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Ghost in the Shell SAC_2045, la recensione: lontano dalle più rosee aspettative

Pubblicato

il

Ghost in the Shell

Ghost in the Shell SAC_2045

5.3

REGIA

5.0/10

SCRITTURA

6.5/10

COMPARTO TECNICO

4.0/10

CAST

6.0/10

DIREZIONE ARTISTICA

5.0/10

Pros

  • Soggetto intrigante

Cons

  • Regia mediocre
  • Animazioni non attuali
  • Troppe comic relief

Ogni volta che penso a Ghost in the Shell ho in mente la famosa scena in cui viene creato il corpo di Motoko, simbolo del transumanesimo e della cultura cyberpunk anni ’80.

Il contributo che il fumetto di Masamune Shirow ha dato alla cultura generale è di valore inestimabile, influenzando negli anni a venire altri prodotti cartacei e cinematografici come, ad esempio, Matrix delle sorelle Wachowski. Le trasposizioni cinematografiche del manga e le serie animate di Ghost in the Shell hanno assicurato uno standard qualitativo molto alto, ovviamente ci sono stati anche prodotti scadenti, ma nel complesso tutto il materiale tratto dall’opera originale è di buon livello, soprattutto i due film diretti da Mamoru Oshii e la serie animata Stand Alone Complex. Proprio a questa serie si aggancia il nuovo prodotto Netflix, Ghost in the Shell SAC_2045 (Stand Alone Complex 2045).

La serie nippo-americana è composta da 12 episodi da 25 minuti l’uno e si ambienta in una sub-continuity dell’originale Stand Alone Complex, inquadrando un mondo devastato dalla cosiddetta “Guerra Sostenibile”. La Sezione 9 non esiste più, costringendo i suoi ex-membri a trovare un’altra fonte di lavoro e guadagno. Una scoperta sconcertante però cambia le carte in tavola ed è necessario riunire la squadra per fronteggiare la nuova incombente minaccia.

Buona l’idea, carente l’esecuzione

Ghost in the Shell SAC_2045 ha un soggetto alla base molto ben congeniato, ma non riesce ad esprimerlo nel migliore dei modi. La serie propone una storia che butta le sue radici nella bioetica, nella politica e nella filosofia, senza però riuscire a valorizzare nessuno degli argomenti prefissati. Tematiche già note al prodotto originale, come il post-umanesimo, conducono la storia principale, ma rimangono toccate solo superficialmente. La mancanza di profondità non si verifica solo nella trama principale, ma anche nella caratterizzazione degli stessi personaggi. La scrittura è quindi carente in diversi punti, presentando personaggi poco introspettivi e dialoghi poco realistici.

La serie pretende che lo spettatore conosca già i personaggi originali e non concede loro alcun ulteriore spazio di sviluppo. Questo esclude già a priori gli spettatori che stanno cercando di avvicinarsi al prodotto, costringendoli a rivedere tutto il materiale precedentemente pubblicato. Il Maggiore Motoko Kusanagi non cambia di una virgola, così come Batou, Ishikawa e Aramaki. Personaggi iconici che non subiscono nessuno stravolgimento e nessuno sviluppo ulteriore. Altri personaggi secondari invece vengono trattati indecentemente, senza concedere loro spazio di azione, mostrando in continuazione la loro inutilità e buttandoli fuori dalla storia con uscite di scena poco dignitose e senza contesto. L’unico personaggio a cui è stata concessa una nuova caratterizzazione, oltretutto parziale, è Togusa.

Il tenace detective con il revolver è uno dei pochi personaggi all’interno di SAC_2045 a ricevere una caratterizzazione, riscritto da capo e tenendo conto solo di alcuni lati del vecchio personaggio. Ciò che rendeva Togusa un co-protagonista riconoscibile non era la capigliatura, ma il revolver. Questa è quella che viene definita caratterizzazione ad oggetto: si assegna ad un personaggio un oggetto peculiare che lo contraddistinguerà per il resto della storia. Non appena viene inquadrato quell’oggetto, il pubblico riconosce subito di che personaggio si sta parlando.

