Recensioni

Dead Space Remake, la recensione: l’Ishimura come non l’avete mai vista

Dead Space Remake

8.9

GAMEPLAY E LONGEVITA'

8.8/10

GRAFICA E SONORO

9.4/10

COERENZA E CURA PER IL DETTAGLIO

8.5/10

Pros

  • Immaginario rinnovato e ancora suggestivo
  • Comparto grafico e sonoro di alto livello
  • Gameplay divertente e impegnativo
  • Ambientazioni impressionanti
  • Tante modifiche e aggiunte...

Cons

  • ...forse fin troppe
  • Svariati problemi di caricamento, alcuni molto gravi

Nonostante ci capiti abbastanza spesso di specificare quanto il nostro medium sia ancora giovane ed in crescita, è innegabile il fatto che esso abbia già tuttora qualche decennio di storia alle spalle: in particolare, ci piace ricordare con nostalgia le generazioni passate e le relative glorie videoludiche del tempo che fu.

Al contempo, sta capitando sempre più spesso che molti sviluppatori e publisher stessi attuino operazioni di recupero di determinati titoli storici, per riproporli alle nuove generazioni in forma rinnovata: con esse però, giungono insistentemente controversie sulla loro reale natura, su quale debba essere il loro valore di mercato e su quali tipi di cambiamenti debbano venire apportati.

Ci piacerebbe parlare di questo specifico argomento, ma purtroppo non è questa la sede giusta per farlo: infatti, dopo averlo atteso a lungo, siamo riusciti a mettere le mani sul remake di Dead Space, la quale opera originale scosse il mercato videoludico di quella generazione e divenne uno dei più saldi punti di riferimento per il genere horror.

Ebbene, siamo convinti che questo remake ne sia il degno svecchiamento, oltre che un videogioco standalone imponente: scopriamo il perché nella sua recensione.

Isolati

Il tutto ha inizio a bordo della navicella da supporto U.S.G. Kellion, sulla quale si trovano il protagonista Isaac Clarke (in veste di ingegnere meccanico), insieme ai suoi colleghi Kendra, Hammond, Chen e Johnston, in dirittura d’arrivo presso il pianeta Aegis VII, in risposta ad una richiesta di soccorso dalla U.S.G. Ishimura, un imponente nave da trivellazione in orbita attorno ad esso, sulla quale, tra l’altro, lavora Nicole Brennan, la compagna di Isaac.

Dopo essersi avvicinati e ad aver provato a stabilire delle comunicazioni con risultati fallimentari, un incidente con i legami gravitazionali della nave porterà la Kellion a schiantarsi bruscamente sul suo ponte di volo, nella zona dell’hangar.

Una volta sbarcati sani e salvi, raggiungeranno una sorta di sala d’attesa dove si renderanno conto che qualcosa a bordo è andato gravemente storto, in quanto il rapporto danni sulla condizione della nave rivela falle e malfunzionamenti in pressoché ogni settore: subito dopo, si attiverà il blocco di quarantena a causa della presenza di un “anomalia pericolosa” , che sigillerà ogni accesso e via d’uscita della

All’improvviso, dai condotti di areazione della stanza irromperanno delle creature mostruose antropomorfe con svariate deformazioni fisiche: si tratta dei necromorfi, dei feroci mostri parassitari, che trasformano i corpi privi di vita in altre forme degli stessi, fisicamente ben più resistenti e pericolosi degli esseri umani.

Nel panico totale, Isaac riuscirà a fuggire tramite un ascensore: dopo aver trovato la lama al plasma, la prima delle armi disponibili, inizierà la sua incredibile epopea di sopravvivenza a bordo della Ishimura.

Quest’ultima, oltre ad esser brulicante di tali mostruosità, presenterà numerose avarie di sistema un po’ dappertutto, causati dalla possente massa organica che ha infettato una buona parte delle superfici: seguendo le indicazioni dei sopravvissuti Kendra ed Hammond, dovremmo spostarci tra i vari settori cercando di aggiustare tutto ciò che serve per potersi dare alla fuga e portare a casa la pelle.

Ovviamente, si imbatteranno in numerosi imprevisti ed incidenti che li costringeranno a cambiare i piani, passando per vie traverse e cercando continuamente soluzioni alternative: inoltre, dato che questo disastro ha portato la stragrande maggior parte dell’equipaggio a morire e a trasformarsi in necromorfi, Isaac sarà anche ben determinato a ricongiungersi con Nicole.

