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Frieren, Eroi e Pedagogia

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Frieren Eroi e Pedagogia

Il titolo della prima opening di Frieren è 勇者 (yūsha), una delle tante parole in giapponese che porta il significato di “eroe”. Nello specifico, 勇 è l’ideogramma per coraggio, motivazione, mentre 者 indica genericamente una persona; quindi, si potrebbe anche tradurre letteralmente con “persona coraggiosa, di valore”. Il senso dell’intero anime sarebbe già riassumibile in questa banalissima parola, ma Frieren dimostra ogni settimana di essere molto di più: un contenitore di insegnamenti, messaggi e filosofie che rivoluziona lo storico archetipo dell’Eroe.

Negli ultimi anni, con la diffusione dei social media, siamo diventati sempre più protagonisti delle nostre vite: non osserviamo più in maniera passiva i contenuti cui siamo sottoposti, ma li produciamo e creiamo. Tale cambiamento si è inevitabilmente riflesso nelle opere di narrazione moderna: se in passato gli Eroi si configuravano come modelli di uomini valorosi e ideali, oggi sono invece molto più vicini al nostro Io. Desideriamo infatti dei protagonisti più umani e personali, nei quali poter rispecchiarci completamente. O, addirittura, siamo direttamente noi gli Eroi della storia, interagendo con la realtà dei personaggi che manovriamo.

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Questo non significa che la magia educativa del mito e del racconto sia svanita, anzi: si è evoluta. Sappiamo infatti che la mitologia ha un “portato necessariamente interminabile“, dal valore universale, che si pone oltre lo spazio e il tempo. Gli insegnamenti offerti da ogni racconto ci mettono nelle condizioni di riflettere e guardarci dentro, senza mai dar nulla per scontato.

Anzi, il mito ci permette di ritrovare la bellezza proprio in quegli elementi che riteniamo ovvi. Il suo essere sempre aperto all’interpretazione ci consente di scrivere infinite storie ed esprimere infiniti sguardi. Così, i racconti odierni non sono altro che miti moderni, attuali. Può cambiare l’ambientazione, la caratterizzazione dei personaggi o la sceneggiatura, ma il centro è sempre uno: l’uomo, con i suoi dubbi esistenziali millenari e universali.

In quest’articolo vedremo come Frieren rappresenti il modello ideale di un fantasy apparentemente tradizionale, ma sorprendentemente moderno, complesso e significativo, che scardina completamente la figura classica dell’Eroe e la trasforma. Ma prima, un po’ di contesto: come si è configurato l’archetipo dell’Eroe?

Frieren

Mitologia, narrazione, Eroe: capire oggi, guardando ieri

La narrazione come strumento universale: gli archetipi

Lo psicologo Jerome Bruner, massimo esponente del movimento di psicologia culturale, afferma in La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita (2002) che l’uomo ha da sempre l’esigenza innata e universale di raccontare storie: sarebbe dotato di un particolare tipo di funzionamento cognitivo, chiamato pensiero narrativo, che gli permette di ricostruire le esperienze della propria vita e dar loro un nuovo significato.

La moltitudine e diversità dei racconti viene immaginata dallo studioso come un insieme di iceberg che “spuntano dalla superficie del mare e, per quanto possano apparire come isole a sé stanti, esse sono in realtà nient’altro che rilievi di una configurazione sotterranea che è nel contempo circoscritta e parte di un comune disegno universale“. Esisterebbe quindi un tessuto sotterraneo e implicito di storie, nato dall’esigenza di ogni essere umano di affermarsi come soggetto pensante e teleologico.

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Anche lo psicologo Carl Gustav Jung condivide in parte quest’idea. Nell’opera Psicologia dell’inconscio (1916), sostiene che esisterebbe un luogo psichico denominato inconscio collettivo che contiene forme, simboli e archetipi che abbiano una validità universale. Quest’ultimi sono, in sintesi, delle modalità di comportamento e rappresentazione dell’essere umano ereditarie, che ricorrono nei sogni e nei racconti di ogni cultura. Christopher Vogler, sceneggiatore e specialista della narrazione, ne identifica sette:

