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Indika, la recensione: nell’anima di una suora

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Ero rimasta abbastanza colpita dall’annuncio di Indika, ma allo stesso tempo dubbiosa sui suoi contenuti in quanto non avevo capito davanti a cosa mi sarei ritrovata: ho viaggiato nei panni di una suora in compagnia di un ex carcerato e non solo, perché con me ci sarà anche una voce narrante che sembrerebbe farsi sempre beffa della giovane protagonista, ossia il Diavolo.

Indika voleva trasmettermi un messaggio, era chiaro fin da subito, ma mentirei se dicessi sia stato tutto immediato. Così già nella prima ora di gioco ho cominciato a farmi domande per provare a dare una spiegazione a tutto quello che stava succedendo nel viaggio della giovane suora.

Il titolo di Odd Meter, pubblicato da 11 bit studios, è proprio questo che vuole trasmettere: “tempo al tempo”. In poco più di tre ore mi ha dato modo di rifletterci su ed arrivare ad una conclusione, riuscendo finalmente a dare un vero significato all’esperienza che ho vissuto.

INDIKA | Launch Trailer? No.

Viaggio tra il sacro e il profano

Siamo in una Russia alternativa della fine del 1800, Indika la nostra protagonista suora, è costretta a passare la sua vita chiusa all’interno di un monastero nella quale le altre sorelle la disprezzano e la obbligano a compiere mansioni futili e quasi sempre umilianti.

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Tra una mansione e l’altra, nella testa di Indika la voce del Diavolo si fa sempre più persistente cominciando a farla dubitare del suo concetto di fede e delle sue azioni. Nonostante lei provi di continuo a ribattere sulle convinzioni del demonio non riesce ad averla mai vinta, trovandosi spesso a disconnettersi totalmente dalla realtà e ad avere una sorta di allucinazioni che la portano ad umiliarsi di fronte al resto della comunità.

Dopo l’ennesima scenata avvenuta in convento, la suora verrà incaricata di recapitare una lettera in un santuario non troppo lontano dal suo monastero: mi incammino in quello che sarà il viaggio insieme al Diavolo che per tutto il viaggio prova a farsi beffa della suora, riuscendo a sottoporle interrogativi e instillarle dubbi in contrasto con le sue credenze.

Il Diavolo infatti interrogherà Indika sul concetto di fede, libero arbitrio, sull’amore e addirittura le mette a confronto animali e umani, facendo vacillare sempre di più le sue credenze attuali.

A rendere la situazione ancora più complicata è l’incontro di un ex carcerato alla ricerca di una sacra reliquia che possa curare il suo braccio ormai in cancrena.

I due si incammineranno così in un lungo pellegrinaggio, che li porterà a raggiungere il sacro luogo della reliquia per uno e la salvezza dal Diavolo che perpetua nella sua testa per l’altra, ma come ben si può immaginare non tutto a sempre un lieto fine.

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Esplorazione, enigmi e.. dubbi

Indika è un’avventura in terza persona con una forte componente narrativa che si intreccia con un atmosfera suggestiva e inquietante. Il prodotto di tale connubio crea quasi una sensazione di tensione constante, seppur il gioco non richieda chissà quale sforzo da parte del giocatore se non quello di risolvere enigmi ambientali, elemento fondamentale del gameplay.

I puzzle ambientali richiedono niente di più dell’osservazione e interazione con l’ambiente circostante per utilizzare oggetti che, combinandoli tra di loro, aiutano a superare ostacoli o creare nuove vie.

Vi sono poi i ricordi della protagonista, dei livelli a 16-bit che mettono in scena minigiochi di natura platform e/o puzzle, introdotti per intervallare il clima di tensione poco sopra citato e alleggerire così l’esperienza, ma anche comunicare quanto la vita della giovane suora potesse essere più leggera rispetto ai pensieri che l’attanagliano da adulta.

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Il tema dei 16-bit viene riportato anche nel conteggio dei punti esperienza in alto a sinistra dello schermo, punti che fino alla fine del gioco mi sono chiesta più e più volte a cosa servissero. Una volta raggiunto il punteggio richiesto il gioco dà la possibilità di avanzare di livello tramite albero delle abilità, ma anche qui mi sono trovata punto a capo, a cosa serviva esattamente l’avanzare di livello?