C’è sempre qualcosa dietro…

Come avviene di consueto per questo genere di titoli, l’intera trama di gioco non si baserà unicamente sulla storia di sopravvivenza di Isaac e sugli ostacoli che dovrà superare, ma sì andrà ad evolvere in qualcosa di ben più ampio e profondo: infatti, proseguendo nell’avventura verremo coinvolti in situazioni che ci porteranno faccia a faccia con le vicende della Ishimura, fino ad approfondire l’origine dei necromorfi e i segreti dietro ad essa, oltre che a cercare ovviamente di risolvere la questione.

In termini narrativi, Dead Space pesca a piene mani tematiche e concetti dai grandi classici del genere, proponendoli però in un contesto che riesce ad essere unico e ben più moderno: infatti, le vicende si baseranno su situazioni di sopravvivenza sempre più estreme, scoraggianti, che portano i personaggi al limite della sopportazione psicologica, e li costringerà a fare scelte e prendere decisioni disperate, non volute ma necessarie.

Dall’altro lato vi è la costruzione del mondo di gioco e dei misteri che si celano dietro di esso, che unisce spunti di carattere religioso al fascino della fantascienza dell’ignoto, e puntano anche filosoficamente il dito sulla sopravvivenza dell’essere umano intesa come evoluzione della specie.

Il focus del racconto rimbalzerà continuamente tra questi due contesti tematici, il quale perfetto connubio riesce nell’incredibile impresa di trasmettere di una serie di sensazioni, impressioni ed atmosfere davvero speciali, non solo per il genere horror ma per l’intero medium videoludico.

Altre pedine sulla stessa scacchiera…

In questo caso però, va fatto un importante accorgimento: rispetto all’opera originale di Visceral, EA Motive ha deciso di mescolare le carte in tavola per quanto riguarda l’esposizione degli eventi, in quanto molti degli elementi loristici originali vengono in questo caso posti come colonna portante della trama, il che rappresenta una differenza sostanziale nella narrazione, decisamente più in linea con quella del secondo e del terzo capitolo.

Il fatto che Isaac parli riempie il suo personaggio di carattere ed espressività, e rende per forza di cose i dialoghi con gli altri personaggi ben più elaborati e completi, con scambi di idee ed opinioni in passato del tutto inesistenti.

Anche il personaggio di Nicole verrà ben più approfondito, sia in quello che è il rapporto con Isaac stesso che per quanto riguarda gli avvenimenti che l’hanno vista come protagonista proprio sulla Ishimura, anche grazie all’introduzione di vere e proprie missioni opzionali di natura unicamente narrativa che vanno ad esplorare tutta una serie di dinamiche di trama specifiche e background secondario.

Quindi, il maggior numero di conversazioni, dialoghi e linee di testo tendono a smorzare leggermente il silenzio cupo ed ansiogeno dell’originale: dall’altro lato però, oltre ad arricchire alla grande il mondo di gioco, portano l’avventura di Isaac ad intensificarsi maggiormente, rendendo determinate sequenze decisamente più cariche di tensione narrativa.

Ad ogni modo, che sia per le aggiunte e le modifiche di turno o per altro, l’immaginario di Dead Space rimane tuttora qualcosa di incredibilmente ispirato, in grado di impressionare ed affascinare anche i nuovi giocatori (abituati, magari, ad un genere di horror più moderno), proprio come fanno i grandi classici del genere.

L’ingegnere-combattente!

Parlando di gameplay, Dead Space si propone come uno sparatutto in terza persona, con un forte focus sulla componente survival, diversi accenni di puzzle solving e qualche spunto di esplorazione.

A differenza di come avviene nel suo gemello spirituale The Callisto Protocol (di cui potete trovare la nostra recensione qui), lo shooting ricopre un ruolo fondamentale: i necromorfi risulteranno particolarmente veloci, aggressivi e pressanti, il che ci costringerà a dover agire con sangue freddo ed agilità, sfruttando ogni strumento disponibile per avere la meglio sulle numerose orde che ci verranno fiondate addosso.

Le armi, nonostante non siano così numerose, hanno precisi metodi di utilizzo ed efficacia, e ognuna un tipo di fuoco primario ed uno secondario, che dovremo cercare di sfruttare alternandoli come meglio riteniamo in base alla situazione.

Per sconfiggere agevolmente i necromorfi dovremo concentrare il fuoco sugli arti, la loro parte del corpo più debole: spezzandogli le gambe riusciremo a rallentarli, mentre distruggendogli le braccia affilate gli impediremo di attaccarci con forza.

