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(Ri)scopriamo la serie di Metro

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(Ri)scopriamo la serie di Metro 1

A due anni e mezzo dal suo annuncio, Deep Silver ha pubblicato (pochi giorni fa) la sua ultima fatica che risponde al nome di Metro Exodus, e noi di SpaceNerd, in attesa della recensione del suddetto titolo, puntiamo i riflettori sui due titoli precedenti, che hanno reso famosa la celebre saga letteraria post-apocalittica dell’autore Dmitrij Gluchovskij nel mondo videoludico, donandoci due delle esperienze più immersive e coinvolgenti della generazione passata.

UNA VITA SOTTO TERRA

Anno 2033, il mondo è in rovina in seguito ad una guerra nucleare i quali dettagli non sono rilevanti quanto le conseguenze che tale evento ha portato: in una Russia ormai totalmente devastata, ogni persona si rifugia nelle gallerie sotterranee della rete metropolitana, in quanto in superficie non è più possibile condurre una vita normale a causa della irrespirabilità dell’aria causata dalle radiazioni, che hanno anche modificato la natura “pacifica” della fauna, trasformando gli animali in aggressive ed ostili creature mutanti.

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Essendo quindi l’umanità al suo totale sbando, i sopravvissuti dovranno trovare il modo di raccogliere e riunire le forze cercando di sfruttare ogni potenziale risorsa per “ristabilire” un certo stile di vita e riprendersi dal disastro. La vita sotterranea è però molto difficile, e non solo dal punto di vista della sopravvivenza: nonostante la situazione critica, la natura dell’uomo non cambia, infatti sottoterra vi sono fazioni e comunità di umani differenti divise per ideale politico e stile di vita, cosa che rende il popolo tutt’altro che unito; vi sono infatti insediamenti e accampamenti all’interno delle gallerie con limiti e confini difesi militarmente.

Tutto ciò però, è solo parte del problema: il conflitto atomico non ha portato con sè “solo” radiazioni e le sue conseguenti modifiche alla natura di fauna e flora, ma anche qualcosa di nuovo, qualcosa di mai visto prima e di totalmente sconosciuto; elementi paranormali e sovrannaturali hanno permeato il mondo di Metro di misteri e interrogativi: intere aree maledette (anche in superficie) che allucinano le persone mostrandogli elementi in realtà inesistenti, depositi di vagoni dove le ombre degli abitanti di un tempo terrorizzano e destabilizzano i passanti, fluttuanti sfere di energia elettrica (chiamate “anomalie”, come se il concetto di per sè non bastasse a renderle abbastanza misteriose) che vagano nel mondo sotterraneo e “friggono” letteralmente ogni creatura che si muove al loro passaggio, come se avessero coscienza, e molte altre cose del genere.

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I più importanti però sono i Tetri, creature antropomorfe totalmente permeate di buio e oscurità dalla forma aliena che con i loro “poteri” alterano la realtà per come la intendono gli esseri umani: a differenza di ogni altra creatura, loro non cacciano, non sono ferali o aggressivi, bensì vivono nascosti nelle loro tane lontani da tutto, e interagiscono con gli altri esseri solo in casi molto specifici, quasi come se fossero dei.

Con queste premesse narrative, Metro 2033 inizia: il protagonista è Artyom, nato in Russia prima dei conflitti che poi ha dovuto vivere sulla sua pelle da bambino;  è stato quindi costretto a crescere in un mondo già distrutto, divenendo presto un Ranger di Sparta, una delle suddette comunità, che ha come centro abitativo una “città” chiamata Polis.
Il suo obiettivo sarà quello di raggiungere una torre di controllo lontana, in superficie, e usarla per puntare dei missili balistici su quella che è l’ipotetica casa dei Tetri, seguendo il concetto per il quale “se non sei in grado di comprendere qualcosa, allora uccidilo”. Quindi, prendendosi in carico questo compito, si avvia verso la sua destinazione, consapevole del fatto che potrebbe non tornare: il suo sarà un viaggio lungo, fatto di imprevisti, incontri e conoscenze particolari, situazioni pericolose, tanta azione ma, più di tutto, di paura.

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LA PAURA DELL’IGNOTO

Il fulcro tematico narrativo del gioco ricade inevitabilmente sul concetto di “ignoto”, e sul modo in cui l’uomo, come essere vivente, ci si approccia: in un mondo totalmente sconvolto, le quali leggi della natura vengono messe in dubbio, Artyom (e tutti gli altri, ovviamente) dovrà mostrare il suo lato più coraggioso ed impavido, per spingersi laddove nessuno riuscirebbe, affrontando minacce che vanno oltre il semplice “venir sbranati da creature mutanti affamate”, ma che agiscono sull’aspetto psicologico che la scarsa conoscenza al riguardo delle suddette minacce mostra: tale mancanza di conoscenza porrà l’uomo dinanzi alle sue stesse paure, infatti nella popolazione sopravvissuta della Metro verrà diffuso un clima di mistero che darà inevitabilmente luce a questioni/racconti/dicerie/leggende metropolitane (scusando il gioco di parole) del tutto prive di logica o di razionalità, generando superstizioni di ogni tipo.

In tutto ciò, ovviamente, va anche considerata l’ostilità tra le stesse fazioni di umani per la contesa dei territori sotterranei, il forte livello di radiazioni in superficie, la scarsa e carente disponibilità di risorse quali armi, munizioni, ed equipaggiamento di vario tipo.

