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Michiko & Hatchin: l’anime più sottovalutato di sempre?

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Michiko & Hatchin: l'anime più sottovalutato di sempre? 1

Michiko & Hatchin

9.3

COMPARTO TECNICO

10.0/10

CAST

9.0/10

SCRITTURA

8.5/10

REGIA

9.0/10

DIREZIONE ARTISTICA

10.0/10

Pros

  • Personaggi caratterizzati
  • Animazione fluida
  • Splendida colonna sonora
  • Ambientazione suggestiva
  • Trama semplice ma coinvolgente

Cons

  • Qualche episodio filler

Fa male. Fa molto male che una tale opera non sia conosciuta o apprezzata come dovrebbe. Fa male che, molte volte, chiunque si ritenga un grande appassionato di anime, anche solo degli ultimi anni, non abbia mai sentito parlare di questa serie. Perché Michiko & Hatchin, serie anime del 2008 di 22 episodi creata da Sayo Yamamoto (La donna chiamata Fujiko Mine, Yuri on Ice) e prodotto dalla Manglobe, è un piccolo capolavoro. Forse non il miglior anime mai realizzato, ma sicuramente meritevole di un’attenzione maggiore di quella assai povera che ha adesso.

Nelle bollenti e malfamate regioni del Sud America, la piccola Hana viene seviziata dalla sua famiglia adottiva. Un giorno la bambina viene rapita da Michiko Malandro, attraente donna intenta a riportare la bambina da suo padre, Hiroshi Morenos, una sua vecchia fiamma. La fuorilegge chiama la bambina Hatchin, diminutivo giapponese di Hana, e le due iniziano un viaggio nel quale dovranno imparare a fidarsi l’una dell’altra, mentre cercano di ritrovare Hiroshi. Per riuscire a trovarlo sono disposte a tutto, anche a chiedere informazioni al criminale più pericoloso del Paese, Satoshi Batista. Nel frattempo, sulle loro tracce ci sarà la poliziotta Atsuko Jackson, una specie di Zenigata al femminile intenzionata a catturare la donna.

Michiko hatchin anime sayo yamamoto

Michiko e Hatchin: una storia di due sorelle

Come si evince, il punto focale non è tanto la trama quanto il rapporto tra le due protagoniste. Queste sono due personaggi molto simili e al contempo diversi: entrambe hanno vissuto una vita difficile e hanno dovuto lottare per sopravvivere, seppur una per molto meno tempo, e ciò le ha rese molto impulsive e a volte scontrose. Tuttavia mentre Michiko è preoccupata per la vita della piccola Hatchin, la bambina vuole tentare in tutti i modi di ritrovare suo padre, per avere una speranza di una vita migliore di quella che aveva sofferto fino ad allora.

Litigano, si perdonano, si amano, si odiano, ma in fondo hanno bisogno l’una dell’altra. Da perfette sconosciute arriveranno ad allacciare un rapporto da sorelle, o anche da madre e figlia. Interessante notare che nel primo episodio Michiko dice apertamente di essere la madre di Hana, ma tale fatto non è mai confermato o smentito negli episodi successivi. Ma diciamoci la verità, non avrebbe la minima importanza saperlo o meno, perché il legame di sangue non basta per fare una famiglia.

L’ambiente è molto attuale, seppur si capisca sia fittizio: una specie di Brasile creato ex-novo, con bande di assassini, favelas, prostitute e squallidi quartieri malfamati. La stessa Yamamoto si è detta affascinata e al contempo spaventata da quei luoghi nei quali aveva fatto un viaggio diversi anni prima, e ciò le aveva dato lo spunto per creare la storia. Stona un po’ che qualunque personaggio incontrato abbia nome giapponese e cognome latino americano, ma è una sottigliezza trascurabile, come i personaggi italo-giapponesi in B: The Beginning.

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Scrittura e comparto tecnico

La colonna sonora è curata dal Maestro Shinichiro Watanabe (Cowboy Bebop, Samurai Champloo, Terror in Resonance), il quale non si smentisce mai: il suo stile jazz contornato da sfumature pop e a tratti psichedeliche e oniriche si sposa perfettamente con la storia e le tematiche affrontate, e contribuisce a dare all’anime un sapore più autoriale. Non per nulla questo grandioso regista ha più volte affermato che, nei suoi lavori, dà molta importanza alla colonna sonora, più di quanto lo faccia la media dei registi nipponici, e lo si può vedere nelle altre sue opere.

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Come in Lupin III (ironico che la Yamamoto ne abbia diretto un’intera stagione) e Cowboy Bebop, la serie non segue una storia lineare, quanto più delle storie autoconclusive. Ognuna ha una tematica a sé stante, ma non si dimentica mai quale sia il suo fine. Ognuno dei 22 episodi si prende il suo tempo, con dialoghi ricchi di silenzi, campi larghi che abbracciano quest’ambiente ricco di atmosfera e anima.
Il passato dei personaggi è presentato attraverso l’utilizzo sempre frequente di flashback, senza per forza bisogno di raccontare i fatti in dialoghi inutili. Ciò porta lo spettatore ad empatizzare più facilmente con le protagoniste, contando anche il fatto che persone simili potrebbero tranquillamente esistere.

L’animazione è a dir poco incredibile. I movimenti sono fluidi e dinamici, i disegni sono puliti ed i colori variegati e scintillanti come se fossero stati appena laccati, qualcosa di maestoso per un’opera del 2008, ed impressionante ancora oggi, i tratti dei personaggi sono assai realistici per un’opera animata. Esempio forse eccessivo ma veritiero: il seno di Michiko.

[…] il modo in cui sembra non indossi il reggiseno. Ma non come si vede tipicamente negli anime, cioè quei seni idealizzati, che somigliano più a dei sederi; i suoi cadono in modo abbastanza naturale. […]
(Sayo Yamamoto, 2017)

Anche il doppiaggio è stato reso assai bene, seppur sia preferibile la versione in DVD della Dynit, poiché presenta dialoghi non censurati.

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Un anime da vedere

Ora, la domanda sorge spontanea: con tutti questi pregi, com’è possibile che tale anime sia così sottovalutato?
I motivi sono molteplici. Sarà per l’ambientazione e le tematiche troppo realistiche, sarà perché il pubblico non ha interesse per un meisaku moderno, sarà perché sono notabili le prese di ispirazione da altri anime. Come detto prima, fa quasi male che per questi, e forse altri motivi, molti ancora non lo conoscano. Fatto sta che Michiko & Hatchin resta una vera e propria perla nel mondo dell’animazione nipponica degli ultimi anni che chiunque dovrebbe vedere, per gustarsi un viaggio di sopravvivenza, fiducia, amicizia e soprattutto di famiglia.

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Fin da bambino sono sempre stato appassionato di due cose: i romanzi fantasy e il cinema, passioni che ho coltivato nel mio percorso universitario, laureandomi al DAMS Crescendo hoi mparato a coltivare gli amori per i videogiochi, i fumetti e ogni altra forma di cultura popolare. Ho scritto per magazine quali Upside Down Magazine e Porto Intergalattico, e ora è il turno di SpaceNerd di sorbirsi la mia persona! Sono un laureato alla facoltà DAMS di Torino, con tesi su American Gods e sono in procinto di perseguire il master in Cinema, Arte e Musica.

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