Nonostante quasi tutti i necromorfi vadano sconfitti in questo modo, dovremmo prestare attenzione a quale tipologia di unità ci verrà scagliata contro, dato che si differenzieranno per dimensioni e resistenza ma anche e soprattutto per forma, mobilità e tipo di attacco.

Se contro alcuni di essi converrà mantenersi a debita distanza contro altri sarà meglio avvicinarsi per pestarli (letteralmente) con attacchi e calci corpo a corpo.

A tutto ciò si aggiungono il modulo cinetico e quello da stasi: con il primo potremo attirare a noi oggetti di piccole e medie dimensioni (compresi gli arti spezzati dei necromorfi stessi) per scagliarli addosso ai nemici danneggiandoli e rallentandoli, mentre il secondo ci permetterà di far limitare i movimenti del bersaglio per qualche secondo.

Ovviamente, tutti questi strumenti andranno gestiti con parsimonia e sfruttati nel migliore dei modi, in quanto le munizioni delle armi tenderanno prima o poi a scarseggiare: ritrovarsi privi di colpi dinanzi ad uno scontro è una sensazione ansiogena, e anche se provassimo a darci alla fuga i nemici ci staranno quasi sempre con il fiato sul collo, seguendoci e raggiungendoci nelle stanze e nei corridoi successivi.

L’insieme di questi elementi rendono Dead Space particolarmente piacevole e divertente da giocare ma anche impegnativo ed equilibrato: infatti in termini di puro level design gli sviluppatori sono stati acuti nel ponderare con estrema attenzione lo spawn di nemici di vario tipo in posizioni e momenti diversi in base all’arena, spesso e volentieri piena di ostacoli ed impedimenti ma anche di possibilità da sfruttare contro di loro, dandoci la possibilità di attuare vere e proprie strategie offensive e difensive, e in molti casi, di improvvisare.

Nonostante ciò, si percepisce sin dai primi momenti quanto il gameplay e lo shooting in senso stretto siano rimasti abbastanza grezzi, a nostro avviso invecchiati bene ma non benissimo.

Anche in questo caso vi sono delle sensibili differenze rispetto all’opera di Visceral: le armi, per quanto rimangano concettualmente le stesse, andranno a offrire tipologie di fuoco (soprattutto quello secondario) leggermente diverse, così come i loro potenziamenti finali, che oltre a doverli acquistare dopo averne trovato lo schema, offriranno dei veri e propri perk dagli effetti in battaglia unici.

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“Qui crolla tutto a pezzi!”

Come detto in precedenza, vi saranno anche alcune brevi sequenze dove a farla da padrone sarà la risoluzione degli enigmi: dato lo stato ormai malconcio e trasandato della Ishimura, ci ritroveremo a più riprese a dover ripristinare determinati sistemi della nave, sostituendo pezzi rotti di alcuni macchinari, reindirizzando l’energia per sbloccare porte e meccanismi, distruggendo placche di massa organica ecc.

Anche sotto questo aspetto, che è sempre stato a nostro avviso la parte debole del gameplay dell’originale, vi è stata una leggera rivisitazione, soprattutto per quanto riguarda la gestione delle interazioni con gli elementi dello scenario: per quanto tale componente non sia preponderante neanche in questo remake, ricordiamo con precisione che alcune fasi di questo genere erano alquanto noiose, e quindi questo svecchiamento è riuscito a dargli un pizzico di pepe in più.

Ma quella che è la più grande differenza riguarda i concetti di navigazione ed esplorazione: ad esempio, potremo tornare in qualsiasi momento nelle zone già visitate tramite la navetta di trasporto che collega le varie sezioni della nave, che in passato fungeva unicamente da passaggio unilaterale da una missione all’altra.

Il backtracking in questo caso sarà utile per completare missioni secondarie ed effettuare completismo: infatti, esplorando la nave e ci si renderà conto che alcuni armadietti, porte e stanze saranno inizialmente inaccessibili, in quanto bloccati da un certo sistema di sicurezza.

Infatti, dovremo trovare durante l’avventura una sorta di tessera numerata su più livelli che farà proprio da permesso per poterli sbloccare: ciò implica il fatto che vi siano deviazioni e passaggi unici, inesistenti dell’originale, che ci permetteranno appunto di ottenere ulteriore munizioni, kit medici, schemi di potenziamento speciali e altro.

