Perchè odio Warzone

Domenica

Sono le 14:00 di una tranquilla domenica qualunque, quando uno dei miei amici mi chiede se posso unirmi a lui su Warzone. Io gli spiego che secondo me esistono modi migliori per farsi del male, e che di solito quando mi sento autodistruttivo preferisco ordinarmi un panino lurido e riguardare per l’ennesima volta la puntata di Boris della Festa del Grazie.

Scopro però che lui ed altri miei amici hanno fatto un gruppo su Whatsapp per giocare insieme, ed ovviamente da bravo immaturo decido che devo farne parte.

Chiariamoci, quando si parla di Call of Duty non sono un “senza mani”, ma sono uno di quelli che compra questo tipo di sparatutto per la Campagna, non per stare fermo in una lobby ascoltando il tipetto di turno che litiga con la sua ragazza mentre gioca, o un bambino che scimmiotta Lil Yatchy.

Lunedì

Sono le 22:00 di un tranquillo lunedì dopo la tranquilla domenica. Ho un’oretta per me e sarà che la giornata a lavoro è stata troppo buona, ma ora ho bisogno di un po’ di stress. Prima partita di Warzone dopo mesi che non ci giocavo. Apparentemente la gente sa scendere in campo prima di me.
Quanto prima? Il tempo di prendere un elicottero e tranciarmi mentre sto scendendo. Spengo la mia PlayStation 5 e vado a letto con più domande che risposte.

Martedì

Sono le 22:12 di un complicato martedì. Sono stanco, ma il mio amico mi ha scritto dicendo che i ragazzi si incontrano per giocare, e per fortuna conosco tutti quindi mi aspetto un minimo di pazienza.

Prima partita, sono caposquadra, passo l’onore a qualcun altro. Scendiamo su Hangar, i ragazzi che chiacchieravano fino a due secondi fa chiedono silenzio una volta a terra. Raccogliamo tutti quello che si trova. In pochi minuti abbiamo soldi a sufficienza per richiedere un lancio d’equipaggiamento, e presumibilmente raccogliere armi migliori di quelle che abbiamo già. Io non ho il coraggio di dire che il mio equipaggiamento attuale è mille volte meglio di quello che raccoglierei dal lancio, ma faccio come mi viene detto e mi incammino con gli altri portandomi dietro un PKM ed un JOKR.

Nel nostro primo scontro le mie mani puntano e Ponente e la mia arma a Levante. Muoio incolpando il lag ed il fatto di essere rimasto solo. Più tardi scoprirò di non essere l’unico ad usare questa tecnica. Pensa te.

Mercoledì

Sono le 23.00 di un discreto mercoledì. Sono connesso da prima, ma è perché mi sono detto che se devo farmi del male, tanto vale farlo come si deve. Ho impostato lo scatto automatico, disabilitato l’apertura automatica del paracadute, e impostato le armi suggerite dagli amici come equipaggiamento personalizzato. Ho disabilitato la performance visiva del gioco per vedere meglio i nemici da lontano, e imbraccio un KAR col quale non colpirei neanche il mio pollice tenendolo davanti al fucile, ma sono pronto.

Nella prima partita mi schianto a terra una volta lanciato dall’aereo. I miei compagni mi chiedono cosa sia successo. Dico che mi hanno sparato in volo. Nessuno fa più domande.

Sto riprendendo un minimo la mano col gioco, inizio a fare le mie prime uccisioni in complicati momenti di 4 contro 1, ma resto perlopiù quello che rianima gli altri mentre loro tirano colpi di cecchino a gente dall’altra parte della mappa. Non guido mai i veicoli perché non so dove andare, e mi viene spiegato che quando sono in macchina devo spammare X per cambiare continuamente posto e confondere chi ci spara contro (giuro). La sera prosegue tutto sommato discretamente: chiudo con 5 uccisioni e 12 morti (contando sia la prima morte che quella post Gulag). Vado a letto all’una con gli occhi gonfi e l’orgoglio semi-intatto.

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Giovedì

Alle 21:30 di giovedì mi sento carico. La mia ragazza è partita e posso finalmente parlare a voce alta in microfono. O meglio, posso dire a voce alta da dove mi hanno spaccato in due il cranio.

Nelle scorse partite, sia su Warzone che in sporadici momenti di puro multiplayer, le armi che ho raccolto sono salite di livello e ora riesco ad avere in mano un accenno di fucile che spara in un raggio di almeno 1 metro da quello su cui punto. Un paio di miei amici più veterani comandano la brigata e giocano aggressivi. Ogni volta che vediamo qualcuno gli corriamo incontro ad armi spianate.