  • Eroe: il protagonista della storia, colui che protegge e serve gli altri al costo di sacrificare sé stesso o affrontare il peggio;
  • Mentore: il maestro dell’Eroe, una figura positiva e un idolo per la sua grande esperienza e saggezza;
  • Messaggero: il portatore di cambiamenti e trasformazioni, colui che comunica all’Eroe di intraprendere il suo viaggio;
  • Guardiano della soglia: l’ostacolo che blocca momentaneamente l’Eroe nel suo cammino, proponendogli una prova o una sfida;
  • Ombra: l’antagonista o rivale dell’Eroe, che lo vuole sconfiggere o impedirgli di proseguire il viaggio;
  • Trickster: il personaggio comico, colui che cerca di strappare una risata al pubblico nel corso delle vicende;
  • Shapeshifter: il personaggio dal ruolo incerto, quello che non riusciamo a racchiudere in un ruolo preciso perché cambia forma, scopi od obiettivi.

Se Jung considerava l’archetipo come un concetto rigido e particolarmente fisso, in seguito è stato reso più flessibile. Oggi, infatti è più comune intenderlo come una funzione: uno stesso personaggio può ricoprire più archetipi contemporaneamente, oppure cambiarli nel corso del tempo. Metaphor: Refantazio riflette perfettamente questo cambiamento, che rafforza ancora di più la solidità dello schema archetipico.

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Il mito e l’Eroe: manuale di istruzioni per gli uomini del futuro

Racchiudere l’Eroe in un’unica definizione è pressoché impossibile, in quanto è sottoposto a interpretazioni soggettive e variabili nel tempo. Sappiamo che il termine deriva dal greco ἥρωςheros-, che indicava un essere posto “su un piano intermedio tra l’uomo e la divinità“. L’enciclopedia Treccani parla infatti di un “essere semidivino, al quale si attribuiscono gesta prodigiose a favore del gruppo che lo riconosce come tale“. In sostanza l’Eroe si mette al servizio di sé e degli altri, sacrificandosi per loro se necessario. È il protagonista di ogni storia, colui che si pone come un modello di uomo ideale o perfetto.

Ogni cultura e società ha i propri Eroi, le cui gesta sono documentate da racconti, leggende e miti. Con mito si intende “un racconto tradizionale, che riguarda avvenimenti accaduti in tempi molto antichi, destinato a fornire le basi dell’azione rituale degli uomini del presente e a istituire le diverse forme di azione e di pensiero, per mezzo delle quali l’uomo comprende sé stesso e il mondo circostante.”

È una forma speciale di narrazione in cui tutto è ancora possibile. È una storia infinita, universale e in continua trasformazione: fin quando esisterà l’uomo, esisterà il mito, perché è frutto di una tradizione orale plurimillenaria che ha costruito un tessuto narrativo flessibile e maneggevole.

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Il mito nasce inizialmente con lo scopo di fornire risposte ai fenomeni della natura, come il cambio delle stagioni o l’arrivo della pioggia. Il campo in cui si muove, tuttavia, non è scientifico, ma mistico ed esistenziale. Insegna che ci sono situazioni ed elementi fuori dal controllo dell’uomo, dalla potenza così grande da dover essere necessariamente opera di entità superiori, divine. Inoltre, invita l’essere umano a tendere a questa dimensione altra, a elevare il proprio spirito con rispetto e devozione verso ciò che non può essere gestito.

In un certo senso, il mito apre al sublime kantiano, a quella sensazione di stupore mista a inquietudine che proviamo quando osserviamo la natura. Ha dunque una funzione poietica ed è in grado di trasportarci in uno spazio diverso, di provocare in noi emozioni, percezioni, movimenti e sentimenti innovativi, a cui non siamo quotidianamente abituati.

Con il tempo, specialmente con l’avvento della civiltà greca, la mitologia ha introdotto racconti aventi come protagonista l’umanità. La culla della cultura Occidentale utilizzava infatti i miti come strumenti pedagogici, per educare la popolazione al raggiungimento della kalokagathìa, cioè dell’ideale di perfezione fisica e morale.

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Gli Eroi greci sono presentati come uomini abili in battaglia –Achille-, abili intellettualmente –Ulisse– o particolarmente sensibili –Ettore-. Hanno debolezze e difetti su cui lavorano durante le loro avventure e imparano sempre una lezione al termine della storia. O, al contrario, vengono puniti dagli dèi per essere stati negligenti. La perfezione dell’Eroe non si vede infatti dalle sue capacità, ma dai suoi comportamenti; è un Eroe chi rispetta ciò che il destino ha imposto per lui e chi conclude le proprie peripezie apprendendo qualcosa di nuovo.