Ad ogni modo, non si tratta di niente di troppo elaborato visto che le missioni continueranno a proporre una struttura tendenzialmente lineare, con corridoi e stanze claustrofobiche poco ampie in termini di estensione, e che quindi non richiedono chissà quale minuzia nell’esplorazione.

Nello spazio, nessuno può sentirti urlare

Un’altra grande differenza risiede nelle sequenze a gravità Zero: laddove in passato ci si poteva spostare semplicemente facendo dei grandi tuffi da una superficie all’altra, qui avremo la possibilità di muoverci in tutte e tre le dimensioni grazie a dei propulsori situati sugli stivali della tuta, esattamente come avveniva in Dead Space 2.

Questo cambia drasticamente la navigazione di queste sezioni, e il conseguente approccio nel superamento degli ostacoli: quindi per forza di cose praticamente tutti i passaggi, enigmi e persino bossfight relativi proprio alle zone prive di gravità sono stati rielaborati per adattarsi a questo schema di movimento decisamente più libero (alcune parti saranno addirittura del tutto inedite).

Questo rappresenta uno se non il più netto miglioramento in termini di gameplay rispetto all’originale: questa libertà ci farà sentire molto più in controllo dei nostri movimenti sui tre assi, eppure basterà una minima rotazione di troppo per farvi percepire un senso di disorientamento e smarrimento che si adatta alla perfezione all’atmosfera cupa e opprimente delle ambientazioni stesse che dovremo attraversare.

Complessivamente, l’andamento della disavventura riesce sempre a mantenere alta la tensione, grazie a sequenze e ambientazioni sempre ben diversificate e variegate: i vari settori della Ishimura sono talmente ben caratterizzati al punto di sembrare quasi dei biomi unici nonostante si trovino tutti sulla stessa nave, e propongono ognuno a modo loro un certo livello di inquietudine più o meno intensa ma sempre assolutamente presente.

Dalla luminosa e sinistra infermeria al desolante ponte di volo passando per l’idroponica e i vari settori tecnici zeppi di macchinari in funzione avremo continuamente la sensazione di fatica e pesantezza nello starne affrontando, passando e superando davvero di tutti i colori, percependo al contempo l’angoscia di trovarsi isolati una nave dispersa nello spazio profondo.

Al contempo, tra le cose che porteranno invece a smorzare la tensione, non si può non notare una certa ripetitività negli schemi di spawn ed apparizione dei necromorfi: all’ennesimo condotto di areazione sfondato sempre nello stesso modo diventa fisiologico il fatto che i jumpscare e l’effetto sorpresa perdano di intensità e quindi d’efficacia.

Inoltre, con una buona dose di esplorazione ed un saggio utilizzo dei nodi di potenziamento potreste ritrovarvi molto presto con un arsenale pressoché devastante, al punto che saranno i necromorfi stessi a dover scappare da voi.

Aprire gli occhi

Essendo questo un remake di un gioco uscito praticamente quindici anni fa, non possiamo non dedicare un paragrafo al restyling grafico: EA Motive ha preso in prestito il motore grafico Frostbite 4.0 proprietario di DICE, effettuando da zero una ricostruzione tecnica di ogni elemento che appare a schermo.

Il risultato è qualcosa di eccezionale, in quanto riesce al massimo delle sue potenzialità a centrare l’obiettivo di proporre la stessa esperienza scenica vissuta nel lontano 2008 in termini di immersione ed atmosfera ma con una cura per il dettaglio e un impatto visivo degna della nuova generazione di console.

Praticamente ogni elemento dello scenario ha una sua consistenza e solidità visiva, sui quali si riversano riflessi ed effetti di luce che rendono evidente una qualità dell’illuminazione pressoché impressionante: inoltre, la resa prettamente estetica dell’ambientazioni e dei loro colori in perenne contrasto le riempie di carattere visivo.

Si passa continuamente da scenari statuari ed immutati come dipinti, ad altri ben più pulsanti, zeppi di piccoli e grandi macchinari in funzione, luci in movimento, foschie ambientali e numerosi altri effetti, particellari e non.

Meno convincenti invece le animazioni in generale, soprattutto quelle facciali dei personaggi, così come alcune specifiche texture ambientali, in particolare determinate superfici metalliche che risultano per qualche motivo sgranate ed in bassa risoluzione.

