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The Umbrella Academy: “La suite dell’apocalisse” e “Dallas”, la recensione

Pubblicato

il

Umbrella Academy

7.7

SCENEGGIATURA

7.5/10

DISEGNI

8.0/10

CURA EDITORIALE

7.5/10

Pros

  • L'estetica punk peculiare per nulla invadente
  • La stratificata caratterizzazione dei personaggi
  • I numerosi spunti ancora da esplorare
  • Gabriel Bá
  • La fluidità della narrazione

Cons

  • I colpi di scena superflui in Dallas
  • Il brusco cambio di registro tra un volume e l'altro che potrebbe destabilizzare

Di fumetti supereroistici ce ne sono a milioni. Come per ogni produzione massiva, tale quantità abnorme, unita alla canonicità strutturale e all’integralismo di parecchi lettori, fa sì che spesso da questa tipologia di fumetti esca fuori per lo più roba mediocre e autoreferenziale. Eppure, qualcosa di diverso ogni tanto esce, generando quelli che a conti fatti sono i veri e propri capolavori del genere. Se si analizza attentamente la storia del fumetto americano, ci si può rendere conto di quanto i migliori esempi del medium siano quelli che propongono idee diverse dalla basilare concezione nerd di fumetto. Ad esempio, si veda come Marvels di Kurt Busiek e Alex Ross, apparentemente il più canonico e celebrativo dei fumetti, proponga qualcosa che i fumetti di supereroi, in genere, non fanno: mostrare lo straordinario dal punto di vista dell’uomo comune. Ciò avviene perché un vero prodotto autoriale è, per sua stessa definizione, figlio della personalità dei suoi creatori. 

The Umbrella Academy, scritto da Gerard Way  (ex-frontman dei My Chemical Romance) e disegnato da Gabriel Bá (uno dei più grandi disegnatori di fumetti in circolazione e autore di opere memorabili come Casanova e, soprattutto, Daytripper) edito in Italia da Bao Publishing e in America da Dark Horse Comics, rispecchia in pieno questa tendenza, sfoggiando al suo interno tutto l’amore del suo sceneggiatore per l’estetica punk e glam rock.

Difficile non rivedere nel vestiario, nelle capigliature e nel make-up dei personaggi di Umbrella Academy quel gusto ribelle, anarchico e maledetto tipico dei video musicali dei My Chemical Romance, basti guardare quello di The Black Parade, poi protratto in altri singoli di successo come SingIn quest’ultimo, tra l’altro, recita una parte nientemeno che Grant Morrison, celebrato scrittore di fumetti nonché amico e fonte d’ispirazione dello stesso Way, più volte omaggiato in UA e nella sua altrettanto pregiata incarnazione della Doom Patrol.

Non è affatto un caso, quindi, che i cattivi del primo volume, La suite dell’apocalisse, richiamino vistosamente i membri della società segreta del Guanto Nero, introdotti proprio da Grant Morrison nella sua run di Batman. Né stupisce che l’intero cast sia composto prevalentemente da freak più o meno eccentrici, come i personaggi della sua Doom Patrol.

Tali richiami si estendono all’intera storia del fumetto americano, generando un bomba metanarrativa di incredibile potenza e raffinatezza. Senza andare troppo nel dettaglio, la storia dell’Academy inizia con una “gomitata atomica volante” effettuata durante uno scontro tra un essere umano e un alieno. Da questa gomitata nascono contemporaneamente decine di neonati con superpoteri da donne che non avevano manifestato alcun segno di gravidanza.

Di fatto, Gerard Way fa riferimento alla nascita della Silver Age, avvenuta in seguito alla diffusione della narrativa fantascientifica, dello sviluppo tecnologico e della corsa agli armamenti nucleari durante la Guerra Fredda. Tutte cose dalle quali Stan Lee e Jack Kirby attinsero per dar vita all’Universo Marvel e alle decine di eroi che lo popolano tutt’oggi. Infatti, quasi tutti gli eroi dell’epoca ottenevano i propri poteri da eventi pseudo-scientifici.

Sette di questi neonati vengono adottati da un distinto e rispettabile membro dell’alta società, Sir Reginald Hargreeves, il quale è deciso ad addestrarli per salvare il mondo, proprio come gli X-Men.

I riferimenti ai mutanti della casa delle idee sono in realtà molteplici, e vanno dai viaggi nel tempo alle personalità di alcuni dei protagonisti (in particolare Luther, che è Ciclope fatto e finito). Non mancano citazioni più “moderne”, come il personaggio di Kraken, del quale i fan dei WildC.A.T.s avranno sicuramente notato la somiglianza con Grifter.

Un vero e proprio atto d’amore nei confronti dei fumetti che l’hanno cresciuto e ispirato, ma con l’intenzione di creare qualcosa di nuovo e personale attingendo alle proprie radici culturali.

