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SpiderMan: Miles Morales, inclusione e immedesimazione

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Miles Morales

L’uscita del film di Spiderman: Across the SpiderVerse ha avuto un impatto fortissimo, sia nell’industria cinematografica e d’animazione, sia presso il pubblico. A distanza di un mese dalla sua distribuzione nelle sale SpiderMan: Miles Morales è ancora un argomento di tendenza nei media, dimostrando così di essere molto più di un semplice lungometraggio. Esso è infatti un prodotto moderno, fresco, che porta una rappresentazione il linea con i cambiamenti sociali che stanno avvenendo negli ultimi anni.

In questo articolo analizzeremo insieme l’inclusività dello Spiderverso nel film e nel videogioco, interrogandoci sul perché Miles Morales funziona meglio di tutti su questo tema. Preparate allora le vostre tele di ragno e oscillate con noi in questo nuovo viaggio!

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Intersezionalità, integrazione, inclusione… che confusione!

Prima di analizzare gli esempi concreti portati alla luce da SpiderMan: Miles Morales, è bene operare una chiarezza terminologica. Spesso infatti i termini “integrazione” e “inclusione” sono utilizzati erroneamente in maniera sinonimica, soprattutto ad opera dei media, ma nelle scienze umane non hanno in realtà lo stesso significato. Vediamoli insieme.

Il dizionario della Treccani si riferisce al termine integrazione come un’ “inserzione, incorporazione, assimilazione di un individuo, di una categoria, di un gruppo etnico in un ambiente sociale, in un’organizzazione, in una comunità etnica, in una società costituita” e si contrappone alla segregazione, che è invece l’esclusione delle persone da un determinato gruppo sociale. Questa parola ha quindi una valenza più fisica e concreta che non astratta: integrazione è assimilare una manciata di persone dentro un unico gruppo, un’unica categoria (le persone LGBT, le donne, gli uomini, i disabili…).

L’inclusione è invece un attività che va oltre, perché presuppone un ascolto e un approccio empatico volti a comprendere un punto di vista o uno stile di vita diverso da quello a cui siamo normalmente abituati. Essa ha alla base l’integrazione, ma l’amplifica e la porta anche sul piano intellettuale, consentendo quindi di offrire (almeno sulla carta) pari diritti e opportunità a chiunque nel rispetto delle differenze reciproche. In poche parole: l’inclusione è integrazione, ma l’integrazione non è necessariamente inclusione.

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E qui arriva anche il terzo termine che abbiamo menzionato nel titolo, intersezionalità. Pensate che si usa talmente poco che se lo scriviamo su un documento il software non lo riconosce! Questa parola è stata proposta dalla giurista e attivista Kimberlé Chrenshaw nel 1989 e si riferisce alla sovrapposizione di diverse identità sociali all’interno di uno stesso individuo. Ciò significa che non possiamo categorizzare una persona in base a un’unica caratteristica, né tantomeno possiamo ritenere che questa non influenzi le altre, soprattutto se pensiamo alle innumerevoli discriminazioni esistenti e alle diverse forme di protesta che vi si contrappongono.

Facciamo un esempio pratico per fare chiarezza: pensiamo al movimento femminista. È composto da innumerevoli donne, tutte diverse, tutte con una propria storia personale alle spalle. L’esperienza di una donna africana sarà diversa da quella di una donna europea, perché la prima subirà una discriminazione “doppia” data da un motivo di genere e da uno etnico, così come sarà diversa l’esperienza fra una donna biologica e una donna transgender o fra una donna abile e una donna disabile.

Come possiamo notare, l’attivismo non può avanzare le richieste di un solo “tipo” di donna ma deve tenere conto di tutte le sovrapposizioni possibili, portando avanti una battaglia il più intersezionale possibile. In sostanza non basta tener conto che le differenze esistano e debbano essere rispettate (inclusione), ma devono anche offrire spunti per un miglioramento sociale destinato a chiunque.

