Hamnet, nel nome del figlio , quinto film della regista Chloé Zhao , è il suo secondo lavoro ad essere candidato agli Oscar come miglior film. Un importante traguardo per una regista che, per ora, ha avuto solo la sfortuna di partecipare alla Fase Quattro del MCU .
La regista cinoamericana ha voluto tentare un approccio più classico , trasponendo il romanzo di Maggie O’Farrell in cui viene raccontata una parte della biografia del drammaturgo più famoso al mondo , William Shakespeare. Ciò attraverso un punto di vista inusuale: quello della moglie Agnes , figura assai tralasciata nel panorama della sua vita, prendendosi le dovute libertà.
Nel nome del figlio Stratford-upon-Avon , Inghilterra. La contadina Agnes riceve le attenzioni di un giovane insegnante di latino, William . In breve i due si innamorano e iniziano la loro vita insieme.
Lei è uno spirito libero, appassionata di erbe medicinali e rituali arcani , lui un giovane innamorato della letteratura che sogna di scrivere per il teatro . Le loro anime sognatrici si legano e dal loro amore sbocciano tre vite: la primogenita Susanna e i gemelli Hamnet e Judith. William però sta facendo carriera e, da semplice conciatore per gli attori del Globe Theatre di Londra riesce a scrivere per una sua compagnia.
Durante la sua assenza, il piccolo Hamnet si ammala di peste bubbonica e purtroppo non sopravvive alla malattia. Dalla sua morte i genitori reagiscono in maniera differente: Agnes, che ha provato in tutti i modi a tenerlo in vita ed è stata con lui quando è spirato, è distrutta, quasi apatica , mentre William è costretto a tornare in città per mantenere la famiglia.
A causa di ciò Agnes arriva quasi a disprezzarlo , poiché non vede in lui il dolore che lei sta provando. Tuttavia William Shakespeare sta affrontando un dolore altrettanto gravoso, quello di non esserci stato quando suo figlio è morto. Sarà proprio il suo lavoro e soprattutto la sua nuova tragedia a permettergli di ristabilirsi agli occhi di sua moglie e sé stesso.
Hamnet e Hamlet Gran parte delle vicende del film sono tratte dai cosiddetti “anni perduti “ della vita di William Shakespeare, tra il 1585 e il 1582, di cui non abbiamo notizie certe della biografia né del drammaturgo né di sua moglie. Proprio per questo sia Maggie O’Farrell che Chloé Zhao si sono avvalse di una non piccola dose di libertà creativa per dare alla vicenda un tono più drammatico, senza intaccare la veridicità storica.
È vero che John Shakespeare era indebitato, ma non si sa se fosse anche violento. È probabile che William e Agnes (o Anne ) si fossero sposati perché lei era rimasta incinta, ma non si sa se lei fosse davvero figlia di una strega.
Ma come dice un’altra storia che omaggia William Shakespeare, le cose non devono essere accadute per essere vere .
Inoltre, i cambiamenti avvenuti non stonano per nulla con la vicenda narrata: risulta credibile che William e Agnes leghino proprio per essere degli emarginati delle loro stesse famiglie, che entrambi abbiano un legame con la natura e le leggende, e che il dolore provato da entrambi possa essere risanato proprio con una leggenda.
Altre libertà, d’altro canto, possono essere di troppo, come William che, meditando il suicidio dopo la morte del figlio, recita l’Essere o non Essere .
Sarebbe bastato un primissimo piano sul volto devastato di Paul Mescal, in silenzio, così da poterne comprendere i tumulti senza che venissero necessariamente esplicitati.
Accettare il dolore Quale lutto peggiore può esserci della perdita di un figlio ? Come si può passare oltre il suo ultimo respiro, soprattutto se quel respiro l’hai sentito tu stessa?
Chloé Zhao ha cercato di rispondere a queste domande fin troppo retoriche attraverso l’esperienza di Agnes , in primo piano, e quella di William.
Ma è proprio grazie all’elaborazione creata da William che Agnes riesce a superare la sua pena. All’inizio si pensa che non si possa oltrepassare prima il dolore, poi la rabbia e la depressione, per raggiungere infine l’accettazione attraverso un’inaspettata catarsi.
