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Bohemian Rhapsody: la storia dei Queen e di un uomo-leggenda

Pubblicato

il

Bohemian Rapsody

8.9

COMPARTO TECNICO

9.0/10

SCRITTURA E REGIA

8.5/10

DIREZIONE ARTISTICA

9.0/10

CAST

9.0/10

Pros

  • Rami Malek è un Freddie Mercury straordinario, performance da Oscar
  • Buono spazio dedicato agli altri membri della band
  • Storia coinvolgente anche per i non-fan
  • L’omosessualità di Freddie è ben trattata e non risulta “invadente”
  • La scena finale è da pelle d’oca vera

Cons

  • Spesso eccessivamente romanzato e adattato rispetto alla realtà dei fatti
  • Mancanza di momenti o aneddoti potenzialmente interessanti e importanti
  • Mancanza di approfondimento su alcuni momenti e tematiche più “oscure” nella storia della band

È senza dubbio il film del momento, se ne parla quasi in ogni dove ed è stato in grado di dividere sia critica che pubblico, anche se non in maniera così netta. Nel 1974 Bohemian Rhapsody era “solo” una canzone, oggi invece è un film interamente incentrato sui Queen, storico gruppo inglese che entrò meritatamente nella storia della musica mondiale anche (e soprattutto) grazie a quel singolo di 44 anni fa.

Direi dunque di partire senza ulteriori indugi ricordandovi che, benché questo film sia interamente basato su una storia vera, quindi interamente documentata sull’internet e non solo, troverete comunque dei possibili spoiler. Quindi…

ATTENZIONE! Da qui in poi saranno presenti spoiler sul film, per cui se non volete rovinare la vostra prima visione, non proseguite con la lettura!

UN FILM SUI QUEEN… O SU FREDDIE MERCURY?

Questo fu il dubbio che mi frullò in testa fin dal primo giorno. In effetti dai trailer sembrava chiaramente che il protagonista della pellicola fosse proprio il frontman della band, ma se ne continuava a parlare come “il film sui Queen”, quindi… dove sta la verità? Mai risposta fu più semplice e prevedibile: nel centro.

Da sinistra: Joseph Mazzello, Ben Hardy, Rami Malek e Gwilym Lee intepretano rispettivamente John Deacon, Roger Taylor, Freddie Mercury e Brian May.

Bohemian Rhapsody” è in tutto e per tutto la storia dei Queen, dalla loro formazione nel 1970 fino al 1985, vissuta però per la maggior parte del tempo dal punto di vista di Freddie Mercury, che dunque ne esce come protagonista effettivo della pellicola. Questo però non causa (per fortuna) un’eccessiva messa in ombra della band e dei suoi altri membri, che anzi vengono ben caratterizzati e risultano dei buoni personaggi.

L’oggetto principale del film, pertanto, rimane sempre il gruppo in toto, anche se a volte ci si focalizza su Freddie per particolari momenti di trama che risultano comunque ben amalgamati nell’insieme e sempre correlati alla storia complessiva della band e dei suoi membri.

Quindi, per rispondere alla domanda, Bohemian Rhapsody è sì un film con Freddie Mercury come protagonista, ma il tutto ruota attorno ai Queen e alla storia di questo storico complesso. Perché se è vero che senza Freddie Mercury non ci sarebbero stati i Queen, è anche vero che senza Queen nessuno si ricorderebbe di Freddie Mercury.

 

RAMI MALEK, LA REGINA ISTERICA PERFETTA

Su questo già c’erano pochi dubbi sin dalle immagini dei trailer: Rami Malek in questo film DIVENTA Freddie Mercury. Egli non si limita ad interpretare il più grande frontman di tutti i tempi bensì ne coglie la pura essenza, regalandoci una performance attoriale potenzialmente candidabile agli Oscar.

Malek è Mercury in tutto, sia sul palco che nel privato: accenti, movenze, stravaganze e anche debolezze, dato che si va anche a trattare il periodo buio del frontman quando questi sprofondò sotto il peso della pressione artistica, dell’abuso di droghe e della malattia incalzante. Siete avvertiti dunque: preparatevi a vedere più il Freddie Mercury “uomo” rispetto all’artista e ad empatizzare con lui fin quasi a commuovervi.