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Il discorso è sicuramente più complesso di così e noi di SpaceNerd abbiamo cercato di riassumerlo al meglio. Se desiderate approfondirlo consigliamo la lettura di questo libro che raccoglie una serie di riflessioni e interviste su questo tema a bell hooks, scrittrice e attivista afroamericana che da sempre si batte contro le ingiustizie sociali. Noi, invece, proseguiamo con il nostro viaggio in SpiderMan: Miles Morales.

SpiderMan Miles Morales: la migrazione moderna

Partiamo dall’analizzare il nostro amato beniamino: Miles Morales. In Across The SpiderVerse abbiamo potuto notare una sua crescita e maturazione psicologica più profonda di quella che ci aveva già preannunciato Into The SpiderVerse; osserviamo un ragazzo che desidera scrivere la sua storia e salvare il mondo a modo suo, senza che nessuno gli impartisca ordini. Il suo cambiamento si può interpretare con diverse chiavi di lettura, ma qui ne utilizzeremo una specifica.

Per quanto diversi spettatori possano storcere il naso, è impossibile scindere Miles dal suo background migratorio portoricano perché influenza pesantemente la sua vita. Ogni identità etnica porta infatti determinate aspettative e fatiche di cui si fanno a carico le nuove generazioni, nel rispetto del sacrificio che i genitori hanno compiuto in passato. Ecco che allora gli studi e il successo diventano l’obiettivo primario di questi ragazzi, che s’impegneranno il doppio rispetto ai coetanei natii poiché vivono in un contesto le cui regole spesso risultano in contrasto rispetto a quelle impartite dai genitori.

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Distinguiamo generalmente quattro strategie di convivenza dei migranti nel nuovo contesto di vita:

  • Resistenza culturale: il giovane rifiuta volontariamente i precetti della cultura del territorio d’arrivo, assimilando solo quelli della cultura d’origine e opponendosi al cambiamento;
  • Assimilazione: il giovane accoglie solo i precetti della cultura del territorio d’arrivo, rifiutando le proprie origini o non richiedendone un contatto;
  • Marginalità: il giovane sente di non appartenere né all’una né all’altra cultura, generando un vuoto identitario e una sensazione di smarrimento indipendentemente dal territorio in cui si trova;
  • Doppia etnicità: il giovane è consapevole della propria appartenenza meticcia e in sé convivono gli aspetti salienti di entrambe le culture, che s’influenzano in maniera interdipendente. È la situazione ideale che può fornire una buona dose di autostima e sicurezza.

Come possiamo notare, il percorso d’integrazione delle seconde generazioni è molto più complicato di quello che sembra. Senza contare che la globalizzazione ha portato a una generale rottura del patto intergenerazionale, cioè a quell’accordo sotteso non scritto secondo cui le vecchie generazioni istruiscono le nuove.

Se già è complicato per noi (pensiamo per esempio a tutte le volte che i nostri genitori ci chiedono un’informazione sull’utilizzo della tecnologia), per le famiglie migranti è ancora più amplificato: i figli delle seconde generazioni sono visti come una risorsa, un contatto e una mediazione con il contesto d’arrivo. Assistiamo a un’inversione di ruoli in cui i giovani insegnano ai propri genitori come muoversi nel nuovo territorio, grazie principalmente all’apprendimento della lingua che risulta più agevole per i bambini.

Cosa c’entra tutto questo con il nostro SpiderMan? Miles si fa carico di tutte le pressioni infuse da Rio e Jefferson: ottiene ottimi voti, cerca di entrare al college e nel videogioco fa addirittura volontariato al F.E.A.S.T. Suona come il figlio modello, altruista e intelligente che tutti vorrebbero avere, ma al contempo è un ragazzo insicuro e pieno di dubbi. Nei film quest’aspetto è evidente e anzi rafforzato dal difficile rapporto con il padre, figura chiave ed emblematica di tutte quelle aspettative che lo sovrastano.

