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La monografia di M. Night Shyamalan- Parte 3: il grande ritorno

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Come una miniserie a puntate dal taglio documentaristico che piacciono molto alle piattaforme streaming, torniamo oggi a parlare di M. Night Shyamalan nella terza parte della nostro approfondimento dedicato al controverso regista americano di origine indiana.

A causa dei numerosi insuccessi di cui abbiamo parlato nel precedente articolo, la carriera di M. Night Shyamalan era ormai considerata segnata e anche i suoi più strenui difensori, vista la serie di fallimenti, cominciavano a perdere fiducia nel visionario regista. La sua carriera cinematografica sembrava infatti avviata verso un punto di non ritorno.

Ma è proprio quando si tocca il fondo che non si può fare altro che risalire, ed è esattamente ciò che fece Shyamalan nel 2015, quando, in soli 30 giorni di riprese e ipotecando la sua stessa casa per 5 milioni di dollari, si giocò il tutto per tutto con The Visit, film horror girato in falso stile documentaristico, sulla scia di Paranormal Activity, che, inaspettatamente, ottenne un grande successo.

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THE VISIT: Ricominciare dal fondo

Sia chiaro, The Visit non rientra certo tra i film più complessi diretti da Shyamalan, ma rappresenta senza dubbio un ritorno alle origini dopo la fase dei grandi blockbuster fallimentari. La premessa è semplice: due bambini incontrano per la prima volta i loro nonni, ma scoprono presto che questi parenti non hanno esattamente tutte le rotelle al loro posto.

Già da questo film si può notare la differenza nel modo in cui Shyamalan lavora rispetto alle regole imposte dai film pensati esclusivamente per incassare. È evidente il divertimento con cui dirige, senza grosse pretese, così come la coerenza tonale nella scrittura e nella caratterizzazione dei personaggi. Si percepisce inoltre una certa armonia con il cast, composto perlopiù da attori giovanissimi, che rende il film molto godibile. In particolare, spicca il personaggio della bambina aspirante filmmaker, che sembra rappresentare una sorta di riflessione dello stesso Shyamalan su di sé.

Va chiarito, però, che il film in sé non è un capolavoro: può risultare anche un po’ sciocco e non è adatto a tutti. Tuttavia, riesce a intrattenere e, pur non rappresentando un ritorno in grande stile, segna comunque un ritorno alle origini.

Considerando il budget ridotto e le tempistiche di realizzazione, risulta complessivamente un prodotto più che soddisfacente e, soprattutto, una ventata d’aria fresca che ha permesso a Shyamalan di rimettersi in pista, contribuendo a risollevare la sua reputazione.

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SPLIT: Il ritorno in grande stile

Se The Visit è servito come riscaldamento per il rientro in scena di Shyamalan, Split rappresenta invece il vero e proprio ritorno di fiamma. È uno dei film più tetri e disturbanti della sua cinematografia, e decisamente non adatto a tutti.

La trama si concentra sul rapimento di tre ragazze da parte di un individuo affetto da disturbo dissociativo dell’identità, interpretato da un James McAvoy in stato di grazia.

Di solito Shyamalan non è ricordato per eccellere nella direzione degli attori, ma con James McAvoy riesce sorprendentemente a lavorare in estrema sintonia, come se l’attore riuscisse a cogliere perfettamente il tipo di recitazione richiesto in ogni scena. Il risultato è una performance imprevedibile (consiglio infatti di vedere il film senza conoscere la trama) e ogni personalità interpretata da McAvoy risulta estremamente accattivante.

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Anche la scenografia sembra voler rispecchiare il disturbo del protagonista: il nascondiglio in cui vengono tenute le ragazze è composto da ambienti in legno, pietra e intonaco, elementi che riflettono le personalità eclettiche e in conflitto tra loro.

Tra il cast, una menzione d’onore va anche ad Anya Taylor-Joy, che, nel ruolo di improbabile eroina, riesce a funzionare egregiamente rispetto alle altre due ragazze imprigionate, molto più stereotipate.

Split funziona perché ripropone tutto ciò che in passato ha fatto innamorare il pubblico del cinema di Shyamalan: la capacità di raccontare storie in modo tale da tenere lo spettatore con il fiato sospeso.

Infatti, come in The Visit, anche in Split la narrazione evita le dinamiche tipiche del blockbuster con storie epiche e numerosissimi personaggi — per concentrarsi invece su un’unica location e un cast ristretto. La vicenda viene così sviluppata gradualmente, attraverso un intreccio che aumenta progressivamente la tensione. Come si vedrà, questa scelta creativa verrà riproposta più volte nei film successivi.