Le culturali e la sensibilità artistica di Way non si fermano però alla mera estetica, riversandosi prepotentemente anche nei contenuti di Umbrella Academy. Temi quali l’interiorità travagliata, la frustrazione per il mancato riconoscimento del proprio talento, il rapporto conflittuale con le figure genitoriali, la ribellione giovanile e la tossicodipendenza (da cui lo stesso Way era affetto) utilizzata come palliativo per i dolori dell’anima, oltre alla morte e al dolore come presenze costanti e quasi scontate che aleggiano tra le tavole – concetti che tanto hanno reso peculiari e popolari i concept album dei My Chemical Romance –  sono temi fondanti e caratterizzanti dei personaggi e delle storie di questi due volumi.

A ben vedere, i protagonisti di UA sono fin troppo sfaccettati per essere definiti positiviÈ vero che la loro esistenza è devoluta alla salvaguardia del pianeta, per la quale sono disposti a fare gioco di squadra pur mal sopportandosi; ma è altrettanto vero che ognuno di loro presenta dei difetti innegabili che ne minano l’immagine eroica. Sir Reginald Hargreeves è piuttosto lontano dal modello del Professor Xavier che ha a cuore i suoi allievi tanto quanto il suo sogno, trattandoli di fatto come oggetti al servizio di un bene superiore e negando loro qualsiasi forma di affetto.

Luther, a.k.a Spaceboy, è il figliol prodigo che vuole a tutti i costi farsi bello agli occhi del genitore eseguendo pedissequamente i suoi ordini, fino a sviluppare una forma di negazionismo che lo aliena da qualsiasi forma di critica nei suoi confronti. Un burattino devoto alla causa costi quel che costi.

Diego, o Kraken, è il suo esatto opposto: un ribelle, un solitario, la pecora nera della famiglia. Ha sviluppato un complesso edipico talmente forte nei confronti del genitore da non fidarsi più di nessuno, non perdendo occasione per gettare fango sulla sua memoria e mettendo in discussione qualunque sua azione passata o postuma. Se Luther è il Ciclope della serie, Kraken ne è il Wolverine fatto e finito, e infatti i due litigano in continuazione.

Allison (The Rumor, in originale; Voce, in italiano) è il personaggio apparentemente più apatico e meno caratterizzato dell’intero gruppo. Una ragazza che nasconde i propri sentimenti per paura di soffrire ancora, sconvolta da un trauma tremendo durante una missione. Tale velo di Maya non riesce però ad occultare quella che è la personalità più sensibile all’interno del gruppo, disposta ad ascoltare e ad empatizzare con chiunque sia in difficoltà, ma anche rinfacciando tutti i difetti del caso (soprattutto i propri) qualora incontri resistenze emotive a causa dell’immaturità del suo interlocutore.

Klaus (Medium) è la personificazione dell’eccentricità. Apparentemente un menefreghista, un drogato libertino che vuole solo fare la bella vita lontano da qualsiasi azione eroica. Eppure è sempre dove c’è bisogno di lui. È colui che – soprattutto nel secondo volume – si rivela fondamentale per la vittoria dei compagni, patendo le pene dell’inferno sia per cause esterne che per la peculiarità dei suoi poteri, talmente spaventosi da costringerlo all’assunzione di sostanze stupefacenti per lenirne il dolore per la sua psiche.

Per Vanya e Numero 5 c’è da fare un discorso a parte, dato che costituisco il perno a cui ruotano rispettivamente il primo e il secondo volume.

La prima è senza ombra di dubbio il personaggio più tormentato del fumetto. Il “padre” l’ha sempre tenuta in disparte, trattandola come un vero e proprio soprammobile (per motivi in realtà giustificabili, ma non per il modus operandi) escludendola da qualunque missione perché priva di poteri come i suoi fratelli. Vanya sviluppa così un tremendo complesso d’inferiorità, impegnandosi diligentemente anche più di Luther, senza però gli sporadici complimenti ad egli riconosciuti. Tale condizione la porta a scappare di casa e gettare fango su tutta la sua famiglia, provocandone l’odio e il disprezzo, pur continuando desiderare ardentemente la loro approvazione. Tale dissidio la trasformerà radicalmente, portando a conseguenze che gli spettatori della serie già conoscono, oltre a renderla protagonista di una delle sequenze più belle e intense del fumetto.

Numero 5 è invece la sicurezza di sé personificata. La sua boria e la tendenza a non tener conto di opinioni che non siano le sue lo porterà a commettere un errore fatale, che segnerà inevitabilmente la sua psiche, il suo corpo (essendo lui bloccato in una forma infantile) e il destino dello spazio-tempo. Di fatto lui subisce un contrappasso quasi Dantesco, dato che il suo desiderio di primeggiare lo porterà a vivere isolato in un futuro post-apocalittico. Nonostante sia il protagonista del secondo volume, Dallas, è il personaggio che meno modifica il suo atteggiamento nel corso del tempo, sfoggiando un carattere macchiettistico alimentato da una sindrome post-traumatica da stress che stona molto con la complessa evoluzione di Vanya vista in La suite dell’apocalisse.

