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Burnout negli open world: cos’è e come combatterlo

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Avete mai avuto l’impressione che negli ultimi anni il mercato videoludico si sia riempito di talmente tanti titoli open world da limitare l’esperienza di noi videogiocatori e quindi soffrire di un cosidetto “burnout”?
È sempre più raro trovare un titolo che non abbia vaste mappe, spesso mal gestite, contenenti missioni che fungono più da riempitivo piuttosto che da componenti vivi del world building.

Watch Dogs Legion e Assassin’s Creed Valhalla, per esempio, dispongono di un mondo di gioco su scale completamente diverse: il primo si limita a replicare dettagliatamente una Londra futuristica che conta qualche quartiere, mentre l’altro arriva addirittura a coprire diversi paesi. Il problema di entrambi, però, sta nel fatto che per quanto questi spazi possano essere enormi ed esteticamente bellissimi, soffrono indubbiamente di una vuotezza che va al di là della densità di elementi a schermo.

Le missioni secondarie generate proceduralmente, l’inespressività di moltissimi modelli di gioco e la quantità di tempo trascorso a passeggiare attraverso questi paesaggi – e la conseguente voglia di arrivare a sbloccare un punto di viaggio rapido – distruggono quella costruzione del mondo realizzata con tanta cura quanta ne manca nel riempirlo.

Proprio parlando di Watch Dogs Legion, attraverso la lista trofei disponibile su PlayStation apprendiamo che al momento solo il 14,4% dei possessori del gioco lo ha effettivamente terminato, un dato abbastanza preoccupante che dovrebbe servire come monito nell’intraprendere un’avventura simile.

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Neanche Assassin’s Creed Valhalla eccelle in ciò, dove il 16,6% dei giocatori ha portato a termine la propria avventura con Eivor. E poi ancora Death Stranding, che riporta un 28,5%, Horizon Zero Dawn con un 34,1% e Ghost of Tsushima con un 50,1%.

Sono avventure ludicamente diverse tra loro, con mappe più o meno grandi a seconda del titolo in questione, ma che presentano, a ruota, lo stesso identico problema: il genere open world causa un punto di rottura tra giocatore e gioco, sfociando in un vero e proprio burnout.

Da cosa è causata questa scissione? Cosa ci porta alla fatidica decisione di accantonare un titolo? Come possiamo affrontare il problema affinché non si ripresenti? Cerchiamo di scoprirlo insieme!

Sindrome da burnout: quando il piacere diventa un dispiacere

Sicuramente è capitato nel corso delle nostre vite da videogiocatori di trovare un titolo talmente pieno di missioni, collezionabili, intrecci nella trama e territori esplorabili da sentirsi persi, decidendo così di non cominciarlo in partenza.

Prendendo un prestito dall’inglese, questa situazione si definisce “overwhelming” e avviene quando si è esposti a una quantità di stimoli eccessiva rispetto alla soglia di sopportazione. Quando si perpetua, parliamo di una vera e propria sindrome denominata sindrome da burnout.

Il termine si traduce con “bruciato” o “scoppiato” e si presenta per la prima volta nel 1930 nel mondo dello sport per indicare il fenomeno per cui un atleta, dopo numerosi successi, non riesce a ottenere più lo stesso risultato. È poi ripreso dalla psichiatra Maslach nel 1975 per descrivere una perdita di interesse nelle proprie attività e un esaurimento emotivo, che comportano una riduzione delle capacità dell’individuo.

La sindrome da burnout è causata da un dislivello fra le aspettative del mondo esterno e il mondo interno, in particolare all’interno di attività dov’è richiesto un impegno costante o dove mancano elementi di gratificazione personale. Si manifesta attraverso un deterioramento dell’impegno, un esaurimento emotivo e in generale una sensazione di inefficienza.

I sintomi principali sono:

  • Stanchezza;
  • Apatia;
  • Nervosismo;
  • Rabbia;
  • Risentimento;
  • Indifferenza;
  • Sensazione di fallimento.

