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Wotakoi: il grido generazionale di Fujita

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Con il volume numero undici, pubblicato in Italia da Planet Manga lo scorso 7 aprile, la storia di Wotakoi si è definitivamente conclusa.
Nato dalla mente di Fujita, Wotakoi (abbreviazione di Wotaku ni koi ha muzukashii, letteralmente L’amore è complicato per gli otaku) nasce come webmanga nel 2014 sulla piattaforma Pixiv per poi spostarsi fino alla conclusione sul webzine Comic Poll.

Il successo di Wotakoi nel corso degli anni è stato davvero sorprendente. Partita autonomamente dal web, l’opera ha subito conquistato il Giappone portandosi a casa il Web Manga General Election e raggiungendo il primo posto della classifica dei manga più letti nel 2016 dal pubblico femminile secondo Kono Manga ga Sugoi!. Non poteva mancare un adattamento animato (famoso per l’opening), arrivato nel 2018 grazie ad A-1 Pictures, disponibile in Italia su Amazon Prime Video, e anche un fortunato live-action, uscito nelle sale giapponesi nel 2020.

Wotakoi rientra pienamente nella categoria dei manga josei, la versione più adulta e “verosimile” degli shojo. Anche se sulla carta indirizzato ad un pubblico femminile, l’opera di Fujita nasconde una serie di temi, presentati attraverso le forme tipiche delle rom-com, attuali e adatti a tutti.
L’autrice, forse inconsapevolmente, finisce per presentare uno spaccato della quotidianità giapponese verso il quale ormai anche il resto del mondo si riconosce, un velato grido generazionale rivolto a tutti i lettori.

Proprio per questo, e per altri motivi che andremo a presentare in questo piccolo approfondimento, Wotakoi è una serie diversa dalle classiche commedie romantiche, un must per chi ama il genere ma anche un’opera che chiunque sia appassionato del mondo nerd prima o poi dovrebbe prendere in mano.

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Wotakoi: Love is Hard for Otaku

Pronta per il suo primo giorno di lavoro nella nuova azienda, Narumi viene scortata dalla sua senpai per visitare l’ufficio. Mentre camminano per i corridoi, incrocia dal nulla il suo amico d’infanzia Hirotaka e lo chiama quasi istintivamente. Apparentemente sembra un normalissimo incontro tra due vecchi compagni di scuola ma nel momento di congedarsi, dopo essersi messi d’accordo per mangiare insieme finito di lavorare, Hirotaka chiede a Narumi se avrebbe partecipato al prossimo Comiket.

Narumi segretamente è quella che in gergo tecnico possiamo definire una fujoshi (amante delle storie boys’ love) e disegna lei stessa qualche doujinshi yaoi nel tempo libero. Questa passione però l’ha sempre voluta tenere nascosta, soprattutto nella sua vita sociale e lavorativa, perciò la domanda di Hirotaka davanti a due senpai del nuovo ufficio la colpisce come un fulmine a ciel sereno.

Davanti ad una birra Narumi racconta al vecchio amico che il suo ultimo ragazzo aveva scoperto la sua natura otaku e si era allontanato da lei per poi lasciarla definitivamente.
L’esperienza la condizionò a nascondere la sua passione e cercare di apparire il più “normale” possibile, non pensando però di ritrovarsi Hirotaka, fiero hardcore gamer, nel suo stesso ufficio.

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Hirotaka vive il suo essere un otaku gamer in maniera completamente diversa da Narumi.
Non ha mai nascosto la sua passione per i videogiochi a lavoro e questo, unito al suo atteggiamento apparentemente distaccato e freddo, lo ha reso poco incline a socializzare con gli altri.
Vedendo l’amica in difficoltà, Hirotaka le suggerisce di trovarsi un ragazzo che l’accetti per il suo essere otaku, candidandosi lui stesso. Nasce così Wotakoi, la storia di due otaku alle prese con la vita di tutti i giorni, l’ufficio, le bevute con gli amici e la loro passione.

Oltre a Hirotaka e Narumi si affiancano nel ruolo di protagonisti anche i due senpai del lavoro, Kabakura e Koyanagi, che scopriamo subito essere non solo una coppia da anni ma soprattutto due super nerd. Koyanagi è appassionata di cosplay e yaoi mentre Kabakura coltiva un’amore malcelato per gli anime.

