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Mirai: crescere é un lavoro di gruppo

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Mirai: crescere é un lavoro di gruppo 1

Mirai

7.6

Comparto tecnico

7.5/10

Scrittura e regia

7.0/10

Direzione artistica

9.0/10

Cast

7.0/10

Pros

  • Semplice e immediato
  • Bellissime ambientazioni
  • Immaginario vasto e colorato
  • Belle riflessioni su crescita, famiglia e responsabilità

Cons

  • Punto di vista di un bambino di tre anni
  • Struttura narrativa a episodi
  • Sottotrama insignificante

Ho sempre dei grossi problemi nel parlare dei film di Mamoru Hosoda senza scadere nel fangirlismo, e con questo Mirai non faccio eccezione. Mamoru Hosoda é il mio autore giapponese preferito, per me lo stile peculiare dello Studio Chizu é oro. Inoltre ho visto il film una volta soltanto, non potrò rivederlo per diverso tempo e come ho già detto in passato: NON É POSSIBILE FARE LA RECENSIONE DI UN FILM DOPO UNA SOLA VISIONE. Premesso questo spero comunque di riuscire a dare delle prime impressioni su Mirai che siano esaustive e che riescano a far capire perché rispetto tanto Hosoda e il suo coraggio nello sperimentare ogni volta nuovi modi di mettere in scena i suoi film.

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Trama

Mirai narra del piccolo Kun, bambino di circa tre anni (non é mai specificato) la cui vita all’interno delle mura di casa viene sconvolta dall’arrivo della neonata sorellina Mirai. Il piccolo Kun attraversa quindi quel passaggio della propria vita in cui si vede l’attenzione dei genitori dirottata in favore della piccolina, costantemente bisognosa di attenzioni. Per un bambino capriccioso come Kun accettare questa nuova situazione non sarà facile e ancora meno lo sarà capire di essere adesso un fratello maggiore, quindi una persona con una responsabilità nei confronti della sorellina.

Il percorso di crescita di Kun verrà facilitato dall’aiuto di una serie di piccole esperienze che il bambino avrà insieme a vari elementi della propria famiglia in vari tempi e forme all’interno di un mondo fantastico creato dalla propria stessa mente mettendo insieme frammenti di ricordi provenienti da ciò che ha visto o che gli é stato raccontato, il cui ingresso é il giardino di casa sua.

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Tutti avranno voglia di aiutare il piccolo Kun a crescere: il cagnolino dei suoi genitori trasformato in un essere umano, la madre al tempo della sua infanzia, la stessa sorellina Mirai in versione adolescente e il bisnonno in un tempo lontano.
Ogni esperienza di Kun diventa un tassello del suo percorso di crescita fino all’accettazione della propria condizione di fratello maggiore, inizialmente tanto odiata dal bambino, ed ognuna di esse va a comporre un episodio dell’intera vicenda. Ognuno di questi episodi é separato dal resto da una transizione in nero che rappresenta un time skip di qualche mese, cosa che rende la narrazione frammentata, in tutto simile a una miniserie, che può essere un bene per rendere ogni frammento immediatamente digeribile dallo spettatore mentre aspetta il finale per rimettere tutto insieme.
Un modo di raccontare molto diverso da quello che siamo abituati ad aspettarci da Hosoda, ma certamente molto interessante.
Mirai mette in scena pochi personaggi secondari ben caratterizzati, a partire dalla versione umanizzata del cane, tanto altezzoso quanto goffo, Mirai da grande, dolce e grintosa, fino ad arrivare ai genitori di Kun, e qui cominciano i guai. In un film in cui tutto gira intorno al protagonista, sia al livello narrativo che d’immagine, risulta strano vedere quanto tempo sia stato dedicato alla caratterizzazione dei suoi genitori, specie se consideriamo che non affrontano percorsi narrativi di alcun tipo e che di loro non si sa neanche il nome. Credo che l’intento fosse duplice: in primo luogo mostrare come i genitori potessero avere delle memorie da condividere con Kun (ne parlerò meglio più avanti) e in secondo luogo fornire un punto di vista differente agli spettatori, dato che non é semplice immedesimarsi in un bambino di tre anni. In ogni caso, il risultato non é dei migliori, lo spazio riservato ai genitori di Kun é troppo per essere considerato un approfondimento dei personaggi secondari, ma troppo poco e troppo separato dal resto per essere considerabile come una trama laterale degna di nota, col risultato di apparire come una sottotrama estranea e insignificante.

