Dopo il grande successo delle serie crime Breaking Bad e Better Call Saul , con Pluribus lo showrunner Vince Gilligan ritorna al genere che lo ha formato: la fantascienza . Dopotutto la sua prima palestra nel campo della scrittura e della produzione è stata X-Files . Misteri legati a invasioni aliene sono state il suo pane quotidiano per anni, e ora finalmente si trova a dirigere un’opera di genere con tutti i poteri decisionali del caso.
Per farlo cambia il suo campo di battaglia: dal palinsesto AMC a quello Netflix , Pluribus sbarca su Apple TV+ , sito non certo famoso come l’ultimo citato, o anche prime video , ma che ultimamente sta producendo dei gioielli come Scissione e, speriamo si potranno annoverare tra essi, gli adattamenti dei romanzi di Brandon Sanderson.
Scelta azzeccata, dato che Pluribus è diventata la serie più vista sulla piattaforma . Ma la quantità di visualizzazioni portate da un nome come quello di Vince Gilligam equivalgono alla qualità del prodotto?
Loro sono qui Un misterioso segnale proveniente dallo spazio profondo viene captato da una stazione di ricerca astronomica. Comprendendo che tale segnale può essere decodificato in un codice RNA , viene subito testato in laboratorio. Tuttavia, il risultato sfugge al controllo degli scienziati, che vengono infettati da un virus alieno . La pandemia si propaga rapidamente e, in poche settimane, quasi tutta la popolazione terrestre diventa un’unica mente collettiva , ogni individuo privo di personalità e individualità.
Quasi tutta, come si è detto, perché solo dodici persone, sparse per tutto il globo, sembrano immuni a questo virus. Una di queste, protagonista della serie, è Carol Sturka , scrittrice di romantasy di successo residente nella sempre presente Albuquerque . Gli umani/alieni non sembrano però intenzionati a ucciderla, anzi, sono accondiscendenti ad ogni sua richiesta e desiderio, almeno finché non troveranno il modo per comprendere cosa rende lei e gli altri immuni e riparare a questo danno.
Carole, perciò, dovrà di rimando capire come convincere i suoi nuovi concittadini che quello che stanno facendo è sbagliato, mettersi d’accordo con gli altri sopravvissuti e, possibilmente invertire il processo e far tornare il mondo come era prima.
Nulla di nuovo ma nulla di male “Tornerete a nascere in un mondo imperturbato, libero dall’angoscia, dalla paura, dall’odio “, questa una delle battute più famose della seconda trasposizione de L’Invasione degli Ultracorpi , del 1978. Impossibile non notare le somiglianze tra Pluribus e questo classico della fantascienza. Non servirebbe neanche elencare tutti gli altri prodotti fantascientifici da cui Vince Gilligan ha preso spunto per creare questa sua opera.
Tuttavia, più di tutti, è proprio dall’Invasione degli Ultracorpi che il regista prende ispirazione, rielaborandone l’idea per il nuovo millennio e modernizzandone uno dei messaggi chiave. Il voler conquistare la Terra non tramite armi a raggi laser, astronavi da guerra e armi di distruzione di massa, ma tramite un contagio . E, quando questo non funziona, una sincera propensione alla gentilezza.
Questi alieni non sono propriamente malvagi, come sarebbero potuti essere rappresentati in un prodotto mainstream degli anni ’80. L’inquietudine perenne provata da noi spettatori proviene dalla sua semplicità: la morbosa gentilezza degli alieni nel corpo degli umani, i lunghi silenzi dovuti alla loro accondiscendenza, in cui larghi sorrisi mascherano la pericolosità della semplice minaccia del far entrare nella mente alveare, il perdere la propria identità e libero arbitrio.
Perdere sé stessi nel Pluribus Ne vale davvero la pena? Continuare ad essere sé stessi, con i propri difetti, i porpri pregiudizi, le proprie ansie, paure e, in generale, difetti? Accettare le guerre, i crimini di odio, la corruzione e vivere in un pianeta destinato a morire a causa della sovrappopolazione dell’inquinamento?