L’unico punto a sfavore di Split risiede nel modo in cui Shyamalan affronta il tema del disturbo: invece di trattarlo con realismo, lo trasforma quasi in un superpotere degno di un villain da fumetto.

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Oltre alle personalità mostrate nel film, infatti, emerge l’esistenza di un’ulteriore identità nascosta, nota come laBestia, che dovrebbe rappresentare la più distruttiva e pericolosa. Tuttavia, finisce per configurarsi come un vero e proprio alter ego dotato di capacità sovrumane, trasformando quello che inizialmente è un thriller psicologico in qualcosa di più vicino alla fantascienza.

Questo elemento rientra nel classico twist alla Shyamalan e, nonostante le critiche sopra esposte, rappresenta uno degli stilemi più riconoscibili e, per molti versi, più attesi del suo cinema. Inoltre, il film non si limita a un solo colpo di scena, ma ne propone addirittura due.

Un plotwist che è stato estremamente inaspettato e ha entusiasmato il pubblico, soprattutto considerando che ha coinvolto uno studio di produzione differente. Grazie a uno stratagemma voluto dallo stesso Shyamalan, è stato possibile collegare Split e Unbreakable, dando così vita a un vero e proprio universo narrativo condiviso.

Riuscirà Shyamalan a reggere il gioco con il sequel Glass?

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GLASS: come non fare un crossover

Fin dall’inizio, Unbreakable doveva essere un progetto ambizioso. David, infatti, avrebbe dovuto avere a che fare con un criminale chiamato l’Orda, la cui caratteristica principale era un disturbo di personalità multipla (suona familiare?). Tuttavia, a causa dell’eccessiva complessità, Shyamalan ritenne che Unbreakable dovesse essere una storia semplice e autoconclusiva, anche considerando che il pubblico dell’epoca non accolse il film con grande entusiasmo.

Solo anni dopo, nel pieno del suo rinnovamento artistico, il regista decise di tornare a questo progetto iniziale con Split e, ottenuto il plauso del pubblico, iniziò a lavorare attivamente su un terzo capitolo della saga di Unbreakable, pensato come il “finale” della sua trilogia supereroistica

Effettivamente, un film come Unbreakable non aveva bisogno di ulteriori sequel, ma il finale di Split generò un forte entusiasmo e la curiosità per un crossover tra i protagonisti dei rispettivi film era più che comprensibile.

Il rischio, tuttavia, era molto alto e, purtroppo, il risultato non soddisfò le aspettative.

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Per la prima volta, Shyamalan si trovava alle prese con il sequel non di uno, ma di ben due suoi film, e il rischio in questi casi è proprio quello di rovinare ciò per cui le opere originali vengono ricordate. Glass, sfortunatamente, rientra in questa casistica.

Se Unbreakable è un film autoriale che esalta il metatesto del fumetto supereroistico, Glass risulta invece un sequel più commerciale, che non offre particolari spunti di riflessione.

Più che una continuazione di Unbreakable, Glass sembra essere un seguito diretto di Split, anche perché ancora una volta James McAvoy ruba la scena in ogni sua apparizione. Allo stesso tempo, però, il film si concentra eccessivamente sulla personalità della “Bestia”, che già rappresentava l’anello più debole della sceneggiatura di Split.

Neanche Bruce Willis riesce a brillare come nelle sue precedenti collaborazioni con Shyamalan, risultando qui molto più in ombra.

Forse sarebbe stato più interessante concentrarsi sul rapporto tra Mr. Glass (il villain del primo film, interpretato da Samuel L. Jackson) e l’Orda, soprattutto considerando che i due si trovano rinchiusi nello stesso ospedale psichiatrico. David, invece, avrebbe potuto entrare in scena solo nel terzo atto, per confrontarsi con entrambi.

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In definitiva, Glass si riduce a un sequel di due grandi film, entrambi già autoconclusivi, senza riuscire ad aggiungere davvero qualcosa alle loro narrazioni. Il film prova comunque a introdurre un’idea: i poteri dei personaggi sarebbero il frutto delle loro convinzioni o disillusioni. Tuttavia, questa interpretazione finisce per contraddire quanto mostrato nei film precedenti, risultando più un espediente narrativo che un vero sviluppo tematico.

