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Dylan Dog, un fumetto rivoluzionario

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Dylan Dog, un fumetto rivoluzionario 1

La prima volta che venni a contatto con un albo di Dylan Dog avevo solo dodici anni e lo ricordo come fosse ieri. A casa mia i fumetti non sono mai mancati: dal classico Topolino del mercoledì ai giornalini delle W.I.T.C.H. di mia sorella maggiore, dalle strisce di Lupo Alberto sul TV Sorrisi e Canzoni alle pile di Zagor che riempivano l’armadio di mio padre ed io, da bambino, li guardavo affascinato e li contavo.

Son cresciuto così, tra libri e fumetti, ma senza appassionarmi davvero a niente, fin quando una mia compagna di classe portò a scuola il numero 246 di Dylan Dog, “La locanda alla fine del mondo”. Fu amore a prima vista. Entravo nella mia tormentata adolescenza accompagnato da un fratello maggiore niente male. Quello era il fumetto che stavo cercando, da quando avevo smesso di credere solo alle favole a lieto fine.

Dylan Dog, un fumetto rivoluzionario 6

Gli anni passavano ed io diventavo un uomo. Dylan, nel suo immutato aspetto da trentenne, mi ha accompagnato in un viaggio nel profondo dell’animo umano, le sue brutture e la sua meravigliosa esistenza, appassionandomi al punto da voler sapere tutto di lui.

Nato in tempi di crisi

Venerdì 26 settembre 1986 debutta nelle edicole il primo numero di Dylan Dog. È un periodo decisamente difficile per il mercato del fumetto italiano: le televisioni cominciano a insinuarsi a forza nei salotti degli italiani ed i ragazzi che, prima, erano i maggiori fruitori dei fumetti, ora considerati una forma di intrattenimento obsoleto. Una vera e propria crisi, dunque, che però ha radici ben più profonde.

Dopo le contestazioni giovanili e gli anni di piombo, la generazione degli anni ottanta vive un profondo smarrimento. L’affondamento delle ideologie, la droga, il culto della violenza, una società malata alla quale i giovani oppongono la nascente cultura punk. Ed è proprio di questa società malata che Tiziano Sclavi parla attraverso la metafora dell’horror, concependo la figura di un nuovo eroe moderno, dal passato tormentato e con le fragilità di un uomo comune: Dylan Dog.

Dal cinema dell’orrore l’idea di un fumetto rivoluzionario

L’intuizione di Sclavi è geniale. Solo un anno prima il visionario scrittore disse al suo editore, Sergio Bonelli:

“Oltre alla fantascienza, l’altra serie del 1986 potrebbe essere l’horror… secondo me vale la pena di tentare”

Il padre dell’indagatore dell’incubo più famoso d’Italia legge perfettamente il corso del suo tempo, quegli anni ottanta in cui l’horror vive una nuova età dell’oro: al cinema nasce lo splatter e l’industria cinematografica ritrova nuova linfa vitale.

Precursore del cambiamento è il regista George Romero che, già nel 1968, diresse La notte dei morti viventi. Un film a basso costo che diventò il punto di riferimento per tutti i cineasti del ventennio successivo. Una pellicola avveniristica per l’epoca, una metafora dell’orrore quotidiano metropolitano. Ed è proprio L’alba dei morti viventi – come verrà chiamato il sequel del film nel 2004 – il titolo del primo albo di Dylan Dog. Anche solo sfogliandolo si capisce che qualcosa è cambiato nel mondo del fumetto.

dylan dog

Il tratto inquietante del disegnatore Angelo Stano ricorda i quadri espressionisti di Schiele e si distacca dagli schemi a cui la Bonelli aveva abituato il pubblico fino a quel momento, diventando più accattivante per le nuove generazioni. I primi numeri vanno tutti esauriti in pochi giorni, tanto che le quotazioni sul mercato dell’usato portarono alla stampa di copie false, riconoscibili solo da alcuni particolari, tra cui la scarsa qualità della stampa e della carta utilizzata.

Fin dalle prime tavole il senso di angoscia è profondo: le urla e l’atmosfera tetra ci portano immediatamente in un mondo ricco di tensione emotiva, anche i campanelli delle case urlano (citazione a Invito a cena con delitto del 1978 di Roger Moore) ma nel momento in cui Groucho fa capolino con una delle sue memorabili freddure, lo stile di Sclavi si palesa in tutta la sua genialità. Un horror dalle tinte fosche ma arricchito da una vena umoristica, uno humor nero decisamente in linea con la scelta di ambientare la storia in una Londra cupa e inquietante. Groucho, assistente e governante del nostro Old Boy, è perfettamente modellato sull’omonimo attore membro del trio comico statunitense I fratelli Marx.

Citazioni pop!

Da appassionato di cinema e letteratura horror, Sclavi inserisce nelle storie di Dylan Dog, già a partire dal primo numero della collana, precisi riferimenti cinematografici e letterari; film di registi come Dario Argento, George Romero e John Carpenter vengono citati e rivisitati, ma compaiono anche reinvenzioni di pellicole di cineasti come Alfred Hitchcock, Billy Wilder e Martin Scorsese; sono presenti anche espliciti omaggi ai maestri della narrativa horror, tra i quali Poe, Lovecraft, Stevenson, King e della fantascienza, come Richard Matheson e Ray Bradbury. Non mancano altrettanti omaggi a grandi scrittori come Borges o Kafka.

