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Videogiochi ed educazione: 5 stereotipi e 5 consigli

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Videogiochi ed educazione

Siamo nel 2026. Il progresso tecnologico sembra non avere freni; se da una parte aumentano gli strumenti e le risorse a disposizione per comprendere i cambiamenti, dall’altra dobbiamo fare i conti con la limitata natura della nostra umanità. È utopistico pretendere che tutti riescano a stare al passo rispetto alla rapidità dell’evoluzione digitale, tanto quanto è utopistico negare le trasformazioni e vivere come se fossimo ancora negli anni Ottanta.

I videogiochi rientrano pienamente in questa situazione. Negli ultimi anni stiamo assistendo a una generale riabilitazione del medium sia da parte del mercato internazionale, sia da parte della comunità scientifica, la quale sta esplorando e sperimentando le sue potenzialità soprattutto in ambito psicologico ed educativo. Tuttavia, ad oggi, questa rilettura non è accompagnata da un cambiamento dal punto di vista del sentiment collettivo: personalità di spicco, come politici ed esperti, si scagliano ancora contro i videogiochi senza una conoscenza approfondita e ricercata dello strumento, continuando inevitabilmente a diffondere paura e sgomento nella popolazione.

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La questione diventa ancora più delicata quando il medium entra nel terreno dell’educazione e, soprattutto, della genitorialità. Essere genitore è un compito difficile, a cui non si è mai preparati fino in fondo. Ciò nonostante, si riscontra un generale senso d’impotenza e una de-responsabilizzazione nei confronti delle nuove tecnologie: gli adulti, non riuscendo – o non volendo – comprendere fino in fondo gli strumenti utilizzati dai propri figli, li additano come contenitori di ogni male. Questa reazione, benché simile a quella degli anni Sessanta con l’avvento della televisione, non è ragionevole.

In quest’articolo analizzerò gli stereotipi più diffusi sul mondo videoludico e offrirò degli spunti di riflessione per poter approfondire il proprio rapporto con la tecnologia e, di riflesso, rafforzare le capacità educative in merito. La lettura è consigliata non solo ai genitori di oggi e del domani, ma anche ai figli videogiocatori, con l’obiettivo di aprire un dialogo costruttivo e edificante.

DISCLAIMER: il punto di vista adottato nel seguente articolo è quello di una figlia videogiocatrice, laureanda in una magistrale di stampo pedagogico. L’articolo non vuole in alcun modo sostituirsi alla pratica educativa o all’operato genitoriale del singolo: desidera instillare delle riflessioni e porre solo alcune indicazioni, che possono essere colte o ignorate. L’educazione è sempre una questione d’ascolto, che può essere rivolto dove lo si desidera.

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“Mio figlio è violento a causa dei videogiochi!”

Questo è forse lo stereotipo più comune e condiviso in massa da tutte le persone lontane dal mondo videoludico, nonché uno dei più complicati da scardinare. Partiamo per gradi.

Anzitutto, ridurre la diffusione di un clima violento alla sola attività sui videogiochi è sbagliato per tre motivi: primo, non è l’unico medium a trasmettere questo tipo di messaggi, perché basta guardare il TG delle 20:00 o farsi un giro tra le hit italiane di Spotify per vedere come si stia capillarmente diffondendo un linguaggio di stampo aggressivo.

Secondo, tra cultura, media e individui vige un rapporto di interdipendenza. La cultura è costituita da persone: i prodotti culturali nascono e sono influenzati dai singoli esseri umani, e a loro volta questi hanno un impatto sociale e formativo importante, anche se non ne siamo perfettamente consapevoli.

Terzo, non tutti i videogiochi sono violenti, anche se utilizzano comportamenti aggressivi. Direste mai che Super Mario, dove si picchiano continuamente esseri viventi, è diseducativo?

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Una lettura interessante sul tema viene fornita da Ethos della violenza videoludica di Elena Del Fante, che ho recensito qui. Secondo la ricostruzione storica dell’autrice, l’uomo è da sempre esposto alla violenza e ha l’esigenza di raccontarla attraverso non solo atti pratici, ma anche forme di spettacolarizzazione: pensiamo agli scontri nelle arene degli antichi Romani, ai roghi delle streghe del Seicento o alle ghigliottine pubbliche durante la Rivoluzione Francese.

