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Tekken Bloodline, la recensione: una difesa a spada tratta

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Tekken Bloodline, la recensione: una difesa a spada tratta 1

Tekken: Bloodline

4.5

Comparto Tecnico

5.5/10

Cast

5.0/10

Scrittura

5.0/10

Regia

5.0/10

Direzione Artistica

2.0/10

Pros

  • Combattimenti validi
  • Buona scrittura dei dialoghi

Cons

  • Nessun investimento emotivo
  • Sottotrame solo accennate
  • Impegno minimo per la fotografia
  • Poca personalità dei personaggi

Spesso quando si parla di cinema o di serialità audiovisiva si incontra la persona che cita “i soldi non comprano le buone idee”.

Sebbene sia generalmente d’accordo, in questo caso specifico mi sovviene una risposta un po’ diversa dal solito: “i soldi non comprano le buone idee, ma il tempo per svilupparle nel modo opportuno”.

Tekken: Bloodline è una serie anime originale Netflix, prodotta da Netflix in collaborazione con Bandai Namco e realizzata dagli studi giapponesi Studio Hibari e Larx Entertainment Co. per i modelli CGI. Per quanto riguarda Studio Hibari, si tratta di un team di professionisti di lunga esperienza, maturata in particolare su piccole produzioni anime, mentre Larx Entertainment Co. è lo studio che ha realizzato le animazioni di Kengan Ashura.

La serie è composta da 1 stagione di 6 episodi della durata di circa 25 minuti e percorre, senza adattare troppo, la trama del terzo capitolo della fortunata serie picchiaduro.

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Tekken: Bloodline, la recensione. Difesa a spada tratta

Kazama vs Mishima

Le aspettative attorno a questa serie erano molto altalenanti.

Come molte serie TV adattamento di videogiochi, la si attendeva con la certezza che non sarebbe stata una buona serie, ma la speranza, piccola piccola, in fondo al cuore, che avremmo potuto sbagliarci.

Non vorrei che il titolo dell’articolo vi traesse in inganno, Tekken: Bloodline non è una buona serie. Si tratta di un prodotto con una delle più basse cure produttive che abbia mai visto, con molte sottotrame lasciate cadere dopo essere state appena accennate, una messa in scena curata pochissimo, impegno nelle illuminazioni ai minimi storici e un generale senso di tirato via. Eppure, nonostante questo, ci sto vedendo qualcosa di buono.

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Partiamo col dire che di tutti i capitoli della saga di Tekken, il terzo è sicuramente quello che meglio di tutti si presenta adatto ad essere trasposto in audiovisivo.

Jin Kazama, giovane giapponese testa calda, vive e si allena con la madre Jun in una delle piccole isole dell’arcipelago giapponese. Jun insegna al figlio le basi del karate secondo lo stile dei Kazama, un’arte marziale votata all’autodifesa e all’uso a fin di bene, che ha il compito di far si che Jin controlli in maniera efficace la propria rabbia. Una notte, una creatura misteriosa, chiamata Ogre, piomba dal cielo sulla casa di Jin. Jun cerca di affrontarla per proteggere il figlio, ma muore nell’intento. Prima di morire, Jun dice a Jin di andare a cercare suo nonno, Heihachi Mishima.

Jin va quindi a trovare il nonno, padre di suo padre, da cui viene addestrato nello spietato stile di karate della famiglia Mishima. Jin decide di seguire l’allenamento di Heihachi per poter diventare abbastanza forte da sconfiggere Ogre e vendicare sua madre. Il torneo King Of Iron First organizzato dai Mishima è il perfetto palcoscenico per far uscire allo scoperto la bestia.

Tekken: Bloodline, la recensione. Difesa a spada tratta

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Qualche diamante in una pila di fango

Chi ha giocato Tekken 3 non troverà novità in questa trama. Tekken: Bloodline non è niente più di questo, una copia 1:1 della trama di Tekken 3, da cui viene copiata la premessa così come l’andamento del torneo che da sempre caratterizza i titoli di Tekken. L’andamento dei match del torneo è infatti copiato pari pari dalla trama ufficiale del gioco e ogni aspetto canonico della trama di Tekken 3 viene rispettata. Fin qui nulla di innovativo, ma se qualcuno ha seguito la trama di Tekken non lo ha fatto per sapere chi avrebbe vinto il torneo, ma per conoscere meglio motivazioni e caratterizzazioni dei lottatori.