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Trasferendo questa sindrome e la sensazione di overwhelming nell’universo videoludico, possiamo dedurre le cause per cui le persone possono bloccarsi negli open world:

  • Mappa troppo vasta che può causare la perdita del senso dell’orientamento;
  • Eccessiva presenza di missioni secondarie – oppure missioni secondarie mal caratterizzate – che impediscono di arrivare al 100% serenamente;
  • Collezionabili difficili da identificare o troppo numerosi;
  • Grind eccessivo, ma necessario, che causa deterioramento nello svolgere un’attività principale.

Approciarsi a un open world

Esattamente come succede in qualsiasi attività che richiede impegno, anche nell’approciarsi a un open world è necessario partire cauti; proprio come in un allenamento è consigliabile esercitare il proprio corpo partendo dalle basi scalando di difficoltà in modo graduale e controllato, anche il nostro viaggio in questi mondi vastissimi deve rispettare una sorta di scaletta.

Procedere con attenzione significa imparare le fondamenta del titolo senza inimicarsi immediatamente tutto ciò che abbiamo già identificato come causa principale di burnout, imparando ad accettare che anch’esse sono attività propense a costruire il mondo di gioco, ma che al contrario del viaggio principale devono rimanere attività di contorno.

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Apprezzare la calma e i colori delle terre di Hyrule, lasciarsi cullare dal rumore del vento di Tsushima e immergersi nelle terre ghiacciate norvegesi in compagnia di Eivor sono ottimi spunti per evitare un primissimo contatto col burnout che tanto ci terrorizza.

È solo quando il videogiocatore percepisce di essere entrato in sintonia con la vera anima del gioco può apprezzare tutte le attività di contorno che gli sviluppatori hanno inserito per lui.

Percepire sintonia tra videogioco e videogiocatore è il primo passo per evitare un burnout da open world.

Ed è qui che – come protagonista della propria avventura – il giocatore sarà in grado di decidere se dedicare parte del proprio tempo nel svolgere qualcosa di secondario, ma altamente utile per ottenere qualche punto esperienza in più in grado di facilitare l’esperienza generale, o procedere invece per la strada principale.

Perché l’uomo ha l’esigenza di esplorare?

La caratteristica principale di un open world è senz’altro l’esplorazione di nuovi territori della mappa, finalizzata al raggiungimento di una missione o anche solo per il piacere di camminare verso prati immensi o paesaggi sensazionali. Ma sapete che in realtà siamo gli unici animali al mondo ad aver bisogno delle novità per sopravvivere?

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La curiosità, infatti, è un istinto innato alla base dell’essere umano, favorito dall’evoluzione e connesso al bisogno di esercitare la mente. Attraverso ciò infatti gli uomini hanno saputo costruire nuovi strumenti e ampliare il loro bagaglio culturale, essenziale per evitare l’estinzione della specie e costituire invece sempre nuove sinapsi cerebrali.

Nella psicologia questa necessità di sperimentare, mettersi alla prova, migliorare le proprie abilità e competenze è chiamata need for competence. Più è alto il desiderio, più l’individuo cresce: il cervello è un organo che deve essere in costante rinnovamento, aprendosi a nuovi orizzonti e sfide sempre più complesse.

Di conseguenza aumenta anche la motivazione, cioè la spinta innescata da un bisogno che permette il raggiungimento di un obiettivo.

Il processo motivazionale è costituito da questi elementi:

  • Bisogno, cioè uno stato di mancanza che implica un riempimento e una sazietà;
  • Motivo, cioè tutto quello che porta l’individuo a intraprendere il percorso per soddisfare il bisogno;
  • Azione, cioè l’agire concreto dell’individuo;
  • Scopo, cioè la meta del processo motivazionale;
  • Soddisfazione, cioè il risultato positivo del percorso dell’individuo.

Nel caso in cui il bisogno non è stato saziato, andiamo incontro allora alla frustrazione, una situazione che impedisce od ostacola il raggiungimento dello scopo. Agisce sulle emozioni e sui sentimenti della persona, difatti il termine rappresenta anche una sensazione di avvilimento e impotenza che possiamo provare di fronte allo sconforto.