Mi spiego: dopo ogni compito portato a termine, acceso un cero per un quadro raffigurante divinità ortodossa o addirittura l’aver trovato oggetti legati alla sua fede il gioco ti concede punti esperienza da poter utilizzare per passare al livello successivo.

Mi sono quindi ritrovata ad esplorare ancora di più a fondo l’ambiente, alla ricerca costante di punti da ottenere per raggiungere quel fastidioso traguardo fisso lì, in alto a sinistra. Poi ho capito, i punti non sono altro che una sorta di “punti fede“, ogni volta che facevo qualcosa di “giusto” o di “buono” il gioco mi premiava.

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Ma allora cosa si cela dietro questo strano sistema di aumento di livello se di fatto non vi è alcuna utilità?

Letteralmente il nulla, se non a riflettere un concetto quotidiano e lanciare un messaggio importantissimo: al di fuori del videogioco, siamo spesso costretti a condurre e a mantenere un determinato tenore di vita, cercando sempre di raggiungere degli standard imposti dalla società e dal senso di inadeguatezza che ne deriva se non ci si comporta come richiesto.

Ed è questo che trasmettono Indika e il Diavolo lungo il viaggio, fondono il videogioco alla realtà parlando di noi e del nostro rapporto con il presente, con le persone e la società in cui viviamo.

L’armonia della tentazione

L’elemento che contribuisce a rendere Indika un videogioco pieno di inquietudine è la colonna sonora, grazie a melodie strettamente collegate alla sonorità a 16-bit e che si fondono perfettamente con la narrazione del gioco creando un senso di tensione e di disagio.

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La musica viene presentata principalmente in quattro casi, ovvero quando si sta risolvendo un’enigma, quando la vita di Indika è in pericolo, quando si sta vivendo un ricordo in pixel art e non meno importante, quando è il Diavolo a parlare.

A far da spalla al peculiare sound design è proprio quest’ultimo, il demonio che riveste un ruolo fondamentale come narratore diretto della storia, sempre presente come voce interiore della protagonista per rappresentare i suoi dubbi, le sue paure ma anche i suoi lati oscuri.

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Ma non solo: esternamente alla storia di Indika, il Diavolo può essere visto in senso più metaforico come il male generale, come la tentazione o la corruzione che albera nell’animo di ogni essere umano. La sua presenza nel corso del viaggio della suora risiede nello stuzzicare la protagonista, ma anche nel parlare direttamente con il videogiocatore, arrivando addirittura a beffarsi di noi con qualche commento ironico se per sbaglio lasciamo che la protagonista cada da un burrone morendo.

Conclusioni

Indika è uno strano viaggio, un percorso che apparentemente si rifà a temi religiosi ma che vuole segnare nel profondo chi lo gioca. La costante presenza del Diavolo è un grandissimo valore aggiunto alla narrazione perché permette di far riflettere il videogiocatore che, attraverso la Fede della suora ormai sempre più vacillante, accede a una pletora di temi sociali davvero importanti.

Nonostante il gameplay vero e proprio possa risultare ripetitivo, è davvero sbalorditivo come l’esperienza in sé riesca a lasciare un segno indelebile nel bagaglio culturale che mi porto dietro come videogiocatrice.

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GAMEPLAY E LONGEVITÀ
6.5
COMPARTO GRAFICO E SONORO
8
COERENZA E CURA DEL DETTAGLIO
8
Pros
Storia profonda e ricca di punti di riflessione
Atmosfera e colonna sonora suggestive
Esperienza breve ma significativa
Cons
Localizzazione italiana non presente
Gameplay oggettivamente ripetitivo
7.5
VOTO

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La mia passione per i videogiochi è nata circa 20 anni fa, quando per la prima volta ho preso tra le mie mani il controller della Super Nintendo. Ricordo ancora i pomeriggi passati insieme a mio padre davanti alla console per divertirci e giocare a Super Mario.
Ancora oggi, a 26 anni, i videogiochi non smettono di appassionarmi ed emozionarmi.

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