Qua torniamo alla frase di apertura, perché guardando la serie, sentendo i dialoghi e notando la messa in scena di alcuni dei momenti principali della storia è palese che la serie abbia sofferto di un pesantissimo e immeritato taglio di budget. Vedendo Tekken: Bloodline si può notare un’ottima cura nella qualità dei dialoghi. Battute semplici, d’impatto, che riescono in poco tempo a esprimere i concetti fondamentali per poi dare spazio agli scontri di arti marziali.

Per quanto i dialoghi siano di buon livello, tuttavia, il quadro generale delle sottotrame lascia molto a desiderare. La cosa più interessante che avrebbe potuto essere inserita in Tekken: Bloodline era proprio una lente di ingrandimento ulteriore sulle storie e le motivazioni dei singoli lottatori. Conoscere e approfondire il perché della partecipazione dei personaggi, ma soprattutto le loro interazioni gli uni con gli altri. La serie non ci da questo.

Le sottotrame dei vari lottatori vengono appena accennate e tutto gira attorno al solo Jin e alla sua ricerca della propria identità divisa tra Mishima e Kazama. Non necessariamente un male concentrarsi su un solo personaggio protagonista, ma considerando quanto bene è stato sfaccettato Jin nel corso della serie, è un peccato che non sia stato fatto lo stesso anche con gli altri personaggi.

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Tekken: Bloodline, la recensione. Difesa a spada tratta

Sì, ma… le sottotrame?

Il problema è che Jin, per quanto sia un perfetto protagonista, non ha così tanto da dire e spesso gli stessi concetti vengono ripetuti ancora e ancora fino ad annoiare. Sarebbe stato molto meglio risparmiare un po’ di discorsi e flashback di Jin per approfondire altri personaggi a cui viene dato spazio nella serie, come Xaioyu, Hwarang, Paul e King, tutti accennati, ma mai approfonditi.

Odio ripetermi, ma è un peccato questa mancanza di contenuti, visto che per quel poco che vengono mostrati, i rapporti tra Jin, Xaioyu, Hwarang e Paul sono resi molto bene. Sarebbe stato splendido vedere un po’ più di personalità anche nei personaggi secondari.

A questi mi sento di aggiungere anche Ogre, che in questa serie è soltanto un mostro imponente che non fa altro che grugnire. Questa era l’occasione giusta per presentare Ogre come un antagonista con una personalità convincente, purché semplice, ma non ci si è neanche pensato.

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Tekken: Bloodline, la recensione. Difesa a spada tratta

Ready? …Fight!

Sotto il profilo tecnico, anche in questo caso la serie dà output altalenanti.

Da una parte abbiamo le animazioni dei personaggi e i modelli 3D, fedeli al 100% alle loro caratterizzazioni.
Tekken: Bloodline fa parlare i suoi personaggi con il corpo e, la buonissima regia di Yoshikazu Miyao (Inazuma Eleven – Ogre; Magi, Sinbad No Bouken), rende in maniera ottimale il linguaggio non verbale dei personaggi, andando ad aggiungere spessore alla loro non approfondita personalità.

Dall’altra parte c’è il problema delle illuminazioni.
Come già accennato, la cura nell’effetto di illuminazione dei personaggi è ai minimi storici. Non c’è alcun impegno nel cercare di rendere una fotografia credibile degli ambienti e il risultato è un generale appiattimento dei personaggi sullo sfondo. Tutto è illuminato con nient’altro che una generica luce di riflettore dall’alto che disegna lo stesso identico angolo di ombra sulle facce dei personaggi. Il risultato finale è quasi fastidioso per quanto tirato via.