Ma Sclavi non si limita a mere citazioni, poiché in realtà queste vengono rielaborate e riadattate secondo lo stile dell’autore. Da un certo punto della serie in poi esiste, infatti, quasi una sfida tra Sclavi e i lettori, affinché questi ultimi scoprano le singole citazioni contenute in un albo e scrivano alla rubrica della posta. E’ solo il primo tassello di uno stretto e continuo contatto tra il personaggio Dylan Dog, i suoi autori e il pubblico dei lettori. Nel tempo, questo contatto assumerà forme sempre più diverse e coinvolgenti: mostre, fiere, convegni e un festival di cinema horror, il Dylan Dog Horror Fest.

Gli anni novanta: psyco thriller e attualità

Nel frattempo un decennio si chiude, arrivano gli anni novanta con Golconda l’albo numero 41, l’ultimo con la copertina disegnata da Claudio Villa. Il testimone passerà al grande Angelo Stano, enormemente più indicato ad evocare le atmosfere dylaniane. Anche Tiziano Sclavi scrive sempre meno, ricoprendo per lo più il ruolo di supervisore e, negli anni 2000, lascerà le sceneggiature a grandi penne tra le quali Tito Faraci e Pasquale Ruju.

Intanto il mondo della pellicola cinematografica inventa nuovi modi di concepire l’horror. Nasce lo psyco thriller e i mostri diventano reali, sono quelli dei telegiornali, che se ne stanno nascosti nel buio della mente. La paura diventa concreta, il surreale lascia il posto al ben più spaventoso mondo reale. Le storie di Dylan si intrecciano sempre più con l’attualità.

“Mi chiamo Dog, Dylan Dog.”

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Al nostro Old Boy sembra non mancare proprio niente: un uomo giovane, affascinante, dai modi di fare per niente sovrannaturali, anzi, dalle caratteristiche profondamente umane che lo rendendolo un eroe vulnerabile, fallace, un uomo nel quale potersi immedesimare. Dylan Dog non crede in tutto ciò che gli viene raccontato dai suoi clienti, quasi non crede nemmeno a ciò che vede e questo è uno dei suoi punti di forza: non ci obbliga ad entrare in un mondo paranormale, bensì ci accompagna nei suoi viaggi nell’incubo con il nostro stesso scetticismo. Le citazioni pop, la caduta di ogni tabù fumettistico riguardo il sesso, il formato “one-shot” che ogni mese consegna ai lettori una storia autoconclusiva, un format vincente, insomma, che ha sempre accontentato tutti, eppure…

Dylan è prigioniero di due schieramenti, perché in questi anni ha intercettato i gusti dei lettori di due spazi temporali: chi lo segue da quando è uscito (“erano meglio i primi 100” cit.) e chi nel frattempo si è unito, rendendolo l’eroe di due epoche simili, ma profondamente diverse. Una frattura con la quale hanno dovuto confrontarsi molti curatori, con risultati alterni, a volte fallendo. Nel 2013, Roberto Recchioni prende in mano la regia della serie, su nomina dello stesso Tiziano Sclavi.

Una nuova alba!

Dopo 9 anni come curatore, l’autore romano riparte con un reboot della prima avventura dell’investigatore dell’incubo, divisa però in sei episodi, un sorta di Ultimate Dylan Dog in cui ritroviamo alcune delle sue più celebri identità, tra personaggi storici della serie e semi nuovi in una commedia nera che funziona più che bene. A conclusione del Ciclo della meteora, con il numero celebrativo in quattro versioni, ha inizio così un nuovo corso con il numero 401 L’alba nera, uscito a fine gennaio 2020 con una meravigliosa copertina dorata lucida, disegnata dalla mano di Gigi Cavenago.

Sarà un ciclo di sei albi, siglato 666, sei episodi basati su un intreccio narrativo tra personaggi vecchi e nuovi. Le sceneggiature saranno tutte firmate da Roberto Recchioni, mentre ai disegni si alterneranno alcuni storici disegnatori come Corrado Roi, Nicola Mari, Sergio Gerasi e Giorgio Pontrelli, con incursioni di esordienti assoluti, molto apprezzati nella scena indie, come Francesco Dossena. Al termine del ciclo 666 torneranno, da Claudio Chiaverotti a Paolo Barbato, altri sceneggiatori che hanno contribuito a dare lustri alla testata, protagonisti sia di storie singole, sia di nuovi cicli, più o meno brevi.

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Un nuovo inizio, una nuova alba, un nuovo look. Un fumetto che fa ancora la rivoluzione e fa discutere. E voi quale Dylan preferite?

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Andrea Montagna, 24 anni, graphic designer e grande appassionato di cinema, libri e fumetti italiani. Sono segretamente innamorato di Barack Obama.

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