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In Into The SpiderVerse Miles non è così interessato a frequentare una buona scuola, né a tenere una certa media scolastica ed è questa la ragione principale per cui avrà degli screzi con il poliziotto. Quando poi diventa SpiderMan le cose si complicano perché non sembra trovare le parole giuste per riferirglielo e agirà quindi perennemente di nascosto.

Sebbene l’inizio di Across The SpiderVerse sembrava porre dei buoni propositi circa il loro legame, la feroce discussione, avvenuta durante la festa di promozione di Jefferson, conferma la determinazione di Miles di voler costruire un percorso tutto suo. Quest’elemento si rifletterà poi anche nel conflitto con Miguel O’Hara e la lobby degli SpiderMan, trasformando Miles in un’anomalia proprio perché decide di ribellarsi dal loro rigido sistema di regole.

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In conclusione Miles rappresenta perfettamente quella che è la migrazione moderna e la difficile convivenza e costruzione identitaria delle nuove generazioni. Schiacciate tra un contesto culturale e l’altro, esse devono imparare a muoversi armoniosamente nel tentativo di costruire un’identità il quanto più solida e adeguata alle proprie esigenze. Devono quindi costruire la propria storia.

Everyone keeps telling me how my story’s supposed to end. Nah, Imma do my own thing.
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Jessica Drew e Peter B. Parker: uno scambio di ruolo?

Across The SpiderVerse è rivoluzionario anche per una contrapposizione particolare fra due personaggi: Peter B. Parker e Jessica Drew. L’amato Peter che abbiamo incontrato in Into The SpiderVerse, nonché mentore di Miles, è diventato nel frattempo padre di una bambina piuttosto ribelle e giocherellona, mentre Jessica è una donna in dolce attesa che combatte il crimine sulla sua fiammeggiante moto. Cosa li rende degni di nota?

La figura di Peter è già nota per essere l’elemento comico del film, perciò non dobbiamo stupirci del suo modo alquanto particolare di prendersi cura della bambina. Notiamo però una caratteristica simpatica del suo abbigliamento: indossa un accappatoio, delle pantofole e un marsupio per tenere la piccola Mayday. Quello che abbiamo descritto potrebbe benissimo rappresentare lo stereotipo di una mamma casalinga che si occupa a tempo pieno della sua famiglia, ma lo rivediamo invece su un supereroe maschio e padre. È chiaramente un messaggio molto forte di emancipazione della paternità, nonché di parità genitoriale.

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Dall’altra parte Jessica è invece una donna risoluta e forte che combatte (senza una maschera per giunta) il crimine sulla sua moto, pur essendo gravida. Lasciando perdere la veridicità e il realismo della faccenda in termini biologici, guardiamo invece quello che riesce a comunicare il suo personaggio.

Le mamme, così come tutte le donne, possono compiere qualsiasi cosa: non è la nascita di un eventuale figlio a degradarle, né uno stato di apparente debolezza come può essere la gravidanza. Possono continuare la propria vita come prima e la società dovrebbe favorire una maggiore tutela nei confronti delle neo-mamme.

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Quello che possiamo osservare è quindi un’apprezzabile inversione di ruoli, in cui ritroviamo un padre a tempo pieno e una madre potente, ferrea. SpiderMan: Across The SpiderVerse ha provocatoriamente deciso di rappresentare dei modelli diversi da quelli a cui siamo normalmente abituati, ma a cui dobbiamo aspirarci per raggiungere un’ideale parità.

Ecco che allora quello che rende un genitore tale non è il genere, ma la sua attitudine alla genitorialità e al prendersi cura del proprio figlio. Un messaggio fresco, moderno e coerente con le esigenze dei tempi attuali circa un inserimento e un accompagnamento migliore dei genitori durante la crescita dei bambini.