Risultati immagini per rami malek freddie mercury

 

CE N’È PER TUTTI, FAN E NON FAN

Un’altra domanda che mi ha attanagliato prima della visione del film: questa pellicola, alla fine, a chi sarà rivolta? Quale sarà il suo target? I fan di vecchia data o gli spettatori casuali? Io speravo di tutto cuore che fosse rivolto a chi i Queen li conosce molto ma molto bene, ma sapevo che sarebbe stato impossibile che un film destinato al cinema potesse avere come pubblico destinatario una fetta così ristretta della popolazione. La sorpresa però è arrivata comunque: questo film riesce sia ad intrattenere lo spettatore medio sia ad emozionare il fan più sfegatato.

Specifichiamo una cosa: Bohemian Rhapsody non è un documentario, è un film in tutto e per tutto e come tale è costruito per intrattenere il pubblico e renderlo partecipe di una storia. Ne consegue che la fedeltà ai fatti realmente accaduti a volte passa in secondo piano, lasciando il posto alla spettacolarizzazione, a eventi romanzati per renderli appetibili allo spettatore e al cambio di cronologia di alcuni avvenimenti.

Vi faccio qualche esempio più nello specifico: nel film i Queen durante il tour americano suonano “Fat Bottomed Girls”, canzone uscita nel 1978, ma dopo questo evento abbiamo la genesi della hit “Bohemian Rhapsody”, che nella realtà è datata 1974; o ancora vediamo Brian May al lavoro su “We Will Rock You” insieme ad un Freddie Mercury con capelli corti e baffoni, look che ha adottato dal 1980 circa in avanti. Peccato che il famosissimo brano scandito da mani e piedi sia del 1977.

Questo tipo di ingenuità mi ha personalmente dato piuttosto fastidio all’inizio ma poi ho notato come, nell’ottica del film complessivo, uno slittamento degli eventi di questo tipo rimane comunque funzionale alla trama raccontata, per cui il tutto mi è scivolato via come se niente fosse. Dopotutto se volessi una cronistoria completa della band in cui ogni data e ogni storia venga riportata didascalicamente sceglierei di guardare un documentario, non un film.

I fan, d’altro canto, apprezzeranno le numerose citazioni e i vari riferimenti a canzoni, eventi, curiosità e quant’altro riguardanti la band, i personaggi e gli eventi raccontati. Piccole e brevi inquadrature su un testo scritto da Freddie che diventerà “Liar” nel primo album dei Queen, la presenza di Tim Staffell e degli Smile che si esibiscono con “Doing all right”, le battute sulla canzone di Roger Taylor “I’m in love with my car” (che faranno sicuramente ridere anche chi non conosce questa canzone), il fatto che fino al 1980 la band si rifiutò categoricamente di utilizzare qualunque tipo di sintetizzatore e tante altre sottigliezze da cogliere in quello che può essere un vero e proprio gioco a chi ne trova di più alla prima proiezione. Insomma, è quasi impossibile uscire dalla sala scontenti.

Una delle numerose citazioni visive presenti nel film, riferita alla copertina dell’album “Queen II” (1974) a sua volta utilizzata come inquadratura iniziale del videoclip di “Bohemian Rhapsody”

IL MIRACOLO DELLE EMOZIONI

Bohemian Rhapsody è dunque un film che vuole emozionare lo spettatore e far commuovere il fan, e nell’opinione di chi scrive riesce perfettamente in entrambe le cose. Diversi punti nella pellicola mirano a far provare empatia e/o commiserazione verso i personaggi che (per fortuna) non sempre vengono rappresentati come “eroi”; la discesa di Freddie in uno stile di vita sempre più sregolato è ben percepibile e quando alla fine lo vediamo risollevarsi dal baratro, nonostante la scoperta della malattia che lo porterà poi alla morte, non si può fare a meno di sentirsi sollevati nel vederlo ricostruire pian piano i rapporti con la band.

L’emozione più grande che regala questo lungometraggio è proprio il finale, costituito dalla quasi totale riproposizione della performance dei Queen al Live Aid del 1985, un’esibizione storica ricordata ancora oggi come una delle migliori mai eseguite dal gruppo.
Per tutto il film, infatti, vediamo il quartetto esibirsi dal vivo in mezzo mondo attraverso gli anni, ma ogni volta abbiamo solo dei piccoli scorci, quasi dei teaser.

