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Recensione MANK (Netflix): Il miglior film dell’anno?

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Recensione MANK (Netflix): Il miglior film dell'anno? 1

MANK

0.00
9.2

COMPARTO TECNICO

9.0/10

CAST

10.0/10

SCRITTURA

9.0/10

REGIA

10.0/10

DIREZIONE ARTISTICA

8.0/10

Pros

  • Citazioni al cinema classico
  • Biopic sincero e diretto
  • Tecnicamente nostalgico

Cons

  • Non comprensibile da tutti

Mank: l’approdo di David Fincher sulle piattaforme streaming

“La vita di un uomo non si può spiegare con una sola parola.
E’ questa una delle ultime frasi del giornalista Jerry Thompson alla fine di Quarto Potere, nonché forse la più significativa dell’intera pellicola, che, tuttavia, viene contraddetta pochi secondi dopo dallo stesso film in uno dei finali più famosi della storia del cinema. Ma, forse, tale affermazione rimane vera, forse una parola non basta davvero per riassumere un’intera vita, le sue vicissitudini, le scelte e conseguenze apportate e subite da una persona.

Eppure, come ha dimostrato Orson Welles nella sua opera più gargantuesco, un film può riuscirci, nonostante il film Netflix in questione faccia uscire dalla bocca del suo personaggio principale la frase: “Non si può raccontare la vita di un uomo in due ore”.

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Allo stesso modo, a ottant’anni di distanza da Quarto Potere, ci ha provato David Fincher (pluripremiato regista di Seven, Fight Club e The Social Network) con il suo più recente lavoro, Mank. Soprattutto in quest’ultimo film, riconosciuto da molti come il suo capolavoro, il regista ha cercato di riprodurre la vita di Herman J. Mankiewicz nei giorni nostri e non si può dire che il successo non sia arrivato.

Ultimamente sempre più registi e sceneggiatori stanno muovendosi sulla piattaforma streaming Netflix, sia perché ormai c’è meno gente che va al cinema sia perché le grandi case di distribuzione commissionano sempre meno artisti capaci. Se si aggiunge che Netflix offre completa libertà agli artisti, non c’è da sorprendersi della mole di prodotti creati. L’abbiamo visto con Scorsese, Kaufman, Cuaròn, i fratelli Coen e con lo stesso David Fincher. Orson Welles non ne sarebbe stato assolutamente soddisfatto, anzi, probabilmente avrebbe nuovamente preso le redini di una casa e avrebbe persuaso il suo CEO a dargli carta bianca per riportare il pubblico davanti al grande schermo.

Ma questo non è il caso del moderno Fincher, che in Mank cerca di riportare in vita la sceneggiatura di suo padre Jack, scomparso nel 2003, sull’epopea dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz negli anni ’30, il quale scrisse proprio la sceneggiatura di Quarto Potere. La produzione di questo film è stata a dir poco travagliata: Fincher padre, infatti, aveva iniziato a collaborare con la Polygram negli anni ’90, la quale però non aveva intenzione di girare un film con uno stile registico simile, ovvero volutamente antiquato, con Kevin Spacey e Jodie Foster come attori principali, entrambi da poco vincitori della statuetta d’oro rispettivamente per Seven e Il Silenzio degli Innocenti.

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La vita di un uomo

All’inizio si potrebbe pensare che Mank s’incentri esclusivamente su questo: su come Mank abbia elaborato la stesura di quella che è stata sia la magnum opus e sia la pecora nera della RKO, approfondendo il suo conflittuale rapporto con Welles e su come i due si divisero successivamente. E nei primi minuti il film pare proprio mostrare ciò ma poi prende una strada diversa, decisamente apprezzata.

Allo stesso modo in cui Quarto Potere è un resoconto della vita di un uomo attraverso l’utilizzo del flashback scaturito da reminiscenze ed epifanie, qui si mostrano i dieci anni precedenti all’accettazione dell’incarico della RKO, di come Mank, prima di conoscere Welles, abbia stretto amicizia proprio con l’uomo che sarebbe diventato la fonte d’ispirazione per la creazione di Charles Foster Kane, il magnate William Randolph Hearst, e della sua splendida e volubile Marion Davies.

A ciò, è collegato il rapporto di Mank con la società e la politica americana in quegli anni bui della Grande Depressione e precedenti al secondo conflitto mondiale. Una storia di decadenza, di amicizie strette e infrante, due vicende parallele, una dinamica e una statica, che tuttavia sono unite sempre dall’argomento cinematografico. Perché il cinema è lo specchio della Storia con la S maiuscola.

Mank

Un film tra il classico e il moderno

Inutile dirlo, Mank non sarebbe stato lo stesso se non fosse stato girato in bianco e nero, ma il mero filtro alla visione non sarebbe al contempo bastato per avere un’esperienza completa, nonostante l’ottima fotografia e i magnifici contrasti luce/ombra che analizzano l’atmosfera quasi noir del film, e David Fincher è una persona attenta ai dettagli e che conosce molto bene il suo lavoro: l’audio, infatti, è permeato da un effetto eco così ben fatto che non si capisce se sia voluto o se effettivamente abbiano usato strumenti di registrazione antiquati.

Le musiche ovattate e soffuse sembrano uscire proprio da un film noir di quegli anni, come  Mistero del Falco, e anche i piccoli ma visibili dettagli sulla pellicola, come le bruciature di sigarette, i capelli o il rumore della bobina girata contribuiscono a dare a questo film un’estetica antiquata, ma nel senso piacevole della parola.