“Sì Elisabetta, tutto molto bello, ma allora perché i ragazzi di oggi sono più irascibili di quelli di ieri? E perché faticano a distinguere la realtà dalla finzione? Feriscono altre persone o provocano stragi giustificandosi con i videogiochi!”

La colpa, o per meglio dire la responsabilità, non è solamente dei videogiochi. Se i giovani hanno problemi nel gestire le proprie emozioni è perché, di base, non hanno gli strumenti giusti per poter affrontare adeguatamente la propria sfera emotiva e quella degli altri. Ripamonti (2018), nell’analisi delle aree d’intervento delle politiche sociali attuali, descrive un fenomeno in crescita nelle famiglie: l’esternalizzazione della cura. Nel momento in cui gli stipendi sono sempre più bassi e inevitabilmente si deve lavorare di più per mantenersi, il lavoro educativo viene delegato a soggetti esterni, che siano babysitter, insegnanti, educatori o allenatori.

Sia chiaro: non sto facendo assolutamente una colpa ai poveri genitori d’oggi, ma è altrettanto importante essere consapevoli che l’esternalizzazione della cura rimuove un importante e insostituibile tassello nel puzzle famigliare; tassello che può costare la stabilità emotiva dei propri figli perché, in mancanza di modelli di riferimento stabili, si costruiscono da soli con quello che trovano o ricevono.

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Il consiglio è quello di curare il proprio benessere emotivo, in modo da poter essere sempre emotivamente presenti nella vita dei propri figli. Non significa né sostituirsi a loro, né stare con loro ventiquattr’ore su ventiquattro: significa trasmettere sicurezza, calma e disponibilità pur nella distanza. Il messaggio che deve passare è: “Io ti do le basi per stare al mondo; poi ti lascio camminare con le tue gambe, ma quando hai bisogno sono sempre qui ad ascoltarti.” Nel concreto, si tratta di apprendere una serie di competenze e atteggiamenti importanti, quali:

  • Gestione ottimale dello stress e delle emozioni negative;
  • Ascolto attivo non giudicante, ma costruttivo;
  • Interesse non invasivo nella vita dei propri figli, in altre parole una distanza di sicurezza;
  • Supporto nelle attività e nelle passioni dei propri figli, anche se distanti dalle proprie aspettative.

Non esistono esiti certi in educazione. Non è detto che davanti a un buon genitore ci sia sempre un buon figlio, e viceversa. Non è neanche detto che tutte le risorse messe in campo portino al loro frutto; bisogna sempre tenere a mente un certo grado di imprevedibilità, quando si tratta di persone ed esseri umani. Ma non è forse questo il rischio – e, per certi versi, la bellezza – alla base della genitorialità?

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“Mio figlio è asociale a causa dei videogiochi!”

Nell’immaginario comune, si è cementificata la convinzione che socialità e videogiochi si escludano a vicenda. Questo perché è ancora forte l’idea del nerd che si isola nella sua cameretta, con le tapparelle rigorosamente abbassate perché allergico alla luce naturale, che gioca al suo bellissimo computer seduto in una posizione innaturale sulla sedia, magari con delle lattine di Monster buttate sul pavimento.

Sarebbe interessante capire se effettivamente questo stereotipo abbia mai avuto delle basi veritiere, ma non è il punto che voglio affrontare. Il videogiocatore moderno, se così lo possiamo chiamare, non è altro che una persona qualunque, con una vita qualunque – anche gli stessi genitori che aprono Candy Crush sul telefono rientrano nei videogiocatori! – di conseguenza, la socialità rimane sempre una componente soggettiva: un individuo che gioca ai videogiochi può benissimo continuare a giocare a calcio con gli amici in cortile, come “ai vecchi tempi”; se non lo fa, è perché in primis non ha interesse.

Un altro aspetto importante da tenere in considerazione è che, con l’avvento della digitalizzazione e soprattutto di Internet, è cambiato il modo di stare insieme. La socialità non è più solamente la pizza fuori una volta a settimana o la partita a calcetto, ma è anche la sessione su Fortnite o qualsiasi gioco multiplayer, la chiamata su Discord o su VRChat per chi possiede il visore, la serata watch party per vedere qualcosa insieme. Insomma, sono nate forme alternative e digitalizzate per vivere l’amicizia e, in certi casi, anche l’amore.

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“Sì Elisabetta, ma non è la stessa cosa! Il contatto fisico è insostituibile!”