Gerard Way dimostra quindi una certa lungimiranza nell’intrecciare psicologie e rapporti umani complessi. Il suo gusto intimista e la sua passione per i fumetti di supereroi classici si uniscono alla perfezione per delineare un mosaico apparentemente superficiale che nasconde, invece, una profondità unica.

Le trame da lui elaborate sono però tutt’altro che complesse. Sconfiggere una società segreta di criminali, sventare l’apocalisse, riparare fratture temporali sono tutte cose che il lettore supereroistico navigato già conosce. Way ne è ben conscio, essendo anche lui un lettore navigato, e incentra la narrazione totalmente sui personaggi, limitandosi ad esagerare e piegare alla sua estetica le ridondanze dei comic-books, carpendone soltanto gli elementi chiave e tralasciandone i cliché più fastidiosi per offrire al lettore sequenze d’azione dal ritmo forsennato, adrenalinico e per niente fini a sé stesse. Questo almeno in La suite dell’apocalisse.

In Dallas, Way sembra puntare in una direzione differente. Abbandonando le influenze della cultura pop anni ’50 e ’60 e attingendo invece a quella degli anni ’80-’90, la trama assume un’importanza quasi molesta e il contenuto sembra prendere il sopravvento sulla forma, cioè sul reale motivo del successo del primo volume. Riceviamo sì risposte importanti a domande poste in precedenza, i personaggi continuano a rivelare lati inediti e interessanti, ma l’azione si moltiplica in maniera esagerata e quasi cafona.

Laddove nel primo volume le scene veramente crude erano una vera e propria botta al cuore perché centellinate nel corso di numerose pagine, nel secondo sembra di assistere alla banale ricerca di attenzione tipica dei primi fumetti Image Comics degli anni ’90, con sangue che scorre a fiume e  superflui colpi di scena che non cambiano nulla del rapporto tra i personaggi, rivelandosi inutili tentativi di rendere complessa una trama semplice dall’esito scontato.

Eppure, proprio per questa sua insensatezza e spontaneità, Dallas risulta essere il volume finora più divertente e visivamente accattivante. L’intenzione di buttare tutto in caciara triplicando le scene d’azione (in particolare le sparatorie) con dialoghi serrati ricchi di frasi ad effetto che aumentano notevolmente la fruibilità della lettura – sebbene faccia perdere parecchi punti stile – guadagna moltissimo sul versante intrattenimento.

Dallas è anch’esso un compendio di citazioni alla cultura pop: i personaggi di Hazel e Cha Cha, tanto insipidi nella serie Netflix quanto folli nel fumetto, sono ispirati a mascotte di squadre sportive e marche di biscotti; il viaggio nel tempo con al centro l’assassinio di un politico richiama vistosamente la saga degli X-Men Giorni di un futuro passato, della quale esiste anche la versione cinematografica; non poteva mancare il Vietnam, con riferimenti a Sgt. Rock, The Punisher e The ‘Nam; la crono-pattuglia che sorveglia e impedisce eventuali sconvolgimenti temporali l’abbiamo già vista nei fumetti DC Comics di Rip Hunter: Time Master e Legion of Super-heroes.

Se però Umbrella Academy è così accattivante lo deve in gran parte anche al suo disegnatore. Gabriel Bá, con il suo tratto sintetico, caricaturale e squadrato è un disegnatore perfetto per accompagnare la verve glam e citazionista di Way, potendo contare su una padronanza delle espressioni e della costruzione della tavola precisa e, così come la sceneggiatura di Way, invidiabilmente personale.

Sporadicamente la sintesi prende fin troppo il sopravvento in alcune vignette, dando vita a sbavature che, nel complesso, non minano lo spettacolo visivo e non inquinano affatto il mare di pop art che immerge ogni singola tavola.

I due volumi di Umbrella Academy, La suite dell’apocalisse Dallas, incarnano un tipo di fumetto moderno che qualsiasi fruitore può apprezzare, in quanto non si perde in arzigogoli o sguazza in autocompiacimenti che precludano l’approccio dei neofiti, specialmente dei più giovani, per i quali potrebbe essere il primo fumetto ideale. Non resta quindi che attendere l’uscita italiana di Hotel Oblivion, terzo volume della serie a cui Gerard Way e Gabriel Bá stanno attualmente lavorando, per vedere quale nuova direzione prenderà questa interessante creatura post-moderna.

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Per lungo tempo ha cercato il proprio linguaggio ideale, trovandolo infine nei libri e nei fumetti. Cominciò quindi a leggerli e studiarli avidamente, per poi parlarne sul web. Nonostante tutto, è ancora molto legato agli amici "Cinema" e "Serie TV", che continua a vedere sporadicamente.

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