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Un capitolo a parte va aperto per i combattimenti.
Lo studio Larx Entertainment ha già dato modo di mostrare i muscoli per quanto riguarda i combattimenti di modelli CGI in passato. Con Tekken: Bloodline, questi ragazzi hanno avuto la brillante, per quanto facile, idea di utilizzate le movenze e le mosse dei combattimenti del videogioco. Un giocatore di Tekken potrebbe senza problemi nominare ogni singolo colpo che viene portato dai lottatori, visto che questi sono stati trasposti fedelmente al 100%.

La paraculata ha ripagato, perché complice l’ottima regia, i combattimenti sono effettivamente spettacolari da vedere, ma hanno un grosso problema: per quanto belli visivamente, non c’è investimento emotivo, vista la completa assenza di approfondimento nella storia.
Un problema, questo, che si mostra più palesemente nella seconda metà della stagione, quando le sottotrame vengono definitivamente abbandonate.

Tekken: Bloodline, la recensione. Difesa a spada tratta

A nessuno è fregato niente di Tekken

Mai nella mia vita ho visto una serie con così poca cura al livello produttivo.
La cosa che mi dà maggiormente fastidio è che, con un poco di attenzione e un occhio allenato, è possibile, guardando Tekken: Bloodline, vedere quali reparti della produzione hanno lavorato con impegno e quali no.
In generale non si può che considerare insufficiente la serie, ma ci tengo a sottolineare come non sia tutto da buttare.

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La serie ha subito un secco declassamento nelle politiche produttive di Netflix durante lo sviluppo, è possibile notarlo da quanto della serie sia appena accennato, ma mai mostrato, come gli avvenimenti che avrebbero dovuto coinvolgere Lee Chaolan e Heihachi, chiaramente pensati per essere nello script e poi tagliati. Oppure tutta la caratterizzazione e il mistero attorno ai due lottatori che indossano la maschera di King, che avrebbe dovuto avere un’approfondimento a parte.

Da questo punto di vista mi sento di dispiacermi per Gavin Hignight (Transformers: War for Cybertron) , sceneggiatore della serie, di cui si nota l’impegno nello scrivere dialoghi che centrino il punto nei personaggi di Tekken, dando loro un po’ più di spessore rispetto a quanto faccia la stessa Bandai Namco. Ci tengo inoltre a sottolineare come questa serie fosse il viatico perfetto per far uscire delle personalità forti dai lottatori del King of the Iron First Tournament, da sempre uno dei punti più forti del picchiaduro Bandai Namco.

Il risultato di questo altalenante impegno nella produzione della serie è un prodotto ampiamente sotto la linea della mediocrità, con alcuni picchi e tanto potenziale non sfruttato. Non sono sicuro di poter consigliare Tekken: Bloodline ai fan della serie, perché non ritroverebbero niente di più di quello che hanno già visto giocando Tekken 3, se non una sempre meravigliosa Jun Kazama e dei combattimenti visivamente molto belli. Certamente non consiglierei la serie ai non fan di Tekken, che si troverebbero a confrontarsi con sottotrame accennate e mai chiuse che i fan della serie conoscono, ma che a loro non direbbero niente.

Tekken: Bloodline è senza dubbio una serie indirizzata e pensata esclusivamente per i fan del franchise, ma che offre decisamente troppo poco per essere ritenuta imperdibile.
La speranza è che da questo progetto si possano raccogliere i cocci e riutilizzarli per qualcosa di migliore in futuro.

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Ciao gente! Sono Riccardo Magliano, classe 1995, originario di Pontedera (PI), ma di stanza a Bologna per motivi di studio. Sono laureato in triennale al DAMS al momento studio per diventare sceneggiatore cinematografico. Sono grande appassionato e estimatore di prodotti d'animazione, dalle serie, ai lungometraggi, ai corti, l'importante é che raccontino qualcosa (cosa non sempre indispensabile perché tra i miei film preferiti c'é Fantasia).
Qui su Spacenerd mi occuperò di recensioni e approfondimenti su tutto ciò che concerne l'animazione, specie quella occidentale, più e più volte colpevolmente trascurata dalla massa di fanatici di anime.
Grazie a tutti per l'attenzione e buon divertimento

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Francesco
Francesco
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