Assolutamente vero, non ho obiezioni a riguardo. Infatti non si tratta di sostituire una forma di socialità all’altra, ma di mantenere un equilibrio tra le due, e imparare a convivere con queste nuove modalità di trascorrere il tempo. Gli amici online non sono “meno amici” rispetto a quelli fisici, perché la dimensione dell’affetto non conosce confini – se fosse vincolata alla sola vicinanza, non vorremmo bene a nessuno a meno che non stia a mezzo metro di distanza da noi -. È un’amicizia vissuta in modo differente, ma non per questo meno valida rispetto ad altre forme.

Un altro aspetto certamente importante, soprattutto se i figli videogiocatori sono minorenni, riguarda i rischi del multiplayer online. È vero che, rispetto all’universo web dei primi anni Dieci, è presente una maggiore attenzione legale e mediatica a temi come catfishing, adescamento e cyberbullismo, ma è altrettanto vero che l’attività digitale di un individuo non è mai completamente sorvegliabile al 100%, nemmeno se i genitori controllano tutti i giorni il telefono o le partite dei propri figli.

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Questo tema è estremamente sensibile; ho già detto che non esistono leggi universali in ambito educativo, ma a maggior ragione su una questione così delicata. Di seguito suggerisco solo alcune piccole indicazioni, sempre sulla base della mia esperienza e di quella di persone vicine alla mia cerchia affettiva:

  • Parlare con i propri figli delle piattaforme e dei giochi che utilizzano, anche se non si conosce assolutamente niente sul mondo videoludico. È una semplice forma di tutela e monitoraggio parziale delle loro attività digitali;
  • In continuità con l’educazione emotiva affrontata precedentemente, instaurare un clima di fiducia e serenità tale da poter consentire ai figli delle confessioni o chiacchierate spontanee sulle persone che conoscono in rete;
  • Conseguentemente, eliminare ogni sorta di pregiudizio e preconcetto sui rapporti che si stabiliscono online. Attenzione: non significa non avere cautela a riguardo, ma significa non ostacolare attivamente le volontà dei propri figli.
    Partire con l’idea che sul Web sono tutti malintenzionati presuppone che i ragazzi, che magari si sono affezionati a quegli avatar su schermo, tentino qualunque cosa per dimostrare il contrario, rischiando anche di adottare strategie d’azione decisamente più pericolose del previsto senza dirvelo;
  • Mostrare interesse e desiderio di conoscenza sulle cerchie digitali dei giovani, chiedendo informazioni sugli amici giocatori, sui loro genitori e su quello che fanno al di fuori del videogioco.
    Un atteggiamento di apertura iniziale facilita non solo lo scambio comunicativo, ma anche la possibilità di sventare eventuali pericoli, perché i ragazzi da un lato si sentono valorizzati e dall’altro sono più inclini ad ascoltare i consigli che ricevono.
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“Mio figlio occupa troppo tempo nel giocare ai videogiochi!”

Le ultime tre accuse che affronterò sono in realtà saldamente collegate tra loro, perché, se il tempo per i videogiochi viene ritenuto eccessivo, allora alla base vige la considerazione che il videogiocare sia un passatempo improduttivo, che non porta ad alcun riscontro utile se non addirittura danni ai giocatori stessi.

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In questo paragrafo nello specifico, voglio affrontare il tempo speso sui videogiochi in termini quantitativi. Diversamente da quanto pensiamo, il concetto di tempo è un costrutto di natura socio-culturale: non esiste un tempo “oggettivo”, ma solo quello che come società e come individui riteniamo ben occupato e mal occupato.

La velocizzazione dei processi di produzione, dovuta a un progresso tecnologico sempre più avanzato, ci richiede oggi una rapidità di pensiero e d’azione mai vista finora. Se uniamo questa considerazione all’impellente ricerca continua del profitto, capiamo che il tempo ben speso della società occidentale odierna è quello che porta necessariamente e velocemente a un guadagno individuale. Per una lettura più approfondita sul rapporto tra tempo, produzione, etica, capitalismo e democrazia consiglio questa pubblicazione.