Se aggiungiamo anche una regia che strizza l’occhio alla vecchia guardia, con riconoscibilissime inquadrature dal basso di cui conosciamo tutti l’autore, piani medi ripresi a telecamera fissa e campi-controcampi serrati, dettagli serrati, campi sovrapposti o dialoghi recitati rapidamente e a voce alta per farsi sentire dai vecchi microfoni, è palese quanto chi abbia creato questo film sia un amante del cinema classico.

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Cast e personaggi

Il cast, ancora una volta, è una punta di diamante, a cominciare da Gary Oldman nel ruolo dell’alcolizzato ed esuberante Mankiewucz (a detta dell’attore, il ruolo più difficile della sua carriera, più anche del Dracula di Francis Ford Coppola).

Difficile non credergli: il personaggio in questione è molte cose: un alcolizzato, un uomo diviso tra la società conservatrice e la sua anima leggermente equilibrata verso il socialismo, uno scrittore serrato sul suo lavoro, oppresso però da un’industria che vuole sempre di più ciò che lui non desidera, e chi ha studiato sa come il lavoro dello sceneggiatore non sia uno dei più ripagati. Nonostante ciò, Oldman, pur non essendo fisicamente uguale alla sua controparte come altri suoi colleghi in questo lungometraggio, offre una performance perfettamente sporca, malandata, incespicante come il vero personaggio, che culmina verso il finale con un monologo irriverente e che, chissà, potrebbe conferirgli un altro Oscar.

Il resto del cast è eccellente nei suoi ruoli. Tra essi spicca Marion Davies interpretata da una brillante Amanda Michelle Seyfried o il Tywin Lannister classico Charles Dance, nel ruolo di un pacato ma deciso Hearst. Immagine della vecchia Hollywood è invece Arliss Howard nei panni di Louis B. Mayer, che agisce esattamente come un imprenditore, come un dirigente d’azienda, una persona dedita agli affari e che sa come gestire il suo mestiere. Infine, ruolo marginale ma di un eguale impatto, Tom Burke per Orson Welles.

Lode al film per non aver creato un’apologia del personaggio e non aver voluto giustificare le sue uscite e prese di posizione eccessivamente autoritarie: qui Orson è una persona che rasenta l’insensibile, che non manca di recitare anche quando parla con le persone e che cerca di persuaderle per raggiungere il suo scopo.

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Qui si deve aprire una piccola parentesi sul doppiaggio italiano: è innegabile che in questi anni esso stia vivendo un periodo oscuro, proprio a causa della continua e imperterrita domanda dello streaming, che costringe i doppiatori a orari improponibili e che crea un doppiaggio scadente, piatto e poco attoriale. Fortunatamente qui non è il caso: Netflix Italia dimostra che, quando vuole, sa come dirigere i suoi doppiatori: Stefano De Sandro è tanto sporco ed eccentrico, per non citare il termine usato nel film “buffone di corte”, quanto Oldman e Domitilla D’Amico ha la sua classica voce altezzosa e melodica che ben accompagna il carattere della Davies.

Un film troppo perfetto?

In sè, insomma, Mank parrebbe perfetto. Tuttavia è proprio questa eccessiva bellezza che non gli fa raggiungere la vetta: è palesemente un film per intenditori, per chi ha già una conoscenza della storia del cinema superiore alla media, i cinefili universitari o autodidatti acculturati. Dà molte cose per scontato, non cerca di tenere per mano lo spettatore e accompagnarlo in una mostra delle pellicole degli anni ’30 e ’40, neanche per una mezz’oretta. Non è un film che tutti possono capire e ancor meno persone lo potranno apprezzare.

David ha voluto onorare suo padre con un tributo al cinema nella sua epoca classica, con citazioni e rimandi allo studio system che oggi pochi possono comprendere. Se la scrittura avesse aggiunto qualche spiegazione in più, ma non tanto da cadere nella trappola delle esposizioni durante i dialoghi, sarebbe stato un film eccellente. Ai cinefili, però, dispiacerà di meno non poter vedere un film come questo in sala, con attrezzature ed atmosfera degne di questo nome.

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Per chi invece si è già fatto le ossa con quest’argomento, chi mastica manuali vecchi di cinquant’anni o più, chi non ha paura di sorbirsi la cinematografia della RKO, questo film risulterà una goduria, una valanga di nostalgia attraverso la modernità, nella speranza che, nonostante tutti i difetti delle piattaforme streaming, si possa sfornare da esse la prossima generazione di cineasti.

Il miglior film dell’anno? Forse. Forse Netflix, assieme a “Sto pensando di finirla“, potrebbe contendersi da sola il podio tra le poche ma eccezionali pellicole di questo triste anno.

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Fin da bambino sono sempre stato appassionato di due cose: i romanzi fantasy e il cinema, passioni che ho coltivato nel mio percorso universitario, laureandomi al DAMS Crescendo hoi mparato a coltivare gli amori per i videogiochi, i fumetti e ogni altra forma di cultura popolare. Ho scritto per magazine quali Upside Down Magazine e Porto Intergalattico, e ora è il turno di SpaceNerd di sorbirsi la mia persona! Sono un laureato alla facoltà DAMS di Torino, con tesi su American Gods e sono in procinto di perseguire il master in Cinema, Arte e Musica.

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