Passi più lunghi della gamba

Purtroppo sotto questo punto di vista siamo incappati in quello che forse l’unico grande ed inequivocabile difetto del comparto tecnico: similarmente a come ci è già capitato di vedere negli ultimi due capitoli di God of War, l’intera avventura verrà gestita interamente da un unico piano sequenza, senza che vi siano quindi dissolvenze, stacchi di scena e caricamenti.

Ma evidentemente qualcosa nel processo di ottimizzazione è andato storto, dato che ci è capitato numerosissime volte di veder gli scenari ma anche i modelli del protagonista e dei nemici caricarsi davanti ai nostri occhi, all’apertura di una porta o dopo il caricamento post morte.

Alcuni di questi errori sono stati di natura persino invalidanti, in quanto in alcuni casi il gioco ci ha messo interi minuti per aggiornare l’obiettivo dopo una certa interazione, mentre in altri è capitato che un certo oggetto specifico (nel nostro caso una tessera di accesso ed un fusibile) non venissero proprio per niente caricato nell’ambiente di gioco, dandoci la sensazione sgradevole di aver perso qualche pezzo per poi costringerci a ripartire da un salvataggio precedente.

In questo senso avremmo preferito rinunciare al piano sequenza assoluto in favore di qualche caricamento in più, senza però doverci poi ritrovare dinanzi a vuoti di texture ed obiettivi incompletabili: un gran peccato, dato che per quanto riguarda il resto dell’ottimizzazione la nostra è stata un’esperienza decisamente fluida e priva di stutter, cali di framerate e crash del gioco, il che data la qualità complessiva del reparto grafico non è per niente una cosa scontata, soprattutto di questi tempi.

Cuffie al massimo!

Per concludere in bellezza non possiamo che inchinarci dinanzi alla incredibile cura riposta nel comparto audio generale, a nostro avviso pressoché perfetto: se già l’originale veramente poco da migliorare, in questo caso hanno semplicemente superato ogni aspettativa.

Le sirene della quarantena attivata, gli annunci del sistema informatico all’altoparlante, i suoni ovattati degli spari e delle interazioni nelle fasi a gravità Zero, i mostruosi versi dei necromorfi, gli assordanti e rumorosi suoni dei macchinari attivi e tantissimi altri dettagli sonori si uniscono assieme per elevare l’esperienza orrorifica di Dead Space ai più alti livelli del nostro medium.

Conclusioni

Dopo le numerose ore passate nuovamente a bordo della Ishimura ci siamo resi conto del fatto che le intenzioni di EA Motive non fossero solo quelle di riproporre l’opera originale alle nuove generazioni, bensì di crearne una nuova versione che ne migliori ogni aspetto, il risultato: ci sono riusciti.

Quello di Dead Space è un remake possente, serio, fatto e finito, che presenta migliorie sotto ogni punto di vista, non solo a livello grafico, estetico e sonoro, ma anche di design, gameplay ed equilibrio di gioco, di navigazione ed esplorazione e persino di gestione della narrazione, rendendo la disavventura di Isaac Clarke e in generale l’immaginario di questo mondo di gioco ancora una volta imponente e coinvolgente.

Nonostante ciò, abbiamo avuto l’impressione che gli sviluppatori si siano presi un po’ troppa libertà reinterpretativa, dato che molte delle aggiunte e delle modifiche, per quanto effettuate in buona fede e con l’assoluto rispetto per il materiale originale, siano superflue e superficiali, al punto che vanno in alcuni casi proprio a cambiare leggermente l’esperienza ludica generale: in poche parole, non daremmo per scontato l’idea di consigliare solo ed unicamente questa nuova versione, bensì di andare anche a recuperare l’originale.

A parte questo, l’unico grande difetto dell’opera riguarda alcuni gravi problemi legati ai caricamenti, che hanno afflitto molteplici volte la nostra run non solo a livello texture ma anche in termini di interazioni primarie ed aggiornamenti dell’obiettivo.

A questo punto, aspettiamo e speriamo che in un futuro più o meno prossimo Electronic Arts possa affidare a EA Motive la stessa operazione di recupero anche per il secondo e terzo capitolo: questo remake ha dimostrato che la saga ha ancora tanto da offrire, ha solo bisogno di essere riportato in carreggiata.

Se questo è il primo passo siamo su un’ottima strada.

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Mattia Mariano

Salve a tutti, sono Mattia, e da circa 18 anni ho un'intesa passione per il mondo dei videogiochi, e con essa mi porto dietro una forte propensione alla discussione e al dialogo il più discorsivo possibile riguardo questa incredibile arte.

Pubblicato da
Mattia Mariano
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