Oggi il ruolo del mito si è parzialmente ridimensionato, a seguito del cambiamento del linguaggio con cui vengono trasmesse le storie. Per quanto la scrittura sia fondamentale per poter tenere traccia di narrazioni antiche, non consente tuttavia lo stesso livello di flessibilità dell’oralità: tende a conservare le parole e i gesti in eterno, rendendo difficili possibili cambiamenti o influssi personali.

Il nostro compito è perciò quello di recuperare la capacità del mito di essere “esperienza della possibilità di stare sulla soglia del vuoto, arrendendosi a esso, deponendo la pretesa di un pensiero che voglia prescindere dal sensibile e aprendosi a un evento che richiede contemplazione e che lascia traccia nella mente disegnando una geometria invisibile, ma ritrovabile”. Dobbiamo imparare ad abbandonare ogni concezione definitoria e categorica del mondo, spostandoci sul piano dell’indefinito, della meraviglia, della bellezza. Dobbiamo tornare a concederci la possibilità, in un mondo fatto di determinazioni. E chi meglio dell’Eroe incarna l’essere umano nel cammino verso la bellezza?

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Dal mantello allo smartphone: un Eroe più vicino alla quotidianità

Se in passato ricercavamo Eroi esemplari per le loro grandi e valorose gesta, oggi invece cerchiamo la quotidianità, nei suoi pregi e nei suoi difetti: vogliamo protagonisti che ci somigliano in tutto e per tutto, attraverso cui sentirci rappresentati. Questo perché la globalizzazione e il progresso tecnologico hanno cambiato completamente ogni aspetto della comunicazione e, soprattutto, della narrazione: poiché siamo sia fruitori sia creatori di contenuti, vogliamo auto-rappresentarci senza alcun intermediario o filtro.

Oggi ciascuno vuole essere direttamente presente e presentare la propria opinione senza alcun intermediario. La rappresentazione cede il posto alla presenza e alla co-presentazione.
-Han Byung-Chul, Nello sciame. Visioni del digitale (2015)

La massificazione della cultura, unita alla possibilità che i social network hanno dato di interagire con qualsiasi elemento pubblicato sul Web, ha portato a una serializzazione dei prodotti narrativi. Siamo passati da racconti epici e miti, finalizzati all’educazione e alla formazione dello sguardo dell’Altro, a prodotti che inseguono unicamente il profitto e il gusto dell’opinione pubblica.

Come è possibile coniugare l’impellente bisogno di sentirsi rappresentati e, al tempo stesso, ripristinare e tenere in vita la funzione poietica del mito? E come possiamo definire gli Eroi di oggi? Alcune di queste risposte possiamo ritrovarle in Frieren.

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FrierenOltre i confini del viaggio e verso il nostro mondo

Tempo e memoria come narratori

Come sappiamo, l’anime racconta il cammino di Frieren, Fern e Stark verso il Paradiso, per poter riunirsi con i vecchi compagni della maga. Anche se la trama sembra apparentemente lineare, la narrazione degli eventi è frammentaria. Ogni tappa del viaggio è un ricordo della Frieren di circa settant’anni prima, sovrapponendo due racconti così distanti ma così vicini.

La maga si pone di conseguenza come un anello di congiunzione tra passato, presente e futuro: cresce, dà un nome alle sue emozioni e impara a gestire il tempo, l’unico vero antagonista dell’opera. Frieren – Oltre la fine del viaggio insiste sul fatto che, per quanto i Demoni siano spietati e malvagi, non sono loro i veri nemici.

Il tempo è ciò che divide la maga dal resto della compagnia. Lo notiamo nel flashback particolarmente emozionante della prima stagione in cui Himmel regala un anello a Frieren: sono separati solamente da un campanile, un simbolo molto potente dello scorrere dei minuti e degli anni.

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Tempo e memoria sono contemporaneamente per la protagonista una fonte di rimpianto e di saggezza: da una parte, Frieren soffre perché si rende conto di non aver dato molta importanza al suo trascorso con la Compagnia dell’Eroe, dando per scontato che i suoi amici vivessero tanto a lungo quanto lei; dall’altra, la maga sfrutta la sua esperienza per poter facilitare il percorso nel presente e spolverare rapporti che aveva ormai chiuso da diversi secoli con alcune persone.