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Non c’è quindi da sorprendersi davanti alle percentuali di completamento accennate poc’anzi: la causa è quella di trovarsi davanti a un mondo di gioco che obbliga il possessore del pad a spendere ore e ore su attività secondarie mal pensate per far avanzare il nostro protagonista indipendentemente dal tipo di avventura vissuta. Se ciò inizia a creare più dispiacere che piacere, è normalissimo arrivare al tanto agognato punto di rottura causato dal burnout.

Viene dunque naturale dimostrare riluttanza nel continuare l’avventura, mettendo in atto una serie di comportamenti come il tentativo di fuggire dalla frustrazione o lo spostamento di questa verso altre persone o altri oggetti. Nel nostro caso, è proprio questo il sentimento che porta il videogiocatore ad abbandonare un open world, abbassando l’atto videoludico su un piano ben più negativo rispetto a quanto dovrebbe essere realmente.

Abbiamo descritto il processo motivazionale, ma ovviamente non è lineare come sembra. Ognuno di noi infatti può andare incontro a un conflitto motivazionale, ovvero una situazione in cui sussistono due motivazioni allo stesso momento. A volte è facilmente risolvibile, altre volte invece può sembrare un ostacolo davvero insormontabile. Vediamo insieme quali sono le tipologie principali:

  • Attrazione-attrazione: l’individuo è attratto da entrambe le motivazioni (es. “Vado avanti con la trama oppure mi concentro su questa missione secondaria che mi sembra interessante?”);
  • Repulsione-repulsione: l’individuo si trova di fronte a due motivazioni spiacevoli e deve scegliere il male minore (es. “Completo la raccolta dei collezionabili o concludo tutte le missioni secondarie, seppure entrambe le azioni siano fastidiose per me?”);
  • Repulsione-attrazione: la motivazione dell’individuo comporta aspetti positivi e negativi contemporaneamente (es. “Se concludo tutte le missioni secondarie avrò più probabilità di raggiungere il 100%, tuttavia mi allontanerò dalla trama principale per un po’ di tempo e sono davvero intrigato dalla storia”).

La curiosità nei videogiochi: quanto è importante?

La curiosità nei videogiochi è un aspetto fondamentale che determina la qualità del gameplay e l’esperienza dell’avventura nel suo complesso. L’obiettivo principale degli sviluppatori è infatti quello di tenerci incollati allo schermo e intrattenerci, stimolandoci a proseguire oltre. A volte ci riescono, altre no; ma da cosa è determinato? Quale aspetto ci stimola a provare senso di appagamento nel giocare un open world?

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A differenza di altri generi, un open world è realizzato bene non solo quando la trama e il suo inserimento in una vasta ambientazione sono ottimi, ma anche quando il contorno e la sua gestione lo sono: le missioni secondarie, i collezionabili o anche solo la presenza di una photo mode  possono stimolare la curiosità del videogiocatore e orientarlo alla scoperta del titolo a 360 gradi.

Ed è quando il mondo di gioco è vasto e ampio come quello di Ghost of Tsushima che ci ritroviamo davanti a un open world che difficilmente tende ad annoiare, con ritmi di trama sempre ben bilanciati e attività secondarie che rientrano perfettamente in quella che è la nostra missione principale: liberare l’isola dai Mongoli che l’hanno assediata.

In Death Stranding troviamo invece un rapporto diversissimo con le attività secondarie: Sam è in grado di compiere più consegne contemporaneamente, ed è proprio il gioco stesso a consigliarci di sfruttare un unico viaggio per portare a termine più di una consegna.
L’attività ludica non si ferma quindi solamente al mero “essere portapacchi”, ma anzi assume una venatura strategica che pone l’attenzione sul pianificare dettagliatamente il percorso da intraprendere e le tappe da raggiungere.