Solo perché una persona non piange non vuol dire che non soffra. Forse lo sta facendo per sembrare forte agli occhi di chi gli sta vicino per non farli cadere ancor di più nella disperazione. Forse perché lui stesso, che ha sulle spalle il peso del benessere di coloro che sono rimasti, non vuole sprofondare nell’abisso. O forse lo sta elaborando a modo suo . E uno scrittore come meglio può esprimere il suo dolore se non tramite le sue storie?
Le storie, siano esse drammi teatrali, fiabe, leggende, romanzi o anche film e videogiochi, possono aiutarci ad elaborare i nostri momenti più bui , comprendere il nostro stesso dolore. Il film in questione esplora questa tematica in maniera semplice, senza spiegarci apertamente tali metafore, ma con il classico artifizio della narrazione dentro la narrazione.
La foresta come palcoscenico Chloé Zhao riesce a farci percepire le emozioni dei personaggi grazie a lunghe inquadrature con pochi raccordi, indugiando a lungo su un sorriso, un pianto o un grido di dolore, facendocelo percepire più reale e dandoci quasi l’illusione di stare assistendo ad una rappresentazione dal vivo. Abbonderanno lunghi silenzi in cui non vi è neanche il sottofondo musicale di Max Richter .
Non sono da meno le scenografie , curate da Fiona Crombie e Alice Felton , altamente suggestive soprattutto nelle riprese della foresta tanto amata da Agnes, poi ripresa da William nella realizzazione della sua tragedia.
La selva dopotutto è sempre stata, nelle culture di tutto il mondo, un luogo di passaggio , in cui il bambino entra per superare la prova del fuoco che lo porterà all’età adulta.
Nel film il tema della foresta è altrettanto importante: è lì che, all’inizio del film Agnes incontra William la prima volta. Lì partorisce la sua prima figlia. Lì la famiglia ha la prima esperienza della morte di un loro amico. In una foresta differente, nel finale, vi è anche l’ultimo passaggio dell’elaborazione del lutto.
Una natura che abbraccia i personaggi con braccia ampie e luminose , facendoci sentire quasi al sicuro, mentre gli ambienti artificiali, scuri e claustrofobici ci chiudono con il dolore dei personaggi, il tutto ben curato dalla fotografia di Łukasz Żal .
Attori con altri attori Jessie Buckley potrebbe da sola reggere l’intero film, con una performance che non solo le fa meritare la candidatura, ma probabilmente anche la vittoria . Tutto il dolore di una madre e il suo tumulto interiore è sempre credibile, mai artificioso o esagerato.
Ma ancor più stupefacente di lei è il piccolo Jacobi Lupe nel ruolo di Hamnet, un giovanissimo attore con un futuro promettente, come predetto dalla stessa Agnes . Probabilmente avrebbe meritato anche lui una piccola candidatura come attore non protagonista , ancor di più di Paul Mescal.
Un’ulteriore menzione d’onore va a Joe Alwyn nel ruolo di Bartholomew, il fratello di Agnes, che con pochi, semplici gesti e parole riesce a creare un rapporto di profondo affetto con la sorella. Si capisce che siano cresciuti assieme, che condividano più aspetti e punti di vista, e che egli rappresenti la valvola di sfogo di Agnes quando persino William è impossibilitato.
Sognare, forse Chloé Zhao crea, con Hamnet , il suo film migliore , capace di superare anche Nomadland . Un racconto in cui l’estetica è a servizio della narrazione. Un film biografico, ma anche di finzione.
Un film sul dolore del lutto e sulla bellezza delle storie. Un film sulla natura e sull’umanità. Un film classico ma con una visione contemporanea .
Uno dei migliori film usciti quest’anno e sicuramente uno dei migliori candidati agli Oscar .
Hamnet, la recensione: Il potere delle storie
Pros
Inusuale punto di vista di Agnes in una delle vicende più importanti della vita di William Shakespeare
La recitazione di Jessie Buckley da sola vale l'intero film
Ottimo uso degli ambienti, messi in risalto dalla regia di Chloé Zhao
Toccante morale su come le storie possano aiutare a superare i momenti bui
Cons
Si poteva evitare l'Essere o non essere prima del climax
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