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“Perdere” tante ore dietro a un videogioco viene visto come un tempo speso in maniera inefficace, perché lo scopo primario dell’attività videoludica è sempre quello di divertire il giocatore. Inoltre, secondo tante persone, i ragazzi perderebbero il controllo e il raziocinio davanti agli schermi, passando periodi più lunghi rispetto a quelli “giusti” perché ipnotizzati. È bene sapere che esistono situazioni-limite e casi patologici di dipendenza dai videogiochi, ma è altrettanto importante essere consapevoli che non rappresentano la norma.

In questo caso, le strade da percorrere possono essere le seguenti:

  • Capire che il tempo speso sui videogiochi ha un valore personale e affettivo per i propri figli, anche se non si è della stessa idea;
  • Discutere insieme sul concetto di tempo e trovare una mediazione. Se per esempio per un genitore è impensabile che il figlio spenda anche solo un’ora sui videogiochi, mentre il giovane vorrebbe giocare sei ore di fila, è fondamentale cercare un terreno comune che possa soddisfare almeno parzialmente entrambe le parti;
  • Stabilire dei confini solidi, ma non rigidi. Una volta trovata la quantità di tempo “giusta”, deve essere fatta rispettare, tenendo conto di un certo grado di flessibilità: se il figlio richiede un’ultima partita prima di spegnere, non è necessario incaponirsi e arrabbiarsi; si può scegliere di concedergliela, a patto che sia solo una. Se poi diventano tre, quattro partite, allora si ritorna allo step della discussione condivisa e si ridefiniscono insieme i paletti cui sottostare.
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“Mio figlio non riesce più a concentrarsi a causa dei videogiochi!”

Il “troppo tempo” speso nei videogiochi si intreccia con la graduale riduzione delle facoltà cognitive dei videogiocatori. Sembra che più una persona videogioca, più è facilmente esposto alla perdita d’attenzione e concentrazione rispetto all’individuo medio, con delle difficoltà dal punto di vista mnemonico. Tale correlazione viene a volte sostenuta in relazione a persone neurodivergenti, come se i videogiochi fossero tra le cause dell’aumento delle diagnosi di autismo o ADHD. Non entrerò specificatamente nel merito della “crescita delle neurodivergenze” perché esula dalle mie competenze, ma mi limiterò a scardinare la correlazione in altri modi.

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È vero che i videogiochi possono compromettere le facoltà cognitive di una persona, ma anche in questo caso ci troviamo di fronte a casi-limite patologici: difatti, la medicina parla sempre di situazioni di dipendenza, esattamente come nel caso della gestione del tempo. Se il soggetto è sano, i videogiochi possono in realtà portare a degli effetti positivi a lungo termine su attenzione, percezione, memoria e decision making.

In continuità con la riabilitazione del medium da parte della comunità scientifica che ho menzionato nell’introduzione, per analisi più approfondite, rimando al testo Video Game Therapy® (2024), che presenta un’ottima disamina di tutti i numerosi studi dedicati al rapporto tra medium videoludico e apparato cognitivo. Ai fini di quest’articolo, ciò che mi interessa sottolineare è che i videogiochi vengono attivamente e quotidianamente utilizzati come strumenti di allenamento e simulazione mentale, riscontrando innumerevoli benefici.

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In sostanza, la correlazione tra perdita d’attenzione, deconcentrazione e videogiochi è stata scientificamente smentita. Non esistono ancora risposte univoche sul perché i ragazzi d’oggi facciano molta fatica in attività mentalmente complesse come lo studio; ognuno dà la colpa a uno strumento diverso: chi ai videogiochi, chi ai social media, chi all’avvento di Internet, chi allo smartphone, chi all’Intelligenza Artificiale. Probabilmente è una combinazione di tutti questi elementi, ma mi preme sottolineare che, benché i più giovani rappresentino una fascia piuttosto sensibile, non è un fenomeno che riguarda solo loro.

Una volta scardinato questo falso mito, l’unico, semplice consiglio che mi sento di dare è: se si percepisce la presenza di difficoltà cognitive nei propri figli, è doveroso e necessario rivolgersi a un centro specialistico e richiedere il parere di uno psicoterapeuta o di uno psichiatra.

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“Mio figlio non impara niente sui videogiochi, meglio i libri!”

Qui sarò decisamente più personale che scientifica. Quello che ho imparato – e imparo quotidianamente – attraverso i videogiochi non è assolutamente diverso da ciò che ho appreso con lo studio, la lettura di un libro, la visione di un’esibizione artistica o di un film, tutti prodotti culturali che consumo abitudinariamente nella mia vita.