Questi 20 minuti di concerto diretti magistralmente sono il coronamento perfetto dell’intero film, che finalmente ci mostra in tutto e per tutto la magia della band dal vivo. E lasciatemelo dire: il Live Aid dei veri Queen è tranquillamente reperibile in giro ed è già spettacolare di suo, ma i giochi di regia, l’alternanza perfetta di campi lunghi e corti e di cambi di inquadrature dell’adattamento cinematografico riescono addirittura a migliorare l’esecuzione originale.

 

…MA NON È TUTTO ROSE E FIORI

C’è però il rovescio della medaglia: se si cerca di accontentare tutti, non si accontenta nessuno. Se da una parte un target così ampio contribuisce di certo a una maggior fruizione dell’opera, dall’altra ne viene limitato il potenziale puramente artistico. La regia del film, nonostante presenti guizzi qua e là soprattutto nelle scene di esibizioni live, è quasi operaia per la maggior parte della pellicola. Non è ovviamente un grosso difetto ma le grandi trovate registiche che ogni tanto saltano all’occhio (soprattutto nella lunga scena finale) fanno desiderare inevitabilmente di volerne vedere di più.

Inoltre, nonostante vediamo citati degli eventi sconosciuti al pubblico generalista (formazione della band in primis), si sente la mancanza di alcune chicche che avrebbero contribuito allo status iconico della band. Non c’è, per esempio, la storia della Red Special di Brian May, chitarra che egli costruì dal nulla assieme al padre e che quindi è letteralmente unica al mondo sia come forma che come sonorità (complice anche il fatto che Brian stesso la suonasse con una moneta da 6 pence), così come non abbiamo menzione alcuna della particolare accortezza presa da Roger Taylor per il suono del rullante (sempre accompagnato da un colpo sul charleston aperto che veniva richiuso quasi subito, in modo da conferire un accento e un suono particolare al colpo).

Le licenze drammatiche e le edulcorazioni sono anch’esse, a volte, un potenziale problema: l’intero rapporto di amicizia tra Roger e Freddie è stato modificato per poter fornire a Mercury un personaggio interno alla band che si opponesse vistosamente alle sue idee, mentre nella realtà il rapporto che legava i due musicisti era molto più confidenziale e amichevole. Nel film vediamo spesso i due litigare, specialmente quando Freddie preferisce la carriera solista a quella con la band, ma nella realtà Taylor aveva già pubblicato anch’egli un album solista qualche anno prima. Anche il primo incontro tra Freddie e Jim Hutton è del tutto diverso da come avvenne realmente, così come l’intero rapporto tra il frontman e il suo manager personale Paul Prenter, che durante la pellicola diventa un antagonista a tutti gli effetti.

Non dimentichiamoci Ray Foster, il personaggio interpretato da un irriconoscibile Mike Myers (Austin Power per gli amici) che nella realtà non è mai esistito. Per fortuna quest’ultima inesattezza storica non penalizza affatto la scena di discussione sull’eventuale diffusione di “Bohemian Rhapsody” come singolo, una delle più riuscite e memorabili del film.

 

CONSIDERAZIONI FINALI

Bohemian Rhapsody è un film molto ben riuscito, in grado di coinvolgere sia i fan più puri sia gli spettatori meno esperti. I Queen vengono rappresentati sia come musicisti che come persone, con i loro pregi e i loro difetti, favorendo il coinvolgimento emotivo del pubblico. Rami Malek è un Freddie Mercury magistrale e gli altri Queen sono così simili alle loro controparti reali da sembrare a volte dei perfetti sosia. Gli adattamenti dei fatti raccontati nella pellicola spesso piegano la realtà in favore della rappresentazione cinematografica, ma ciò non risulta fastidioso nell’ottica complessiva dell’opera. Da vedere assolutamente in lingua originale per cogliere a pieno il magistrale lavoro degli attori protagonisti, che svolgono un ottimo lavoro di mimica e recitazione (sembrava quasi che siano stati i veri Queen a doppiare la loro controparte cinematografica).

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