Togusa è protagonista di svariate sequenze, ma del revolver nessuna traccia. Questo non è neanche stato sostituito con qualche altra arma o oggetto, è stato semplicemente eliminato, perdendo un lato importante della personalità del detective, ovvero il suo rigetto verso gli impianti e la sua passione per il vintage.

Ghost in the Shell

All’introspezione dei personaggi, i registi Shinji Aramaki e Kenji Kamiyama hanno preferito le cosiddette comic relief: personaggi comici che cercano di staccare e dare un “sollievo”durante la trattazione di argomenti profondi e pesanti. Peccato che queste tematiche vengano poco affrontate e quindi il “sollievo comico” non stempera l’atmosfera della serie, bensì la appesantisce ulteriormente. I personaggi eccessivamente comici e buffi invadono il palcoscenico, diventando totalizzanti. A dominare la scena per diversi episodi saranno momenti di puro imbarazzo e cringe che non hanno niente in comune con Ghost in the Shell. 

Ad abbassare ulteriormente il livello qualitativo c’è anche l’animazione, caratterizzata da un look molto colorato ed una computer grafica da console old-gen. Un connubio letale che mostra con molta chiarezza il momento esatto in cui alla produzione è cominciato a mancare il budget. Da una partenza in cui i fondali sono discretamente realizzati e le animazioni fluide, si passa agli ultimi episodi nei quali i fondali cominciano ad essere statici e le animazioni più impacciate e legnose. La modellazione tridimensionale non è quindi all’altezza degli standard contemporanei, ma non è abbastanza nemmeno degli stessi standard a cui è abituata Netflix con, ad esempio, Altered Carbon: Resleeved, mediometraggio animato spin-off dell’omonima serie televisiva.

Ghost in the Shell

In ultima istanza la colonna sonora che, a partire dall’apertura, non trasmette la giusta atmosfera distopica.

Al contrario la canzone di openingFly with me“, composta dal gruppo pop giapponese millenium parade, trasmette una gamma di emozioni opposte, nonostante il testo invece tratti di tematiche economiche e di critica al sistema. La canzone, presa fuori dal contesto Ghost in the Shell, è un’ottimo brano, degno di finire nella mia playlist, ma ascoltata nel contesto in cui è inserita mi causa sensazioni contrastanti: bella canzone, ma non c’entra niente con le immagini.

Paradossalmente il remix dello stesso brano prodotto da Steve Aoki, DJ di origine giapponese, potrebbe risultare più calzante per un prodotto televisivo come Ghost in the Shell SAC_2045. Per quanto riguarda la soundtrack vera e propria, questa rimane molto sottotono e non rinforza ciò che avviene durante la scena.

Ghost in the Shell

Conclusione

Il prodotto possiede un soggetto la cui filosofia è profonda, ma non riesce a realizzarsi in maniera efficacie. Risulta ridondante e con poca introspezione dei personaggi principali. La sceneggiatura non si dimostra all’altezza delle trasposizioni precedenti, senza innovare nulla nel franchise e acuendo l’inadeguatezza di quelle comic relief non necessarie all’atmosfera distopica di Ghost in the Shell. L’animazione è oltremodo inattuale, risultando più simile a una computer grafica old-gen che a un prodotto uscito nel 2020.

La prima stagione di Ghost in the Shell SAC_2045 non è sufficiente considerato il mercato contemporaneo e lo stesso franchise di riferimento. Una seconda stagione però è in produzione e un miglioramento è più che necessario, oltre che possibile.

Purtroppo ora la serie nippoamericana è lontana, anzi lontanissima, dalle mie più rosee aspettative.

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Studente di Scienze Politiche e Sociali, Damiano è appassionato di videogiochi, film, serie TV e fumetti. Ah e non dimentichiamo anche la musica e, ovviamente, la politica. Discute di queste cose in continuazione e, per sfortuna vostra, ha sempre qualcosa da dire. Già redattore su MMO.it, il buon Damiano approda anche su SpaceNerd. Felici o no, ora sono cavoli vostri!

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