Fujita parte così raccontando la quotidianità dei quattro protagonisti (a cui si aggiungeranno successivamente il fratello di Hirotaka e Kou-kun) con la semplicità e il realismo tipici dei migliori slice of life, sviluppando dei personaggi verso i quali non empatizzare e rivedersi è praticamente impossibile e fornendoci undici volumi ricchi di risate, spunti di riflessione e una vagonata di momenti che rimangono ben impressi nei cuori dei lettori.

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The New Normal

Nel manga di Fujita i protagonisti vestono i panni dei classici impiegati giapponesi.
Lavorano sodo in azienda, fanno gli straordinari fino a tardi se c’è qualche assegnazione da portare a termine e si godono una bevuta in compagnia una volta usciti dall’ufficio. Ma nel tempo libero sono tutti degli otaku. Narumi ama e disegna manga yaoi, Hirotaka prende in mano un joystick ad ogni pausa, Koyanagi adora i suoi cosplay e Kabakura non può essere disturbato nel suo giorno libero settimanale in cui recupera tutti gli anime che ha registrato.

La loro doppia vita non è solamente un mezzo comico riuscitissimo, ma anche l’essenza stessa di Wotakoi. Essere otaku e vivere normalmente è difficile e lo vediamo subito dall’esperienza di Narumi. Allo stesso tempo però Hirotaka ci mostra un’altra via, essere se stessi e fregarsene degli altri.
Questa rappresentazione dei due protagonisti è un’interessante riferimento alla realtà, verso la quale Fujita si rivolge costantemente nel ricreare le dinamiche che vediamo in ogni capitolo.

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Nel 2014 quando è stato pubblicato il primo capitolo su Pixiv non credo che Fujita immaginasse che Wotakoi sarebbe diventato un manga di fama mondiale. Un’opera come questa in Giappone, dove essere “otaku” ormai fa parte della cultura popolare da anni, trovava il suo habitat naturale, condizioni ben diverse rispetto ad un paese come il nostro, almeno fino a qualche anno fa.

La cultura nerd, che è la silente protagonista di Wotakoi, è da tempo presente in Italia ma raggiunge la ribalta solamente negli ultimi anni. Mentre usciva Wotakoi in Giappone e il pubblico di casa si riconosceva nei protagonisti, essere “nerd” in Italia era ancora raro, o almeno lo era ammetterlo. A partire dalla seconda metà dell’ultimo decennio però, anche in un paese come il nostro, quella che amo definire la “nerd culture” ha iniziato a crescere sempre di più, trovando terreno fertile nelle nuove generazioni.

L’uscita di Wotakoi nel 2020 come manga avviene perciò in un momento perfetto per il pubblico a cui è rivolto. Sono i primi momenti in cui anche i più navigati “otaku” del Bel Paese iniziano a parlare liberamente della loro passione e vedono diffondersi serie come L’Attacco dei Giganti addirittura tra i colleghi in ufficio (esperienza personale, ndr.). La serie quindi diventa uno specchio wholesome e simpatico da seguire e nel quale immedesimarsi, che supera i confini giapponesi e si rivolge a tutti i nerd del mondo.

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Al di la della parte rom-com e delle sue varie declinazioni all’interno della serie, che comunque ci cattura e ci tiene incollati alle evoluzioni delle tre coppie per tutti gli 11 volumi, dopo aver finito Wotakoi credo che la cosa che rimanga più impressa nel lettore è una consapevolezza diversa di se stessi che emerge dagli sviluppi dei personaggi.

Che vi riconosciate in Hirotaka o Narumi, o se invece siete dei tipi alla Kabakura (come il sottoscritto), ogni capitolo riesce a lasciarvi qualcosa. Tra una risata e l’altra il messaggio di cui si fa portatore Wotakoi è essere se stessi all’ennesima potenza. Non c’è bisogno di vergognarsi se in pausa pranzo vi va di leggervi un capitolo o se tra una lezione e l’altra provate a prendere il nuovo personaggio di un gatcha, oggi essere nerd è sempre più normale e probabilmente lo diventerà ancora di più.

La storia di Fujita è riuscita così a parlare apertamente a migliaia di appassionati che per anni avevano dovuto usare le pinze quando si trattava delle loro passioni, facendoli sentire meno soli e incoraggiandoli a non smettere di seguire ciò che amano.

