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Animazione

Il Piano nella Foresta: gli artisti sono persone davvero strane

Pubblicato

il

Piano no Mori

0.00
6.9

SCENEGGIATURA

7.5/10

REGIA

7.0/10

COMPARTO TECNICO

5.0/10

CAST

8.0/10

Pros

  • Storia bella e ben raccontata
  • Personaggi carismatici e diversificati magistralmente
  • Bellssime musiche

Cons

  • Comparto tecnico pessimo
  • A tratti ridondante nelle spiegazioni
  • Alcuni dialoghi hanno bisogno di nozioni di musica classica per essere copresi a pieno

Ho sempre trovato molto buffo quanto di completamente ignorato si trovi su Netflix. La piattaforma di streaming ha un catalogo talmente ampio che è molto difficile seguire ogni uscita con precisione.

La piattaforma stessa non aiuta, dando risalto soprattutto alle proprie produzioni maggiori, e così capita che un anime tutt’altro che perfetto, ma molto carino e gradevole passi incolpevolmente in sordina.

L’anime in questione ha un miliardo di traduzioni diverse a seconda dell’adattamento, quindi per andare sul sicuro utilizzerò l’originale giapponese Piano No Mori, in Italia arrivato come Il Piano nella Foresta nel 2018.

Secondo adattamento animato del manga omonimo di Makoto Isshiki, pubblicato per la prima volta nel 1998 e terminato nel 2015, Piano No Mori era già apparso sugli schermi con il lungometraggio animato di Madhouse del 2007 Piano Forest (versione internazionale), diretto da Masayuki Kojima, già regista delle versioni animate di Monster e Master Keaton e più recentemente di Made In Abyss.

Il lungometraggio aveva avuto all’epoca un discreto responso da parte del pubblico e nel 2008 è stato nominato per il Japan Academy Prize for Animation of the Year, mentre in occidente è rimasto confinato nella nicchia degli appassionati di animazione orientale, con un adattamento home video senza passare per le sale esclusi i festival.

Trama

La trama di Piano No Mori segue il percorso di riscatto e l’ascesa artistica di Kai Ichinose: un bambino all’inizio della serie, cresciuto a Morinohata, un quartiere a luci rosse nella periferia di Tokyo, con la madre prostituta e senza un padre.

Il piccolo Kai trova nella foresta vicino a casa sua un vecchio pianoforte difettoso, con cui comincia a giocare dimostrando fin da subito uno straordinario talento naturale per la musica. Talento che viene scoperto dal suo amico Shuhei Amamiya, a sua volta studente di pianoforte e figlio di un famoso pianista, e dal suo insegnante di musica Sosuke Agino, un ex pianista di fama internazionale ritiratosi in seguito a un incidente e che prende Kai sotto la sua ala impegnandosi per fare di lui un famoso pianista professionista e permettergli di lasciare per sempre Morinohata e la dura vita che ha vissuto fino ad allora.

 

Regia e Scrittura

La serie si propone come un remake e un ampliamento della storia già trattata dal film del 2007, seguendo la storia di Kai dopo il concorso dilettantistico di Tokyo fino alla sua partecipazione al Concorso Internazionale Chopin a Varsavia. In questo lungo percorso i temi trattati sono molti.

I due elementi principali della serie, escluso il progressivo miglioramento di Kai come pianista, sono le due relazioni del ragazzo con il suo amico e collega Shuhei Amamiya e il maestro Agino. Due relazioni gestite in maniera ottima nel corso della serie perché nel corso della serie non vengono mai trattate entrambe nello stesso momento (a parte un punto in cui è particolarmente importante) in modo tale che lo spettatore riesca a mantenere l’attenzione focalizzata su un elemento per volta, mentre l’altro viene posto sullo sfondo o fuori schermo per un momento.

In realtà le sottotrame presenti in Piano No Mori sono moltissime. Quasi tutti i personaggi, sia principali, che secondari, e anche qualcuno di contorno, hanno una caratterizzazione tutt’altro che superficiale che ci viene spesso e volentieri mostrata in tutta la sua complessità, facendo capire allo spettatore come e perché un personaggio è arrivato in quel luogo in quel momento.

In alcuni momenti la caratterizzazione è anche troppo ampia, come nel caso di Wei Pang, il pianista cinese che compie a sua volta una complessa evoluzione al pari di Kai, ma il suo ruolo di personaggio secondario costringe a troncarne bruscamente il racconto lasciandoci col dubbio di esserci persi un pezzo per strada.