  • Gris mi ha configurato come persona e futura professionista. Mi ha aiutata a gestire un periodo particolarmente complesso e dato un contributo importante per capire la mia direzione professionale;
  • Neva è subentrato in un altro periodo complicato e mi ha insegnato l’importanza del rapporto educativo e delle relazioni di cura. Ho rivisto in Alba e Neva il rapporto tra me e la mia cagnolina Daisy, piangendo come una fontana;
  • Con Hollow Knight ho imparato che ogni cosa ha il suo tempo e a volte lasciar andare è la scelta giusta. L’ho iniziato e mollato due volte, arrendendomi perché l’ho trovato troppo difficile e incattivendomi contro i paladini del Git Gud. A distanza di cinque anni dall’ultimo tentativo, l’ho ripreso in mano e l’ho quasi finito. Non mi definisco brava, o almeno non nella maniera richiesta dai paladini del Git Gud, ma probabilmente ho una consapevolezza diversa – e questo è sufficiente;
  • Life is Strange e Detroit: Become Human, che ho giocato nella stessa finestra temporale, mi hanno aiutata a comprendere meglio la mia sfera morale e hanno contribuito in maniera importante allo sviluppo dei processi decisionali della me adolescente;
  • Come non dimenticare l’impatto che ha avuto la saga di Persona? Ogni titolo mi ha mostrato nuovi modi di affrontare temi delicati come la morte, i lati nascosti di sé e il dolore. Senza questi giochi, le mie opinioni su questi argomenti sarebbero sicuramente molto diverse;
  • The Plucky Squire – in copertina nell’articolo – mi ha insegnato un nuovo modo di raccontare le storie e il valore di uno sguardo infantile nelle cose, inteso come atteggiamento curioso e di scoperta.

Questi sono solo alcuni esempi tra le centinaia di videogiochi che ho provato. Inoltre, ho volutamente omesso tutti quei processi impliciti stimolati dal gameplay, come: riflessi; coordinazione; gestione del tempo e delle risorse disponibili; lettura e interpretazione delle informazioni; problem solving; gestione dello stress e tanti altri.

Insomma: se lo desiderano, lasciate videogiocare i vostri figli. Vedrete che ne usciranno arricchiti da queste esperienze!

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Conclusione

Quest’articolo vuole essere non un punto d’arrivo, ma di partenza. Mi rendo conto di aver raccolto tante suggestioni complesse: la vita è già complicata di per sé, perché sforzarsi ulteriormente su questioni che magari non interessano neanche?

Qui non si tratta di essere genitori impeccabili e onnipresenti. L’educazione non deve configurarsi come performance, ma come dialogo. Winnicott, nell’elaborazione della sua teoria sull’attaccamento madre-bambino, definiva la figura materna ideale come una “madre sufficientemente buona”; non perfetta, ma presente e ricettiva nei confronti dei bisogni e della vita del suo bambino.

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Ecco, credo che essere genitori sufficientemente buoni nel 2026 significhi capire il funzionamento del mondo in cui crescono i propri figli. Contrariamente a quanto l’individualismo sfrenato ci fa pensare, non possiamo credere che ciò che facciamo in casa non abbia alcuna ripercussione all’esterno. Volente o nolente, tutto è interconnesso e interdipendente: quanto prima lo accettiamo, tanto prima riusciamo gradualmente a raggiungere quell’ideale di “genitore sufficientemente buono” e consapevole della realtà circostante.

Non ci sono certezze matematiche in educazione, ma possiamo scegliere due strade: continuare a fuggire dai cambiamenti e dai problemi dell’oggi ed evitare di affrontarli, garantendo matematicamente – qui sì – il fallimento di qualsiasi progetto educativo, oppure decidere di indagarli passo per passo, nella speranza di ottenere un risultato positivo in futuro.

Il compito dei genitori pone le sole vere basi della società, e costituisce l’unica vera risorsa a disposizione del sistema sociale di un paese per rafforzarne lo sviluppo democratico.
-Donald Winncott, The mother’s contribution to society (1957)

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Sono cresciuta con pane, videogiochi, anime e arte. Comunicatrice di formazione, la mia passione per le scienze umane e il mio sguardo mi permettono di cogliere le scelte stilistiche di ogni prodotto mediatico e attribuire loro un significato più profondo.

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