Il film, infatti, promette uno scontro finale epico sopra un grattacielo, ma in realtà i tre protagonisti trovano la loro fine in un anonimo parcheggio, per mano di una misteriosa organizzazione che si cela dietro l’apparenza di personale medico e che ha il compito di eliminare individui dotati di superpoteri.

Se Unbreakable era una fiaba supereroistica e Split un film di fantascienza mascherato da thriller, Glass, al contrario, non presenta un’identità precisa. Cerca di fondere queste due anime senza però riuscire a rendere il risultato davvero coinvolgente, per poi risolversi in un twist finale che lascia l’amaro in bocca.

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OLD: Un adattamento che manca di sostanza

Old rappresenta un caso particolare nella sua lunga filmografia, in quanto è il primo vero e proprio adattamento di Shyamalan, piuttosto che una storia originale. Il regista prende infatti spunto da Castello di sabbia, una graphic novel in cui si racconta di una spiaggia capace di far invecchiare rapidamente le persone ma purtroppo, questo film segna un ritorno a uno Shyamalan vicino ai suoi momenti peggiori, in linea con opere come The Happening.

In realtà, le problematiche non emergono subito: si parte da una premessa semplice e da un cast ben scelto, ma già a metà film, quando la permanenza sulla spiaggia comincia a far invecchiare i protagonisti, la narrazione inizia a deragliare.

I personaggi cominciano a comportarsi in maniera innaturale e poco credibile di fronte a queste circostanze e, anche a livello recitativo, la qualità cala sensibilmente. In particolare, Gael García Bernal, anche nelle scene più emotive, non riesce a trasmettere il coinvolgimento che ci si aspetterebbe, il che sorprende, considerando il suo talento e la sua capacità, dimostrata in altri ruoli, di esprimere un’ampia gamma di emozioni.

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Il film presenta inoltre alcuni buchi di trama, come la presenza di un personaggio (Brandon/Sedan) già sulla spiaggia prima dell’arrivo degli altri, ma che inizia a invecchiare allo stesso ritmo dei nuovi arrivati. Senza contare la scena in cui viene rimosso un tumore in modo estremamente irrealistico, utilizzando semplicemente un bisturi.

Una delle poche qualità del film è la regia, che risulta più ricercata e meno standardizzata rispetto ad alcune opere precedenti, con scelte visive più creative che richiamano lo stile dei primi lavori di Shyamalan.

Essendo un adattamento, va inoltre sottolineato come il film mantenga una notevole fedeltà al materiale originale, forse anche eccessiva. Questo potrebbe spiegare i comportamenti poco naturali dei personaggi, considerando la natura fortemente surreale della graphic novel.

Nell’opera originale, infatti, i bambini non si rendono conto del pericolo che corrono e neppure gli adulti vi reagiscono in modo particolarmente razionale. Questo ha senso in quanto la storia funziona come una metafora del tempo che passa: i bambini si entusiasmano nel vedere il proprio corpo crescere rapidamente, mentre gli adulti accettano il cambiamento come parte inevitabile della vita.

Nel film, però, questa componente metaforica si perde, poiché l’intento di Shyamalan è quello di trasformare la vicenda in un thriller horror, piuttosto che in una riflessione sullo scorrere del tempo.

I personaggi tentano continuamente di fuggire dalla spiaggia, invece di accettare il cambiamento, ma allo stesso tempo i dialoghi restano molto fedeli alla graphic novel. Questo crea una discrepanza: vengono mantenute le personalità dei personaggi, ma non il contesto narrativo in cui esse avevano senso, rendendo il risultato incoerente.

In definitiva, Shyamalan ha cercato di realizzare un adattamento fedele, che però finisce per contraddirsi, inserendo elementi tipici della sua filmografia che si scontrano con il fulcro del materiale originale. Resta comunque il fatto che si tratta di un tentativo interessante, anche se non del tutto riuscito.

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BUSSANO ALLA PORTA: L’Apocalisse è vicina

Bussano alla porta sembra il classico film di M. Night Shyamalan, con tutti i suoi pregi e difetti; pertanto, lo si potrebbe quasi definire un suo esercizio di stile.

In questo film, una coppia, insieme alla propria figlia, si ritira in uno chalet immerso nel bosco. A un certo punto, però, si presentano degli sconosciuti che sostengono che il mondo potrebbe finire, a meno che una delle persone presenti non venga sacrificata.