Vinciamo gli scontri perlopiù grazie a loro due, ma anch’io difendo il mio onore e ne atterro sempre un paio prima di cadere a terra. Nel Gulag do il meglio di me grazie alla mia esperienza nel multiplayer normale, che mi concede un lieve vantaggio negli spazi ristretti. Tendiamo tutti a tirare le cuoia sempre nel mid game, ma una piccola parte di me inizia a provare una strana sensazione di divertimento per questo gioco infame fatto di cecchini allucinanti e macchine che ti investono.

Venerdì

Venerdì sera gioco da solo, o meglio, con degli sconosciuti. Gli altri sono tutti impegnati, ma io ho da recuperare i mesi di lockdown in cui non mi sono allenato come si deve, quindi butto un paio di ore della mia vita in compagnia di ragazzini, gente che tiene Kendrick Lamar in sottofondo, e simpatici polacchi che mi fanno scoprire i bunker e la pazienza, questa sconosciuta.

Quando muoio, impiego il tempo in attesa del respawn sul cellulare o a fare altro, e penso ai tempi in cui i videogiochi mi tenevano incollato sullo schermo senza pensare all’entropia dell’umana esistenza o ai miei genitori incazzati per l’ennesimo esame universitario non passato. Non appena vengo rianimato, mi lancio nuovamente nella mischia per i miei 4 minuti e mezzo di gloria, prima di morire di nuovo.

Sabato

Sabato pomeriggio i due veterani sono di nuovo online. La tattica è sempre la stessa: lancio, soldi, equipaggiamento, specialità fantasma, sopravvivenza. Uno di noi prende sempre il camion e ci carica dietro in cerca di una vittima. Ha sbloccato la musica hip-hop sulla radio e spariamo ai malcapitati manco fossimo nel peggiore dei drive-by di Harlem.

Chissà come siamo alle battute finali. Ci muoviamo rapidi ma precisi, e ci intromettiamo negli scontri altrui per fare strage. Ho un bombardamento a grappolo a disposizione che non uso per dimenticanza o per paura di mirarmi addosso nella foga. Il mio fucile da cecchino si sta arrugginendo sulla mia schiena, e le munizioni che raccolgo per questa arma vengono prontamente regalate ai miei compagni.

Siamo rimasti in nove: quattro noi e due squadre avversarie da tre e da due. Il più forte dei nostri corre contro i cinque che si danno battaglia, seguito dagli altri due di noi. Io rimango indietro e finalmente mi decido ad usare il bombardamento, puntando contro un muro e pregando. Nella foga del momento i miei ne seccano quattro prima di morire, lasciando in campo me ed un superstite. Mentre questo poveretto si chiede chi sia quel cretino che lo ha appena superato senza accorgersi della sua presenza, l’ultimo missile del mio bombardamento gli piomba sull’elmetto.

Le mie urla svegliano il condominio intento a digerire il pranzo, spaventano i bambini nel parco davanti casa, e fanno impazzire un paio di cani che passavano per strada. Ho vinto la mia prima partita su Warzone.

Domenica, di nuovo

Domenica sera, rinvigorito e a tratti direi anche eccitato dal mio successo, mi decido a ripetere l’impresa. Da un calcolo rapido fatto a fine serata, totalizzo 14 minuti di gioco effettivi in due ore passate perlopiù in orizzontale.

Da questa mia settimana posso dunque affermare una cosa: odio Warzone per quello che mi ha fatto, per avermi costretto ad ammettere che è divertente, per avermi tramutato in un mostro che insulta qualcuno gratis e poi si mette a letto pronto per un altro giorno di cordialità. Odio il fatto che questo gioco abbia messo in crisi la mia preferenza dei giochi offline, e soprattutto, odio il fatto che dopo un mese che gioco a questo gioco, col mio KAR ho colpito a stento una macchina. Ferma. Senza nessuno dentro.

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Mraser

Mraser si dedica al mondo dei videogiochi da quando a 4 anni qualcuno lo massacrò a Street Fighter ad un arcade di Rivisondoli e lui per orgoglio decise di diventare il migliore. A 10 anni perde la sua Nintendo64, spaccata in due dal padre dopo che lui aveva abbattuto il televisore per collegarsi da solo la console, e più tardi con la Gamecube scoprirà per la prima volta l'attrazione furry grazie a Krystal di StarFox Adventures. Qualche (tanti) anni dopo Mraser continua a dedicare più tempo ai videogiochi di quanti ammetta con la sua ragazza e oggi scrive per SpaceNerd su news, recensioni e sull'ultima menzogna di Todd Howard.

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