Una situazione che si sarebbe potuta evitare, specie considerando quante e quanto lunghe siano le pause di silenzi e chiacchiere che potevano essere ridotte e anche eliminate.

Per quanto riguarda la regia, mi trovo a dover dividere l’analisi in due punti a confronto perché tra la prima e la seconda stagione dell’anime vi è stato un cambio di regista e mi sembra giusto dare spazio ad entrambi.

Il regista dei primi 12 episodi di Piano No Mori è Gaku Nakatami, un professionista con una lunga gavetta in Dreamworks come supervisore dei modelli CG, al suo debutto come regista.

La regia di Nakatami è fluida, attenta allo scorrere del tempo, che si prende il suo tempo per mettere su schermo principalmente il presente, lasciando piccole pillole di passato in rapidi flashback senza che questi intacchino troppo duramente lo scorrere dell’azione presente.

Le sue trovate registiche si notano soprattutto durante le esibizioni al pianoforte dei vari personaggi, i cui vediamo apparire elementi onirici ispirati dalla musica che sta venendo suonata: come fiamme divampanti che sporcano la figura dell’esecutore, la trasformazioni della sala concerti in una lussureggiante foresta o l’apparizione delle onde del mare.

Il tratto registico che caratterizza maggiormente Nakatami è la sua volontà di mostrare sia la parte onirica dell’esecuzione al piano che la parte fisica. Per fare ciò si avvale di modelli in CGI animati in motion capture sulla base di veri pianisti impegnati nella loro esecuzione. Purtroppo l’utilizzo dei modelli, immagino per questioni di budget, è stato terribilmente limitato e i modelli in CGI mal si amalgamano con la restante grafica 2D tipicamente anime della serie fatta con disegni, peraltro, in cui il chiaroscuro non è particolarmente curato, aumentandone il senso di piattezza che cozza pesantemente con la CGI.

La seconda stagione è invece diretta da Hiroyuki Yamaga, un veterano dello Studio Gainax, regista, tra gli altri, anche di Gurren Lagann.

La regia di Yamaga è decisamente più pulita, attenta alla bellezza delle singole immagini e all’utilizzo delle fonti di luci, a differenza di Nakatami che lasciava spesso alcune zone in ombra senza un buon motivo.

Sotto la direzione di Yamaga i modelli CGI vengono completamente aboliti e viene dato più spazio alla componente immaginifica della musica a discapito della vista delle dita sui tasti.

Le immagini di Yamaga per quanto riguarda le immagini oniriche legate alla musica sono senz’altro molto più pulite al livello tecnico di quelle di Nakatami, ma mancano di quell’estro e di quella potenza che invece caratterizzavano le esibizioni della prima stagione di Piano No Mori, risultando spesso ridondanti. Un esempio in questo senso è la scelta di Yamaga di affidare visivamente l’atmosfera in sala concerto a del semplice pulviscolo bianco che si muove in maniera diversa a seconda dello stile di chi sta suonando in quel momento. Un’idea semplice e in molti casi anche efficace, ma che a lungo andare stanca.

Una grossa falla nella regia di Yamaga è la gestione del tempo su schermo dei flashback: decisamente troppo lunghi e pieni di estenuanti spiegazioni su quello che stiamo vedendo. Molto giapponese, se vogliamo. La scelta di spiegare nei minimi dettagli, a volte persino più di una volta, i background dei personaggi distoglie spesso l’attenzione dello spettatore da ciò che avrebbe veramente dovuto essere al centro di tutto: la musica.

I brani di musica classica, quasi tutti di Chopin, suonati dai personaggi principali di Piano No Mori sono il vero motore della vicenda e le loro esecuzioni rappresentano l’80% almeno dell’azione drammatica della serie, nonché i momenti di maggior pathos.

Purtroppo non sono né un musicista né un esperto di musica classica, quindi per me è molto difficile spiegare come e fino a che punto questi brani siano parte integrante della storia raccontata, ma è percepibile come la musica svolga un ruolo fondamentale nella sceneggiatura di Piano No Mori.

Personalmente mi sento di preferire la regia della prima stagione di Gaku Nakatami rispetto all’altra. Nonostante sia sporca, con molte imprecisioni e tutt’altro che perfetta, è riuscita maggiormente a valorizzare l’aspetto fondamentale di Piano No Mori: i brani musicali e le interpretazioni dei loro esecutori.