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Temi

Il tema della crescita e della famiglia sono sempre presenti in tutti i film di Hosoda e questo Mirai non é da meno.
Nel percorso di crescita di Kun intervengono, come detto, delle esperienze che rimangono in un limbo tra reale e immaginario in cui si accompagna con versioni diverse dei membri della propria famiglia di cui può ascoltare le memorie e imparare da esse. Il tema delle memorie condivise é preponderante soprattutto nella seconda parte della pellicola, quando finalmente si viene a capire il significato di tutto ciò che ci é stato mostrato in precedenza: viene spiegato perché quelle esperienza siano cosí importanti e perché Kun avesse bisogno non solo di conoscere, ma di capire quelle memorie per crescere.
Crescita come lavoro di gruppo, perché nessuno cresce da solo. In quella parentesi mal riuscita che é la sottotrama dei genitori di Kun si intravede un elemento interessante: anche i genitori di Kun crescono in esperienza come genitori mentre loro figlio cresce come persona. In questo senso penso che Hosoda abbia voluto fare una netta distinzione tra coloro che hanno già avuto le loro esperienze (oppure le esperienze stesse a prescindere da chi le ha vissute) relegate al mondo immaginario di Kun, che hanno finito di crescere e possono insegnare al piccolo come farlo, e coloro che stanno nella timeline principale, che invece sono ancora in divenire. Scelta interessante, senza dubbio, ma ci sono non poche problematiche che salgono e che evito di approfondire per non cadere nello spoiler.
Un lavoro di gruppo non solo a parole. Hosoda mette bene in chiaro che non esistono azioni senza conseguenze, anzi, che tutte le azioni hanno conseguenze non solo su se stessi, ma anche e soprattutto sulle persone che ci stanno intorno, sia nel bene che nel male. Ogni volta che Kun combina qualche dispetto alla sorellina da piccola, questo ha delle ripercussioni sulla sua versione adolescente, cosí come le azioni nel passato del bisnonno hanno influito sulle storie che vengono tramandate nella famiglia. Ogni azione ha delle conseguenze e Kun deve impararlo per evitare di fare azioni sconsiderate e essere a sua volta una persona capace di insegnare qualcosa alla sorellina Mirai.

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Tecnica

La cifra stilistica dello Studio Chizu é sempre la stessa: fondali realizzati in disegno digitalizzato e personaggi animati in tecnica tradizionale con il tipico tratto di disegno che contraddistingue i film di Mamoru Hosoda, che in questo film toccano il loro picco massimo di realismo nei movimenti e nelle espressioni facciali dei personaggi.
La digitalizzazione degli sfondi permette alcuni complessi movimenti di macchina, specialmente sulle lunghe panoramiche sulla città, mentre in altri casi permette di creare effetti di tridimensionalità per piani sovrapposti, specie con la spettacolare scena della stazione di Tokyo, dove il connubio tra disegno animato classico e digitale tocca il suo punto di massimo splendore.
Cosí come era stato per Summer Wars, Wolf Children e The Boy And The Beast, anche in questo caso troviamo l’inserimento di elementi in CGI (grafica realizzata al computer), utili per aggiungere tridimensionalità alle inquadrature, anche se non sempre necessarie. Per quanto siano realizzati con una CGI di buon livello, ho letto che non tutti hanno apprezzato questo inserimenti. Personalmente li trovo, anche se non assolutamente necessari, neanche disturbanti, anzi rendono alcune ambientazioni ancora più mozzafiato (dove più, dove meno). Come elementi inseriti al solo scopo di rendere maggiore la spettacolarità delle inquadrature, possono essere tollerati.

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Conclusione

Per nulla uno dei migliori lavori di Hosoda, lo ammetto, tuttavia Mirai ha una sua dignità come film e può essere inteso come un esperimento di Hosoda nel tentativo di trovare nuove vie per il suo percorso artistico.
In questo film spariscono quasi del tutto le metafore a cui l’autore ci ha abituati. La storia che vediamo in scena é una storia reale, con l’inserimento di elementi fantastici giustificati dalla mente del bambino che li vede, ma semplici accessori di un percorso che non ha nulla di fantastico.
Hosoda per questo film sceglie di raccontare una storia molto personale in cui il punto di vista é sempre quello di Kun (Hosoda si é ispirato ai suoi stessi figli), cosa che si ripercuote sulla scelta di ambientare tutta la vicenda all’interno della casa di Kun, unico mondo che egli conosce mente l’esterno é ricostruzione, ma anche nello stile di regia, che predilige il posizionamento della telecamera molto in basso, proprio all’altezza degli occhi del bambino.
Non sarei sincero se dicessi che ho apprezzato questo cambio di rotta, ma apprezzo il tentativo di sperimentare nuovi stili narrativi.
Una cosa che non é cambiata e continuo a apprezzare di Hosoda é la sua capacità di rendere la spettacolarità dei mondi fantastici che mette in scena con un immaginario sconfinato e delle combinazioni di immagini e colori che non fanno rimpiangere nessun Miyazaki.
Nel complesso Mirai é un film carino, molto distante dalle abitudini del regista, ma proprio per questo interessante da vedere da chi già apprezza Hosoda, ma anche da chi ha voglia di riscoprire cosa significhi essere un bambino.

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Ciao gente! Sono Riccardo Magliano, classe 1995, originario di Pontedera (PI), ma di stanza a Bologna per motivi di studio. Sono laureato in triennale al DAMS al momento studio per diventare sceneggiatore cinematografico. Sono grande appassionato e estimatore di prodotti d'animazione, dalle serie, ai lungometraggi, ai corti, l'importante é che raccontino qualcosa (cosa non sempre indispensabile perché tra i miei film preferiti c'é Fantasia). Qui su Spacenerd mi occuperò di recensioni e approfondimenti su tutto ciò che concerne l'animazione, specie quella occidentale, più e più volte colpevolmente trascurata dalla massa di fanatici di anime. Grazie a tutti per l'attenzione e buon divertimento

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