Paradise, serie hulu/Disney+ uscita settimanalmente a partire dal 28 gennaio di quest’anno, è stata una sorpresa. Una serie tra le più discusse di questi primi mesi, capace di rivaleggiare con Zero Day di Netflix, rilasciata quasi nello stesso periodo, sul genere thriller fantapolitico.
Una mossa audace, visto il contesto politico che sta vivendo l’America in questi mesi. La rappresentazione della fiducia tra le alte sfere dello Stato, i segreti dello Zio Sam e il modo in cui le informazioni vengono manipolate sono solo alcuni dei tanti argomenti legati a questo genere di opere di cui Paradise vuole trattare.
In un presente (o futuro?) alternativo, il presidente degli Stati Uniti Cal Bradford viene assassinato nello Studio Ovale. Xavier Collins, la sua guardia del corpo e responsabile della sicurezza, lo scopre per primo e informa dell’accaduto la sua cerchia ristretta e il Gabinetto, in modo che la notizia non si diffonda troppo velocemente.
Sin dall’inizio delle indagini Xavier e le persone che gli stanno vicino capiscono che la situazione è più complicata di quanto sembri. Xavier stesso sembra avere un motivo non meglio precisato per odiare il Presidente, sufficiente forse per ucciderlo. In più, la notte prima dell’omicidio Bradford è stato a letto con un membro del Gabinetto, la quale, forse sentendosi messa da parte, ha voluto vendicarsi.
O forse il defunto presidente aveva scoperto qualcosa che non avrebbe dovuto sapere mentre esaminava un misterioso tablet contenente file top secret, ora scomparso. Forse, per rimediare a errori commessi in passato, voleva rivelare la verità alla Nazione, ma qualche eminenza grigia ha preferito metterlo a tacere.
Di chi fidarsi, quando anche i tuoi migliori amici sono sulla lista dei sospettati? Come credere a persone che vogliono che tu ammetta che odiavi una persona ora morta? Possiamo credere persino al mondo che ci circonda, illudendoci ancora oggi che l’America sia un Paradiso?
Il creatore della serie Dan Fogelman si è districato in passato con le più svariate sceneggiature. Dallo scanzonato Cars al più fiabesco Rapunzel, dall’irriverente Galavant alla più seria This is Us, ha dimostrato di sapersela cavare sia con la commedia sia con il dramma. Ma è a questo secondo macrogenere che appartiene Paradise, e alle interrelazioni umane che lo compongono.
In effetti, come si poteva evincere dalla trama, tra le molte fonti di interesse per questa serie, al primo posto troviamo proprio i personaggi. Il modo in cui ci vengono presentati e approfonditi man mano che la storia prosegue ci fa sentire sempre più in sintonia con loro e curiosi del loro passato.
Nessuno di loro è buono o cattivo, ognuno ha commesso degli errori o delle scelte difficili per il bene superiore, il cui peso stanno ancora portando sulle spalle. Ciò ci spinge più volte a sospettare di un personaggio piuttosto che un altro, per poi tornare a quello precedente, in un giallo ben costruito, ricco di colpi di scena sia sui personaggi sia sul mondo che li circonda.
Perché l’America che stanno vivendo non è un Paradiso. Non che lo sia sempre stato, ma questa nasconde più di quanto colpisca la vista, proprio come con i nostri personaggi. Ed ecco un altro motivo che spinge a continuare ad andare avanti: il colpo di scena della fine primo episodio crea una curiosità diversa dal classico Whodunnit, ma sullo stesso worldbuilding.
Tale worldbuilding, però, è portato avanti più dai personaggi e dalle loro scelte piuttosto che dalla storia che li circonda. Cosa che lo differenzia dal precedentemente citato Zero Day, più “plot-driven” rispetto a Paradise.
Uno dei personaggi ad aver avuto un trattamento interessante è proprio la vittima. Data la situazione politica odierna, sarebbe stato fin troppo facile rendere Bradford un presidente cinico ed egoista, uno che, dopotutto, “se l’è cercata” e verso il quale non dovremmo sentirci troppo in colpa.
Ma noi tutti conosciamo la bravura di Dan Fogelman e di come gestisce i suoi burattini. La serie non commette questa sottigliezza, perché Cal alla fine è quello che è: un politico, un uomo che ha dovuto compiere sacrifici e mantenere promesse, che come molti altri è pervaso dai sensi di colpa e vuole genuinamente fare del bene, ma è ancorato alla sua posizione dai tentacoli della politica a stelle e strisce.
Questo grazie all’interpretazione di James Marsden, il Ciclope dei primi film X-Men e Tom Wachowski della più recente trilogia di Sonic, che riesce a nascondere in profondità i tormenti del Presidente sotto una falsa vena sardonica.
Il freddo protagonista, invece è l’altrettanto distaccato Sterling K. Brown, già reduce di Dan Fogelman con This is Us. Il termine tuttavia non si riferisce a una cattiva interpretazione, tutt’altro, visto il background e il ruolo che deve coprire Xavier.
Infine, impossibile non citare Julianne Nicholson nel ruolo di “Sinatra“, una specie di Elon Musk in versione femminile, un’imprenditrice ambiziosa e fedele alla Bandiera, ma proprio per questo detentrice di molti dei segreti della nazione.
Alcuni dei personaggi, tuttavia, hanno spesso archi caratteriali prevedibili. Sin dal secondo episodio sospettiamo già chi dovrà morire o sappiamo chi sicuramente non è l’assassino. Ciò non rovina la visione, ma sarebbe stato più interessante se la serie avesse sovvertito le nostre aspettative.
Attraverso uno scaltro uso di flashback, aiutato dall’ottimo montaggio, capiamo sempre di più sulle motivazioni che hanno spinto tutti i sospetti a trovarsi nelle loro posizioni, e forse le loro motivazioni per volere il Presidente morto.
Il pacing è giustificatamente lento, con esitanti pause su dettagli importanti, oggetti che all’inizio sembrano privi di importanza che poi risulteranno piccoli McGuffin. La regia non mancherà di offrirci innumerevoli primi piani sui protagonisti, capaci di farci sentire ancor più in ansia per loro proprio perché più vicini a loro e capaci di osservare le loro emozioni trasparire in maniera più diretta.
Qualcosa che può essere considerato sia un pregio che un difetto della serie, senza fare troppi spoiler, è la risoluzione del mistero sulla morte del Presidente. Essa viene svelata già dal finale di questa stagione, che tuttavia si aprirà ad un focus più grande per quella successiva.
Probabilmente questa è una mossa voluta, data la continua cancellazione di serie amate dal pubblico da parte dei siti streaming. Comprensibile che si sia voluto cercare un equilibrio tra il voler dare al pubblico quello che vuole e tenerlo comunque incuriosito per quel che accadrà dopo.
Paradise è, ripetiamo, una genuina sorpresa, fortunatamente in positivo. Un mix tra giallo, thriller e fantapolitica ben amalgamato da una mente esperta come quella di Dan Fogelman. Forse non una serie perfetta, ma sicuramente tra le più interessanti dei primi mesi dell’anno.
Una serie che racconta l’America per come è davvero: una patina di sorrisi e colori, un velo di Maya che copre un ammasso di oscurità e menzogne, tutto per il Bene Superiore. C’è da chiedersi se sia un sacrificio sufficiente.
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