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Tutti questi elementi possono portare alla nascita di un desiderio nel videogiocatore, inteso come un sentimento di ricerca spassionata verso uno scopo deciso dalla persona stessa. La soddisfazione di questo porta ovviamente a una gratificazione personale, che spesso è uno dei motivi per cui un videogiocatore comincia a giocare. Negli open world, questa si traduce nella percentuale massima di completamento, nella totale esplorazione della mappa o nell’ottenere il trofeo di Platino/1000G.

Paradossalmente, però, questi aspetti potrebbero diventare allo stesso tempo degli ostacoli, risultando spesso e mal volentieri uno dei principali motivi per cui allontanarsi completamente dal genere, incappando in un vero e proprio burnout da open world.

Come risolvere il burnout negli open world?

Prendiamo in prestito un concetto importantissimo della mindfulness: la consapevolezza del qui ed ora. È importante svuotare la mente dalle nostre preoccupazioni per capire il significato e l’importanza delle nostre azioni; quindi, anzitutto, poniamoci delle domande molto semplici:

  • Perché sto giocando a un open world?
  • Cosa voglio imparare da questo?
  • Al momento, sono emotivamente in grado di giocare un open world?
  • Sono consapevole della ricchezza di contenuti a cui devo far fronte?
  • Sono pronto a un’esperienza che mi occuperà molto tempo?

Se la risposta a queste domande è sempre positiva, è ora di imbarcarsi nella magia degli open world con lo spirito giusto.

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Come abbiamo già citato diverse volte, la gratificazione più importante che possiamo ricevere da un gioco è senz’altro il meraviglioso 100% che compare nel nostro file di salvataggio.

Tuttavia, è importante sottolineare che proprio perché stiamo parlando di open world non è un risultato che appare con la bacchetta magica: è necessario prendersi il proprio tempo e spesso anche delle sane pause per staccare un po’ la testa dallo stesso paesaggio. Nessuno ci corre dietro: prendiamo il momento di gioco come una forma di relax.

È bene tenere in mente però che non è consigliabile far trascorrere un lasso di tempo enorme tra una sessione e l’altra, in quanto il burnout può verificarsi anche quando il videogiocatore è attratto dal nuovo, da qualcosa che possa modificare le nostre priorità, arrivando ad affermazioni come “Perché ho perso tempo in questo quando potevo giocare a quello?”.

È dunque fondamentale saper dosare bene il proprio tempo affinché il titolo non giunga a un punto di rottura tale da abbandonarlo a metà. Solo allora potremo considerare il nostro tempo definitivamente perso, e quindi essere sommersi comunque dal peso del problema in esame.

Rendete vostro quell’unico viaggio

Gli open world sono titoli molto particolari che devono essere vissuti al momento giusto e con lo stato d’animo giusto.
Non dobbiamo pretendere di concluderli in poco tempo, infatti la bellezza del genere è proprio nella sua lentezza di completamento che serve a rallentare il ritmo sfrenato delle nostre vite e a rimetterci in uno stato di tranquillità, indipendentemente da quanto la trama o i combattimenti siano incalzanti.

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Attraverso quest’articolo speriamo di avervi trasmesso il desiderio di provare o continuare un titolo open world che avete lasciato in sospeso a causa del burnout. E ricordate sempre: less is more.

SCOPRI CHI HA SCRITTO QUESTO ARTICOLO!

Sviluppatore software di professione, Simone inizia la sua carriera videoludica già dall’infanzia, crescendo nel mondo PlayStation seguendo le orme del padre. La sua saga preferita è quella di Kingdom Hearts, mentre il singolo gioco su cui ha passato più ore è Destiny.
Nonostante la sua giovane età, NightStalker si considera in tutto e per tutto un gamer a 360 gradi, sempre pronto a dire la sua su qualsiasi gioco passi per i suoi hard disk!

Sono cresciuta con pane, videogiochi, anime e arte. Sono una fan accanita della Nintendo ma ho giocato anche altri titoli come Assassin's Creed, Kingdom Hearts e Life is Strange. Con il passare degli anni mi sono appassionata anche alla psicologia, riuscendo a capire il senso di molte scelte stilistiche e a godermi pienamente ogni cosa anche da un occhio diverso.

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