Come Efesto è riuscito a mutare la sua condizione di rifiuto e “gettatezza” in un’occasione di formazione, apprendendo un mestiere e divenendo fabbro, così Frieren lavora sul tempo mancato trasformandolo in tempo occupato, impiegato. Tempo e memoria conducono le fila nascoste della narrazione dell’opera. Il presente continua a chiedere consigli al passato per costruire un futuro radioso. La maga ricerca nei suoi preziosi ricordi un modo per poter nuovamente conservare i momenti che sta trascorrendo con Fern e Stark, nel tentativo di imparare che non si vive in eterno, ma ogni cosa ha un inizio e una fine.

Frieren – Oltre la fine del viaggio gioca molto sui diversi punti di vista, contrapponendo ciò che i vari abitanti dei villaggi conoscono della Compagnia dell’Eroe a ciò che invece Frieren ha vissuto sulla propria pelle.

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Himmel: un idolo bambino

L’espediente narrativo della molteplicità die punti di vista permette allo spettatore di capire che Himmel, prima di essere un valoroso guerriero, altruista e al servizio della gente, è un bambino: è a tratti impulsivo e una testa calda, ma soprattutto vanitoso e avido di attenzioni. Ama essere considerato speciale ed è principalmente per questo che aiuta le persone, non solo per una sua indole gentile. Si comporta anche in maniera infantile, come possiamo notare dalla sua passione bambinesca per l’esplorazione dei dungeon, dalla sua sbadataggine nel perdere la sua autobiografia e da tanti altri piccoli dettagli.

Un flashback molto interessante vede Himmel spendere molto tempo nello scegliere la posa più adatta per una sua scultura: l’eroe vuole che la gente memorizzi i suoi lati migliori, quelli che possono consentirgli di essere mitizzato e ricordato nei secoli a venire, anche se non sono totalmente rappresentativi della sua persona complessiva.

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Rispetto ai protagonisti della mitologia greca, i quali erano sostanzialmente perfetti fatta eccezione per un’unica ma fatale debolezza, Himmel si presenta apparentemente come un Eroe fallace, un Eroe divenuto tale per puro caso. Che cos’ha da insegnare un ragazzo così infantile e pieno di difetti? E invece è proprio in questi che troviamo la sua forza.

Lo sguardo da bambino di Himmel è un valore aggiunto alle sue grandi doti da spadaccino. Non è necessario essere stoico, cupo e misterioso: è Eroe anche chi sa cogliere la leggerezza, chi sa affrontare la vita con le risorse di un adulto ma con lo sguardo di un bambino, chi è capace di stupirsi di fronte alla meraviglia.

Stupore e meraviglia si dischiudono con le cose e nell’incontro tra due diversi che si affacciano l’uno sull’altro. Declinandosi in una direzione, in un atteggiamento di garbo e in gesti di delicatezza.
-Emanuela Mancino, A perdita d’occhio: Riposare lo sguardo per una pedagogia del senso sospeso. (2019)

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Genau: l’anti-Eroe per eccellenza

È doveroso spendere anche due parole sul freddo mago che accoglie la compagnia di Frieren nel suo villaggio distrutto sull’Altopiano del Nord. Genau si presenta in maniera opposta rispetto a Himmel: è apparentemente freddo, distaccato, calcolatore e soprattutto egoista. Eppure, decide di vegliare sui defunti nella chiesa del villaggio e di proteggerli dagli attacchi dei demoni. L’anime gioca molto nel sottolineare questa contraddizione, quasi esagerando le differenze del personaggio rispetto a tutto il resto del cast.

Nel corso degli episodi, scopriamo che Genau era accompagnato da un partner decisamente più affine all’eroe solare e vicino al prossimo, salvo poi essere ucciso da Revolte. Da lì sembra che il mago abbia cercato di chiudere il suo sguardo, o perlomeno di distoglierlo, allontanandosi da quella bontà quasi irreale come fosse un meccanismo di difesa.

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Il parallelo con il rapporto tra Frieren e Himmel e le somiglianze con la protagonista sono evidenti. Tuttavia, all’arrivo della nuova compagnia dell’Eroe, si inserisce una variabile importante: Stark, il risveglio catartico di Genau.