Tecnica

Il nome dello studio che ha realizzato Piano No Mori potrebbe sorprendere alcuni dei più esperti.

Si tratta dello Studio Gaina. No, non ho sbagliato a scrivere: lo Studio Gaina è uno studio d’animazione nato da una costola del ben più famoso Gainax nel 2015, inizialmente come società di gestione del museo dello studio a Fukushima.
Nel 2018 la società ha spostato la sede a Tokyo e ha creato un proprio studio di produzione; Piano No Mori è il loro primo progetto.

Considerando che parliamo di una società che comprende potenzialmente dei professionisti navigati che hanno lavorato alle serie Gainax, sorprenderà scoprire che la realizzazione tecnica di Piano No Mori lascia molto a desiderare.

Come già accennato i disegni sono piatti, i giochi di luce ed ombre sono gestiti poco e non in maniera perfetta, soprattutto durante la prima stagione. Va leggermente meglio sotto la direzione di Yamaga, che presta più cura alle ombre sui corpi dei personaggi principali.

Si salva invece il character design. Tutti i personaggi sono immediatamente riconoscibili, e c’è stata molta cura nella resa delle espressioni facciali, specchio dei sentimenti provati in quel momento.

Le animazioni sono molto povere, sia per estro che per numero di frame per secondo, nei migliori dei casi risultano semplicemente poco fluide, mentre nei peggiori scattose e mal digeribili.

Sono un esempio perfetto le animazioni degli applausi, realizzate con soli tre disegni per volta ripetuti.

Per quanto riguarda la CGI, nonostante ne apprezzi l’utilizzo nelle parti riguardanti i pianisti e le loro esecuzioni, perde tutto il suo fascino in ogni altro suo utilizzo.

Oltre ai pianisti, nella prima stagione e poi nella seconda, anche il pubblico visto dal palco è realizzato con dei semplici modelli in CGI, ma di una qualità talmente pessima che sembra che ad assistere al concorso ci siano dei cartonati messi al posto del pubblico per fare il pieno dei posti in platea.

Nella prima stagione si cerca di riparare alla bruttezza dell’effetto oscurando quasi completamente la sala e il pubblico, sostituendo le sagome in CGI con disegni tradizionali nelle inquadrature più strette, ma nella seconda stagione questo stratagemma non viene utilizzato e il risultato è quello sopra descritto.

 

In Conclusione

Piano No Mori è una vera gemma dal punto di vista della scrittura e con degli spunti registici interessanti in entrambe le sua incarnazioni.

Tendo a preferire la prima stagione perché riesce a valorizzare maggiormente l’aspetto musicale della serie, mentre la seconda si concentra di più, ma in maniera non perfetta, sulle interazioni tra i singoli personaggi e il loro approfondimento.

Scade terribilmente sotto il profilo tecnico, probabilmente a causa di un budget non proprio faraonico e delle scelte troppo coraggiose del primo regista Gaku Nakatami, ma se si riesce a passar sopra ad alcune immagini anche molto brutte si godrà senza dubbio di una bella storia di riscatto e di evoluzione.

Consigliato in particolare agli appassionati di musica classica, che lo apprezzeranno sicuramente meglio di me (e magari mi spiegheranno alcuni dei dialoghi di cui mi è sfuggito il senso), ma anche ai musicisti e artisti in generale, che potranno rivedersi nelle sfide e nei problemi incontrati da Kai e dai suoi colleghi durante il loro percorso artistico e la loro maturazione come persone.

Aggiungo che è prevista una terza stagione della seria, al momento in fase di pre-produzione.

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Ciao gente! Sono Riccardo Magliano, classe 1995, originario di Pontedera (PI), ma di stanza a Bologna per motivi di studio. Sono laureato in triennale al DAMS al momento studio per diventare sceneggiatore cinematografico. Sono grande appassionato e estimatore di prodotti d'animazione, dalle serie, ai lungometraggi, ai corti, l'importante é che raccontino qualcosa (cosa non sempre indispensabile perché tra i miei film preferiti c'é Fantasia). Qui su Spacenerd mi occuperò di recensioni e approfondimenti su tutto ciò che concerne l'animazione, specie quella occidentale, più e più volte colpevolmente trascurata dalla massa di fanatici di anime. Grazie a tutti per l'attenzione e buon divertimento

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