In Metro Last Light la situazione cambia leggermente: ambientato dopo gli eventi del primo, si scopre che in realtà i Tetri hanno un legame con il protagonista, che lo farà incontrare con l’unico loro superstite, un “cucciolo” di Tetro in grado di comunicare con Artyom.
Questo nuovo spunto narrativo permetterà al giocatore di comprendere come in realtà i Tetri non erano una minaccia, bensì una specie addirittura pacifica, che per paura l’uomo ha preferito sterminare: quindi, con il piccolo Tetro al suo fianco, Artyom dovrà riuscire a risolvere una questione politica tra le fazioni in vista di una vera e propria guerra. La struttura di gioco rimane pressochè invariata: il gameplay è il medesimo, e la campagna sarà estremamente lineare; vi è un’impennata dal punto di vista della spettacolarità degli eventi, con più personaggi, dialoghi e sequenze cinematografiche al cardiopalma dall’impronta action, ma nonostante ciò lo spirito di Metro riesce a rimanere intatto, offrendo in più occasioni i suoi ambienti solitari, claustrofobici e le relative minacce.

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CAPACITA’ D’IMMERSIONE

Parlando un po’ dell’esperienza videoludica che Metro, il gioco si presenta come un action FPS con elementi survival, dove ogni meccanica viene volutamente posta per rendere la situazione “la più grezza possibile”: le armi saranno estremamente rudimentali ma al contempo funzionali e gli equipaggiamenti basilari (una torcia, un accendino, un blocco note, una bussola e un orologio); lo shooting stesso risulta “pesante”, e tramite un’impronta realistica, le armi sono rese poco precise, poco stabili, dall’alto rinculo e difficili da gestire al meglio.

Gli elementi survival, invece, risultano azzeccati anche se mai davvero incisivi: essendo un gioco molto lineare e story driven, raramente ci ritroveremo veramente in difficoltà con i filtri per l’aria o le munizioni, ciò non toglie che comunque ogni proiettile e ogni minuto di aria abbia la sua importanza, per i motivi sopracitati.

Tecnicamente, il gioco è semplicemente un capolavoro: la grafica e il sound design fanno un lavoro sbalorditivo, e rendono quella di Metro una delle migliori atmosfere che il mondo dei videogiochi abbia mai visto, anche grazie al concept narrativo del quale abbiamo parlato prima: ogni area, ogni sequenza di gioco (sia quando saremo da soli contro le minacce della natura, che quando dovremo superare un accampamento/insediamento umano), e ogni angolo del mondo di Metro ha un suo motivo di esistere, un suo grado di intensità e di atmosfera.

La resa dei centri abitati è semplicemente fenomenale, donando perfettamente l’idea del degrado nel quale il genere umano si trova, e la sua capacità di organizzare nel migliore dei modi quel poco che rimane per rendere vano ogni possibile sforzo di sopravvivere: banchi del mercato, teatri, camere da letto, pontili, stazioni commerciali e locali rendono questi luoghi pressochè indimenticabili per ogni giocatore che deciderà di approcciarsi al titolo.

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Anche i luoghi abbandonati hanno un carattere fortissimo: nonostante sia in molti casi tutto lasciato a marcire, tali aree sono pregne di elementi dello scenario come piante, ragnatele, fosse nel pavimento, pareti infette, cadaveri umani e non, e chi più ne ha più ne metta che inquietano il giocatore in modo semplicemente sensazionale; a completare il pacchetto, va detto che persino gli effetti particellari delle luci e della foschia sono realizzati divinamente, per non parlare dei rumori ambientali, che uniti a tutto il resto ci costringerà a rimanere sempre sul “chi va là!”.

Altro elemento degno di nota è il modo in cui viene caratterizzato il protagonista: Artyom è un silent hero che non sputerà mai una parola, bensì annoterà sul suo diario delle specie di “resoconti” personali delle tappe dei suoi viaggi, che ci verranno letti dal narratore : ci piace pensare che la voce di tale narratore sia quella di Artyom stesso, in quanto si parla in prima persona; tale idea permette di dare al protagonista un certo carattere che, per quanto rimanga superficiale e poco profondo, aiuta a coinvolgere il giocatore nelle vicende di gioco.

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Nessuno dei due giochi, però, è esente da difetti, molti dei quali sono condivisi per entrambi i giochi: doppiaggio di livello mediocre, voci che si accavallano, volume a tratti sballato, modelli dei volti poco convincenti e animazioni facciali tutt’altro che ben realizzate; tali problematiche si sentono molto di più in Last Light, in quanto come già detto si tratta di una storia più “politica” e quindi piena di personaggi e dialoghi da seguire: tutto ciò rende la narrazione del secondo Metro inevitabilmente più stucchevole e meno coinvolgente.
Anche la longevità non urla al miracolo: nonostante l’intensità delle avventure, non avrebbe guastato il rendere alcune aree magari un po’ più aperte, o semplicemente alcune sequenze di esplorazione più longeve e magari, perchè no, impegnative.

In poche parole, i primi due Metro sono un capolavoro d’immersione, dove ogni singolo elemento gioca a favore dell’atmosfera, offrendo un comparto tecnico spaventoso, un concept narrativo intrigante ed inquietante e un gameplay tutto sommato coinvolgente.

Avendo Exodus preso una strada un po’ nuova e diversa sotto più punti di vista, non possiamo che consigliarvi caldamente i primi due giochi, sperando che quest’ultima fatica di 4A Games possa mantenerne le caratteristiche che hanno reso grandi 2033 e Last Light.

Restate con noi per la recensione di Metro Exodus in pubblicazione nelle prossime settimane!

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(Ri)scopriamo la serie di Metro 8

Salve a tutti, sono Mattia, e da circa 18 anni ho un'intesa passione per il mondo dei videogiochi, e con essa mi porto dietro una forte propensione alla discussione e al dialogo il più discorsivo possibile riguardo questa incredibile arte.

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