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Replaced, la recensione: la tragedia di un’intelligenza artificiale

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Replaced, rimpiazzato, questo è il titolo del gioco di Sad Cat Studios (e pubblicato da Thunderful) ed è la tragica storia di un’intelligenza artificiale, uscito su PC e su Xbox Series X|S, anche su Game Pass dal day one.

E quella di questo videogame è una storia buia e ricca di ombre che, però, come scoprirete qui nella nostra recensione, non nasconde molte pecche in troppi elementi.

Replaced - Official Launch Trailer

I cari, vecchi, futuristici anni ’80

Siamo negli anni ’80 in quel che resta di Phoenix City, negli Stati Uniti.
Il nostro avatar, noi, è un’insolita fusione fra uomo e macchina: Warren, il corpo che guideremo durante il gioco, è (era?) uno scienziato della classica megacorporation cyberpunk dai fini oscuri e dai molti segreti.
Dentro di lui, nei suoi centri nervosi, nel suo cervello, vive però anche un’altra entità. Si tratta di R.E.A.C.H. (semplificato in Reach), intelligenza artificiale avanzatissima e in grado di controllare dispositivi, armamenti e progetti militari.

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Il motore della missione di Warren e di Reach è un disastro, la devastazione che coglie il laboratorio dove i due condividevano le proprie giornate.
E da quel tracollo, da quelle esplosioni, Reach si ritrova appunto fuso con la mente di Warren. Un Warren che appare cadavere, involucro, avatar dell’IA che adesso ne controlla i movimenti e la volontà.

Attorno ai due, attorno a noi, adesso c’è solo la desolazione, l’orrore delle regioni fuori dal Muro che “protegge” Phoenix City.
Qui Reach si risveglia e da qui parte per tornare alla città, alla civiltà.

E durante questo viaggio di ritorno scopriamo man mano il mondo che ci circonda: un mondo fatto di povertà, schiavitù, ladri e bande violente, fino al mercato di organi, venduti al miglior offerente in cambio di briciole e spiccioli.

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Un classico istantaneo

Le musiche, il comparto visivo, le scelte di design sia da un punto di vista grafico, sia per quel che riguarda caratterizzazione di personaggi e luoghi, tutto concorre a dare l’idea di un passato retrofuturistico classico, come se ci trovassimo in un luogo familiare e allo stesso tempo inquietante.

Al di là dei sottofondi musicali, pur efficaci, il vero elemento di forza di Replaced è senza alcun dubbio il comparto visivo.
Pixel art che si fonde con i suoi fondali, nell’accavallarsi fra elementi bidimensionali e tridimensionali, per dare una sensazione continua di straniamento.

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E poi i colori, il design essenziale ma potente del protagonista, la vecchia auto da corsa tramutata in uno strano veicolo su binari, fino ovviamente ai personaggi che incontriamo lungo il tragitto, dai sopravvissuti (come il ribelle Tempest) ai molti nemici, come il gruppo dei Termites (le termiti).

Se dovessimo dare un voto basandoci unicamente su questi elementi di Replaced, saremmo vicini alla vetta, probabilmente. Ma, purtroppo, c’è anche il gameplay.

Il gameplay – Replaced: una battaglia dopo l’altra

Qua e là Replaced ci consente di muoverci fra le folle di sopravvissuti di Phoenix City, parlando, scoprendo, perfino portando a termine semplicissime quest (che si presentano però come delle mere fetch quest, in cui dobbiamo limitarci a scarrozzare un oggetto da una parte all’altra).

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Tuttavia, il gameplay di Replaced è ben altro.
Siamo di fronte a un classicissimo platform in 2.5D in cui si innestano combattimenti contro le orde di nemici e qualche saltuario boss.
In qualche momento ci ha perfino ricordato, con le sue sessioni di platforming, alcuni capisaldi del genere degli anni ’90 (in particolare la saga di Abe, iniziata nel ’97 con Oddworld: Abe’s Oddyssey).

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E se da un lato tutto quello che abbiamo appena elencato potrebbe essere un buon punto di partenza per un gameplay variegato e soddisfacente, nella pratica ci siamo trovati di fronte (passata la prima ora di gioco) a un gioco ripetitivo e prevedibile.

Di fatto, in Replaced abbiamo una sequenza dopo l’altra, sempre con schemi pressoché ricorrenti: platforming, nemici, platforming, doppia orda di nemici, platforming, miniboss o boss.
E così via lungo l’intera avventura.

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Certamente, ci sono segreti da scoprire, collezionabili, musiche da sbloccare, lore da approfondire, alcuni potenziamenti, però rimangono comunque elementi marginali, quando la parte più consistente del videogame di Sad Cat Studios è la ripetitività, la ricorsività, il ritorno di quanto abbiamo già visto e rivisto finora.

Sì, il titolo di per sé non dura neanche chissà quanto, orientativamente non oltre le 13-15 ore se ce la prendiamo molto comoda. Tuttavia, onestamente, avremmo apprezzato una durata pure inferiore, che ci avrebbe consentito di seguire con più attenzione e trasporto la storia, che ha comunque parecchio da dire.

Deambulando come un cadavere: due parole finali su Replaced

Come il protagonista umano Warren: come se fossimo con il pilota automatico.
È così che ci siamo sentiti in svariati momenti di Replaced: vai avanti, supera un ostacolo, schiva un colpo, fai una parata, colpisci e spara, corri, balza oltre una siepe, vai avanti, supera un ostacolo, scappa da un nemico, schiva un colpo, colpisci, corri, spara, schiva un colpo. E via di seguito per quasi l’intera avventura.

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Fino a che, come se fossimo noi stessi controllati da Reach, sotto il giogo dei riflessi e della memoria muscolare, non pensiamo davvero a ciò che stavamo facendo e vedendo.

Il che, ribadiamo, vista la trama, la storia, i personaggi, la lore nascosta e quella palesata nei dialoghi, è di sicuro, soltanto, un gran peccato.

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Replaced, la recensione: la tragedia di un’intelligenza artificiale
Gameplay e longevità
6
Comparto grafico e sonoro
9
Coerenza e cura nel dettaglio
7.5
Pros
Comparto visivo e grafico
Atmosfera cyberpunk a cavallo fra passato e futuro
World building e lore
Cons
Ripetitività di fasi di platforming e di combattimento
Alcune fasi di gameplay poco ispirate
Eccessiva prevedibilità delle fasi di gioco
7.5
VOTO

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Da giovane era già vecchio, ora che è vecchio dice di essere giovane, ha studiato storia e linguistica, ha fatto mille lavori.
E quando videogioca stessa cosa: come minimo porta avanti quattro o cinque giochi contemporaneamente, probabilmente perdendone qualcuno per strada. Ogni tanto poi si ricorda che gli piace scrivere. Quindi scrive.

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