Il guerriero non è un Eroe così buono e gentile da risultare ingenuo o irrealistico, ma è semplicemente un essere umano che ammette i propri limiti e cerca di fare del suo meglio ogni giorno. Un Eroe vicino, vulnerabile, quotidiano.

Grazie a quest’incontro e dialogo tra due punti di vista diversi, Genau si configura come un anti-Eroe, cioè quel tipo di Eroe che non rientra nei canoni classici e stereotipati e che trova una propria strada per poter fare del bene. Si allontana dalla perfezione utopistica, capendo che anche lui, in fondo, è un Eroe nei suoi difetti. E riesce finalmente a sconfiggere Revolte insieme a Stark, chiudendo il suo tormentato cerchio. Un messaggio incredibilmente potente e, soprattutto, attuale.

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Non si smette mai di imparare

Frieren è una maga imbattuta, dal potere immenso e inquantificabile. Si è fatta strada grazie alla sua passione di collezionare grimori e nuovi incantesimi, istruendosi per tutta la vita. Tuttavia, come ben sappiamo, il sapere accademico non sempre corrisponde a una vera e propria educazione.

La maga ha un’unica debolezza: non riesce a decentrare il proprio sguardo. È apatica, quasi anaffettiva; difficilmente stringe rapporti con le persone e preferisce di gran lunga rifugiarsi nelle sue magie che socializzare. Oltretutto, dato che gli elfi vivono molto più a lungo degli umani, toccando le soglie dell’immortalità, Frieren ha una concezione del tempo completamente distorta. Per lei dieci anni sono uguali a cinquanta, così come a cento o a mille. In altre parole, non riesce mai a guardare l’Altro, a comprendere il suo vissuto e le sue emozioni.

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Questa sua lacuna emerge in modo evidente nel momento in cui i suoi amici della Compagnia dell’Eroe, seguendo il corso della vita, scompaiono uno ad uno. Saranno proprio Fern e Stark a mettere in discussione la sua esperienza e le sue credenze, aiutandola a entrare in contatto con l’Altro e a capire che non esiste soltanto un tipo di sguardo, ma molteplici.

Frieren è dunque una saggia maestra e un’allievapiù o meno– diligente allo stesso tempo; un personaggio incompiuto, in continua crescita. La maga dispende il suo sapere dato dall’esperienza e, al contempo, decostruisce il suo sistema di credenze per accogliere e abbracciare l’Altro, il suo punto di vista, le sue sensazioni. È simbolo e metafora del fatto che la vita è in continua formazione, in un lifelong learning, come si dice in ambito pedagogico. E noi, quindi, non smetteremo mai di imparare.

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Conclusione

Oltre a presentare un Eroe più concreto e meno stereotipato, Frieren – Oltre la fine del viaggio mostra con efficacia e unicità che una narrazione può essere completamente diversa a seconda del punto di vista che viene assunto. Ogni persona inserisce il proprio sguardo nelle storie, integrando o cambiando eventi già noti e tramandati da secoli.

L’obiettivo dell’opera non è raccontare la sconfitta di un nemico o le grandi imprese dei personaggi, ma narrare il viaggio interiore dei protagonisti, le loro emozioni, i loro ricordi e la loro umanità in completa armonia con un mondo fantastico. Realtà e immaginazione possono andare d’amore e d’accordo; non dobbiamo mai abbandonare la capacità di stupirci davanti alla meraviglia delle piccole cose.

Frieren – Oltre la fine del viaggio è dunque uno specchio della nostra umanità. Ci dice che tutti possiamo essere Eroi delle nostre vite, indipendentemente da quanto sia tortuoso o piatto il nostro viaggio. Ci insegna a ricercare la magia nelle piccole cose, esattamente come l’ossessione della maga per i grimori di magie insulse. Ci mostra, quindi, uno sguardo diverso, ricolmo di gratitudine per il mondo e per le persone che stanno al nostro fianco. E in un periodo storico in cui ci insegnano che l’individualismo è l’unica via per la felicità, è assolutamente necessario fruire di opere come questa.

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Sono cresciuta con pane, videogiochi, anime e arte. Comunicatrice di formazione, la mia passione per le scienze umane e il mio sguardo mi permettono di cogliere le scelte stilistiche di ogni prodotto mediatico e attribuire loro un significato più profondo.

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