro controparti la migliore interpretazione. Primo fra tutti da lodare è naturalmente Cillian Murphy, che rimane un Thomas Shelby determinato e inarrestabile, dieci volte più ora che non è annebbiato dall’alcol, ma che molte volte non nasconde le sue debolezze dovute alle perdite, e stavolta più famigliari che di affari. Paul Anderson, col suo Arthur piegato dalla dipendenza, ma non ancora spezzato, è probabilmente l’attore migliore della serie, sempre pronto a scariche adrenaliniche che ci hanno portato ad amare il suo personaggio.

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Seguono l’immancabilmente eccentrico Tom Hardy, il cui Alfie è un altro personaggio che sarebbe piaciuto vedere di più, e Anya Taylor-Joy, già incontrata quest’anno in The Northman, che, effettivamente, ha un minutaggio adatto allo studio della sua complessa Gina.

Scene teatrali

In secondo luogo, questa è senz’ombra di dubbio la stagione più “lenta” di tutte. La principale causa è da attribuirsi alle problematiche dovute alla pandemia, che ha rallentato di molto i tempi e di conseguenza abbassato la qualità non solo di questa, ma anche di altre serie che potevano risultare assai più apprezzabili, come La Ruota del Tempo. Le scene che ci vengono presentate sono girate in maniera assai più prolungata, con dialoghi più protratti, inquadrature ferme e pochi tagli di montaggio.

Tale stile dona a quest’ultima stagione un’impronta più teatrale e contribuisce a dare ai personaggi caratteristiche più realisticamente patetiche, ma molte volte sarebbe stato preferibile uno sguardo in più che una frase in più, come si confà ad un prodotto visivo di questa portata.

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Per spezzare una lancia a favore di questa lentezza, essa ha contribuito nel darci una delle scene più belle dell’intera serie, o per meglio dire due: siamo parlando di due dialoghi tra Tommy e Arthur, il primo ambientato in una cantina nel terzo episodio e il secondo, nell’ultimo episodio, nell’ufficio di Tommy. In questi casi non ci si deve lamentare troppo della lunghezza eccessiva della scena o del dialogo, poiché l’impronta artistica, o teatrale, come si è già detto, in cui sono girate tali scene, le rende talmente godibili che sarebbero potute durare l’intera puntata.

La maestria in cui i dialoghi sono stati costruiti, il peso che il passato e soprattutto l’infanzia ha in essi, il gioco di luce e ombra nel primo e la resa scenica del secondo, il modo in cui entrambe siano lo specchio l’una dell’altra, è una delle prove ulteriori che la serialità è diventata il nuovo cinema.

La poetica di un finale

Sorprendili col finale”, disse Dave McKean. Per quanto una storia possa avere i suoi problemi, per quanto sembri sconclusionata, mediocre (e tali aggettivi non sono da attribuire alla sesta stagione di Peaky Blinders), se il finale è reso egregiamente, il pubblico saprà perdonati. E Peaky Blinders ci regala infatti uno dei finali più poetici delle serie TV a cui abbiamo mai assistito. Per quanto l’inizio sia lento e doni poca attenzione nei riguardi dei personaggi secondari, più ci si avvicina al climax più si capisce chi sia il vero fulcro della storia: Tommy stesso.

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Il suo arco caratteriale nell’ultimo episodio, e soprattutto negli ultimi venti minuti, raggiunge il suo apice, e lo fa entrare in quella cerchia di personaggi, tra i quali fa parte anche Jackson Teller, che, messi di fronte al peso della loro vita, costretti a raccogliere ciò che hanno seminato, capiscono che tipo di persone sono. Attraverso un’epifania che ha ben pochi eguali nelle serie moderne, Tommy deve capire che è tempo di cambiare sé stessi per poter cambiare chi li circonda.

Se si presta attenzione, si noterà che l’ultima, poetica inquadratura della serie è l’esatto opposto della prima inquadratura della prima puntata. La simmetria in cui ci viene presentato Shelby, dall’inizio alla fine delle sue avventure, avviene così sia visivamente che narrativamente. Questo per concludere l’epopea di un personaggio che rimarrà nella mente di molti spettatori.

Non la fine, ma una fine

Per assistere alla vera e propria fine di Peaky Blinders dovremo attendere il film, che concluderà tutte le vicissitudini della famiglia. Ma per ora questa stagione è il finale migliore che potevamo sperare. Non per forza perfetto, ma capace di concludere l’odissea di Thomas Shelby. Un personaggio che abbiamo imparato ad amare e odiare, come lui ha amato e odiato nel corso della sua vita. Un uomo che entra di diritto tra i migliori protagonisti delle serie TV moderne. Personaggio storico o non.

Per citare le sue ultime parole sul piccolo schermo, che potrebbero essere anche quelle del tale personaggio storico, “Pace, infine”.

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Fin da bambino sono sempre stato appassionato di due cose: i romanzi fantasy e il cinema, passioni che ho coltivato nel mio percorso universitario, laureandomi al DAMS Crescendo hoi mparato a coltivare gli amori per i videogiochi, i fumetti e ogni altra forma di cultura popolare. Ho scritto per magazine quali Upside Down Magazine e Porto Intergalattico, e ora è il turno di SpaceNerd di sorbirsi la mia persona!
Sono un laureato alla facoltà DAMS di Torino, con tesi su American Gods e sono in procinto di perseguire il master in Cinema, Arte e Musica.

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