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Il Sacro Graal della cultura otaku

Come abbiamo già sottolineato in precedenza, la cultura nerd è una delle parti fondamentali di Wotakoi. I nostri protagonisti ci mostrano tutte le varie declinazioni dell’essere “otaku” e questo si trasforma naturalmente in riferimenti a serie, videogiochi, anime e qualsiasi altra componente di questo mondo all’interno dell’opera di Fujita.

La presenza di queste citazioni per i lettori non è solo un riuscitissimo elemento comico, inserito magistralmente dall’autrice, ma è anche un omaggio apprezzatissimo alle mille sfaccettature in cui si divide la cultura nerd giapponese e non solo. Dalla più classica scena ripresa da Neon Genesis Evangelion o Jojo ai riferimenti indiretti a Hatsune Miku, Wotakoi è pienissimo di elementi tratti dalla nerd culture tanto cara a Fujita che non possiamo che adorare dal primo all’ultimo.

In soccorso dei meno addetti ai lavori, ogni volume di Wotakoi al termine prevede un piccolo glossario in grado di spiegare tutti i riferimenti dell’autrice all’interno della serie. Una scelta simpatica e utile ai lettori che anche Planet Manga non ha voluto tagliare.
In tutti gli undici volumi, di cui sottolineiamo l’ottima qualità in un’edizione davvero imperdibile, è presente una parte intitolata “Mondo Otaku e Ditorni” a cura di Francesca Romana Guarracino, grazie alla quale possiamo approfondire tutte i richiami al mondo nipponico presenti all’interno del fumetto.

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Wotakoi è una vera ode al mondo otaku dalla cui lettura emerge in maniera chiara quanto Fujita ne sia appassionata. La presenza di questi elementi nella quotidianità dei protagonisti va oltre la semplice gag comica e finisce per creare un legame stretto tra i personaggi e i lettori, che seguono e amano le stesse cose riconoscendosi così facilmente in loro.

La simpatica costruzione narrativa di Fujita riesce perciò a coinvolgerci sempre in maniera differente. Inizia come una classica commedia romantica e mantiene questo filone fino alla fine, aggiungendo però sempre temi interessanti e funzionali alla sua idea di comicità riuscendo anche a farci riflettere sulla realtà andando avanti con i capitoli.
L’unicità di Wotakoi sta proprio in questo mix che l’autrice ha tirato fuori guardando alla vita di tutti i giorni degli impiegati giapponesi, una storia d’amore raccontata in chiave comica, scritta e pensata per un pubblico di otaku da una otaku.

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Il grido generazionale di Fujita

Dopo aver letto l’ultimo volume di Wotakoi la sensazione che mi ha subito colpito è stata una malinconica nostalgia, la stessa che ti pervade quando un amico si trasferisce e sai che sarà più difficile rivederlo.
Pochissime opere possono vantare un’attaccamento ai personaggi simile, un legame genuino che la sensei Fujita ha sapientemente costruito in 7 anni di pubblicazioni, parlandoci col cuore attraverso i suoi protagonisti.

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Quello che l’autrice ha voluto comunicare non è altro che il grido di una generazione che ha vissuto sempre con qualche riserva quando si trattava di parlare delle proprie passioni nerd, che per anni si è sentita dire che c’è un limite d’età per alcuni interessi e che se ti piacciono certe cose vieni bollato come “sfigato”.
Il Giappone a cui parla Fujita ha già una situazione diversa ma per un pubblico come quello italiano Wotakoi assume un significato importantissimo e vede nella serie quella normalità nerd che, lentamente, si inizia a costruire anche da noi.

Per questo messaggio di cui si fa portatore e per altre mille ragioni, che vanno dalle risate all’investimento emotivo negli sviluppi rom-com della serie, arrivati alla sua conclusione Wotakoi meritava una menzione speciale.
L’opera di Fujita è senza dubbio uno dei josei più apprezzati degli ultimi anni, una commedia romantica simpatica come poche ma soprattutto un manga che, magari involontariamente, è diventato il manifesto di una nuova cultura ed il cui impatto sui lettori (soprattutto fuori Giappone) è riuscito ad influenzare fortemente il loro modo di vivere l’essere “nerd”.

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Nascere in un paesino umbro ti porta ad avere tanti hobby.
Cresciuto tra console e computer, è da sempre amante di cinema, serie TV e musica, nella quale si diletta in maniera molto amatoriale. Anime e manga invece sono il pane quotidiano ma anche lo sport lo appassiona. Crede di aver visto ogni singola disciplina inserita dal CIO alle Olimpiadi.

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