Anche qui Shyamalan si cimenta con un adattamento e forse è anche per questo che non emerge un particolare guizzo creativo. Il film rimane comunque solido, grazie soprattutto alla resa attoriale e alla costruzione della tensione, che suggerisce progressivamente la possibilità che i segni dell’Apocalisse siano reali, elemento tipico del cinema di Shyamalan.

L’attore che spicca maggiormente è Dave Bautista, che riesce a incarnare in modo estremamente credibile le emozioni di un riluttante portavoce dell’Apocalisse. Anche Rupert Grint offre una buona prova, sebbene il suo accento americano non sia del tutto convincente. Molto bene anche Jonathan Groff, che interpreta il padre dal carattere più dolce, mentre risulta più debole l’interpretazione di Ben Aldridge, il cui personaggio, più aggressivo, appare a tratti meno naturale ed eccessivo.

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Knock At The Cabin

Come accennato, la scrittura si rivela nel complesso efficace e lo spettatore potrebbe iniziare a credere ai presunti predicatori man mano che i segni dell’Apocalisse si fanno più evidenti. Tuttavia, per i protagonisti sarebbe stato forse più credibile un percorso di consapevolezza graduale, piuttosto che il cambiamento improvviso mostrato nel film.

Interessante è anche l’uso della macchina da presa: come in altre opere del regista, il film è ambientato in uno spazio limitato, ma sfrutta pienamente l’ambiente per riflettere la psicologia dei personaggi. Un esempio significativo è il fatto che i due padri non vengano quasi mai inquadrati insieme, a sottolineare le loro diverse posizioni rispetto alla fede e alla situazione che stanno vivendo.

In definitiva, Bussano alla porta è uno dei film più accessibili di Shyamalan: coinvolgente e ben costruito, ma allo stesso tempo meno incisivo e originale rispetto ad altre sue opere.

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TRAP: Un thriller alla Bugs Bunny

Trap è l’ultima fatica cinematografica di M. Night Shyamalan, in cui Cooper (Josh Hartnett) è un serial killer che accompagna sua figlia a un concerto, che si rivela in realtà una trappola organizzata dalle autorità per catturarlo e consegnarlo alla giustizia.

Il film si sviluppa quindi come una sfida tra la mente strategica di Cooper, che tenta in ogni modo di sfuggire alla polizia, e le forze dell’ordine stesse: una vera e propria caccia tra gatto e topo che alterna momenti di grande ingegno a evidenti forzature di scrittura.

Josh Hartnett è molto divertente da osservare e riesce efficacemente a passare da padre amorevole a spietato serial killer e viceversa. Anche l’ambientazione contribuisce a rendere il film interessante, soprattutto perché Shyamalan ha coinvolto sua figlia Ishana in fase creativa, in particolare per alcuni aspetti della messa in scena.

Questo concept, molto interessante e creativo, permette di sorvolare su alcune debolezze, come la recitazione di altri personaggi, spesso forzata ed eccessiva. In particolare, alcune scene risultano poco naturali, ma conoscendo lo stile di Shyamalan, è un aspetto a cui il pubblico è ormai abituato.

Una delle principali note negative riguarda però alcune scelte di sceneggiatura, soprattutto nella seconda parte, che risultano spesso poco credibili.

Come accennato, nel film sono presenti diverse falle logiche nei modi in cui Cooper riesce a eludere la polizia, quasi come se fosse dotato di capacità sovrumane. Ma nonostante tutto il film riesce a intrattenere discretamente, anche se in certi momenti ricorre a soluzioni che sfiorano il grottesco, quasi da cartone animato.

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In definitiva, Trap è un film che incarna perfettamente i pregi e i difetti del cinema di Shyamalan: brillante nelle idee, altalenante nell’esecuzione e spesso sopra le righe nelle sue scelte narrative. Non sempre funziona, anzi, in più momenti rischia di crollare sotto il peso delle sue stesse forzature, ma riesce comunque a intrattenere grazie a un concept originale, performance convincenti e una buona scrittura.

Ed è proprio questo il fascino di Shyamalan: non si può mai sapere davvero cosa aspettarsi. Tra successi e fallimenti, resta uno dei pochi registi capaci di sorprendere ancora il pubblico, nel bene e nel male.

Per questo, nonostante tutto, la curiosità per il suo prossimo progetto, Remain, resta intatta.

Ci vediamo in sala il 5 febbraio 2027.








































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Giornalista freelance e articolista a tempo perso, penso che anche i film, fumetti e videogiochi hanno qualcosa da raccontare se si scava un pò più in fondo e non ci si ferma alla semplice copertina.

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