La risposta più semplice a questa domanda è si , se ciò va a scapito dell’essere ciò che siamo come umanità. Tuttavia Vince Gilligan non è un neofita, non commette l’errore di esternare il messaggio così direttamente: attraverso le dichiarazioni degli altri immuni e delle motivazioni degli stessi alieni viene sempre più messa in dubbio la moralità della fermezza di Carol. È a questo che ci viene chiesto se ne vale davvero la pena.
In una scena abbastanza significativa, si capisce che Carol, da giovane, è stata mandata da sua madre in un campo di “rieducazione ” perché omosessuale. Lei stessa ha dunque provato sulla sua pelle cosa vuol dire sentirsi obbligata ad unirsi alla massa normativa, spinta da persone che si dicono spinte a farlo “perché la amano “.
Attenzione ai dettagli Il pacing di Pluribus è l’esatto opposto di quello che ci si aspetterebbe in una serie fantascientifica post 2020. Non troveremo montaggi frenetici, battaglie spaziali o decodificazioni di codici in una corsa contro il tempo. Ma dopotutto Vince Gilligan non ci ha mai abituato a questo.
Come spesso accadeva nei suoi precedenti lavori, in un’ora di episodio succede ciò che qualsiasi altro autore avrebbe raccontato in almeno venti. Tuttavia Gilligan, come Carol, non entra certo nella massa di autori degli ultimi anni che si adoperano di una narrazione veloce e dinamica.
Egli non si è mai fatto scrupolo di farci non solo assaporare la storia, ma farne quasi parte , con una montaggio minimalista , ricco di lunghe inquadrature, in cui prevale il tempo reale . Forse l’unico episodio che esagera con questa particolarità è il settimo , ma è l’ultima cosa di cui ci dovremmo lamentare.
L’isolamento di Carol è accentuato dai primi citati lunghi silenzi, dalle inquadrature a campo lungo in cui o centinaia di persone si muovono all’unisono come una colonia di formiche mentre lei è immobile, o in cui ogni cosa è immobile mentre lei è l’unico punto in movimento.
Spesso ci ritroveremo ad assistere ad azioni di personaggi apparentemente senza scopo, per poi comprendere come esse si collegano alla storia principale. Ci sarà molta attenzione a dettagli, o singoli oggetti all’apparenza insignificanti che poi saranno il fulcro dell’azione, direttamente o indirettamente
Rhea Seehorn è a dir poco eccellente nel ruolo di Carol. Riesce a rendere credibile il suo stato d’animo altalenando sguardi di pietra nelle discussioni con gli alieni/umani e momenti di eccessiva isteria quando questi non riescono a comprendere il suo punto di vista. Nel corso della produzione di Pluribus , Vince Gillian aveva pensato ad un protagonista maschile , ma andando avanti con la realizzazione di Better Call Saul è rimasto sempre più affascinato dalla recitazione dell’interprete di Kim che, alla fine ha cambiato idea.
Unitevi a Pluribus Se Pluribus sarà capace di rivaleggiare con le precedenti perle di Vince Gilligan è ancora da vedere. Ma dopotutto abbiamo assistito all’ascesa di Better Call Saul fino a raggiungere la vetta di Breaking Bad , quindi possiamo tranquillamente aspettarci delle sorprese.
Quel che è certo è che Pluribus è una delle serie migliori del 2025 , per quanto sia per ora costituita da una sola stagione di 9 episodi. Dimostrazione, sia della qualità della serie che della quantità di spettatori che vi hanno assistito, che molto spesso anche la semplicità della narrazione, se unita ad un maestoso comparto registico, può creare qualcosa di straordinario.
Pros
Prende spunto da classici della fantascienza rimodernizzandone la morale
Giuste domande sulla morale umana e aliena senza dare una risposta diretta
Perenne senso di inquietudine in semplici atteggiamenti benevoli
Rhea Seehorn potrebbe reggere la serie sulle sue spalle
Cons
Il settimo episodio poteva durare anche venti minuti in meno
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