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Hailey Cooper: un interesse amoroso rivoluzionario

Ci teniamo ad aprire una piccola parentesi su Marvel’s SpiderMan: Miles Morales, videogioco del 2020 targato Insomniac Games. Il titolo ha mantenuto la stessa idea di intersezionalità promossa dai fumetti e dall’universo cinematografico di Miles, presentandoci diversi elementi come il murales di Black Lives Matter di cui copertina dell’articolo, una coppia LGBT amica di Miles e un interesse amoroso particolare.

Hailey Cooper è diversa dalle Mary Jane e Gwen esistite negli altri universi: anzitutto, l’amore e l’attrazione fra i due non è esplicito ma è lasciato intendere al giocatore grazie ad alcune interazioni molto dolci, ma soprattutto la writer è una ragazza sorda, doppiata dall’attrice sorda Natasha Ofili. Sebbene il suo ruolo sia senz’altro minore rispetto ad altri personaggi del gioco, ciò non toglie che rappresenta un traguardo molto importante nella rappresentazione mediatica.

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Ciò che abbiamo particolarmente gradito è la normalizzazione della lingua dei segni, un sistema linguistico che fatica a trovare studenti al di fuori delle comunità sorde. Hailey e Miles utilizzano tranquillamente l’ASL per comunicare e, mentre la prima si muove fluidamente e leggiadramente, il secondo è invece più lento e meccanico, indice del fatto che la sta ancora imparando.

Benché il portoricano sia il vero protagonista del gioco in questa situazione sembra l’opposto, perché è la writer ad avere il controllo comunicativo.

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Altro elemento non da meno è che Hailey non è mai identificata con la propria disabilità: viene invece chiamata molto spesso l’ “artista” o semplicemente Hailey. Può sembrare un elemento superfluo ma spesso chi convive con una disabilità combatte per il proprio riconoscimento identitario, che prescinde dalla propria malattia. Quante volte ci capita superficialmente di chiamare qualcuno con epiteti come “il diabetico“, “quello sulla carrozzina” o “il cieco“? Sono apparentemente innocui e descrittivi di una certa condizione, ma quando quest’aspetto comincia a pervadere sul resto delle caratteristiche di una persona può diventare un elemento di problematicità.

Non dobbiamo auto-condannarci in nome di un politicamente corretto, perché essendo umani ragioniamo per categorizzazione e ci viene più semplice racchiudere le persone in un determinato gruppo. Quello che però SpiderMan: Miles Morales ci suggerisce è di andare oltre, approfondire, avvicinarci all’altro e capire il suo punto di vista. Solo così riusciremo a costruire un dialogo funzionale a entrambe le parti e un’opportunità di arricchimento personale.

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Conclusioni

SpiderMan è da sempre un supereroe inclusivo, come possiamo vedere dal gigante universo che si è creato nel mondo dei fumetti. Lo SpiderMan di Miles Morales però ha un obiettivo più ambizioso: essere intersezionale e racchiudere nei suoi prodotti tante rappresentazioni e persone diverse, tipiche della nostra società e del pluralismo identitario che la caratterizza. Nonostante l’individualismo diffuso e la tendenza di voler ragionare solo su noi stessi e sul nostro destino, la globalizzazione ci tiene inevitabilmente legati e non possiamo pensare che la vita di qualcuno non ci possa influenzare in qualche modo. Qui abbiamo parlato di temi molto complessi sottoforma di pillole, ma siate liberi di approfondirli per essere una versione migliore di voi stessi.

Concludendo, Miles Morales è un universo globalizzato, moderno e ben riuscito che merita tutto il successo che sta ricevendo. A questo proposito, non vediamo l’ora di assistere all’uscita di Beyond The SpiderVerse!

Anyone could have gotten bitten by the spider, anyone could be under the mask.
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Sono cresciuta con pane, videogiochi, anime e arte. I miei studi e la mia passione verso le scienze umane mi permettono di guardare e giocare con uno sguardo diverso, riuscendo a cogliere molte scelte stilistiche e ad attribuire loro un significato più profondo.

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