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Dune – Parte 2, la recensione: Denis Villeneuve è il nuovo Peter Jackson?

Dopo mesi di posticipazione a causa dello sciopero degli sceneggiatori, l’ultima grande fatica di Denis Villeneuve è approdata al cinema. Dune – Parte 2 copre, come dice il titolo, la seconda parte del celebre romanzo di Frank Herbert, operazione già provata in passato da David Lynch e dalla miniserie di Sci-Fi Channel di inizio anni 2000. Lavoro arduo trasporre questa metà, essendo la più difficoltosa da gestire, con meno intrighi politici ma più religione, scene spettacolari e importanza emotiva.

Questo enorme kolossal fantascientifico è indubbiamente il primo vero blockbuster dell’anno. Denis Villeneuve ha dunque un compito assai gravoso sulle spalle: a poca distanza dall’inizio del 2024, deve convincere il pubblico, ormai uscito dall’era Covid, che il cinema fantastico d’autore è ancora oggi uno dei più belli spettacoli del mondo.

L’epopea continua

Gli spietati Harkonnen ormai dominano sulle distese desertiche di Arrakis. Dopo aver debellato l’ostacolo Atreides, sotto il benestare dell’Imperatore Shaddam IV sono liberi di depredare il pianeta della sua preziosa spezia e trucidare tutti i Fremen che li intralciano.

Ma Paul, ultimo rimasto della dinastia Atreides, è ancora vivo. Lui e sua madre, la Bene Gesserit Jessica, vengono accolti dai Fremen di Stilgar, poiché il capotribù vede nel rampollo di Caladan i segni del Lisan Al-Gaib, il Messia del popolo delle dune destinato a guidarli verso un prospero futuro.

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Paul, aiutato da Stilgar e dalla guerriera Chani, letteralmente la ragazza dei suoi sogni, dovrà dunque sposare le usanze degli indigeni Fremen e guadagnarsi il loro rispetto, l’ammirazione e, forse, la loro fede. Ma è davvero quello che vuole? O meglio, è davvero quello che è?

Dune – Parte due: due volte più maestoso

Se la serie di Avatar di James Cameron è diventata il nuovo Star Wars, o universo fantascientifico creato ex-novo capace di sbancare al box-office, Dune di Villeneuve può considerarsi il nuovo Signore degli Anelli, o trasposizione pesantemente autoriale di una saga letteraria di genere fantastico che getta le basi per le successive storie di genere.

Ebbene sì, perché se la prima parte della serie di Denis Villeneuve non ha avuto il successo sperato, un po’ di critica e un po’ di pubblico, questa seconda parte, come dimostra anche l’ottimo risultato al botteghino, ha il potenziale per diventare un franchise di successo.

Ogni piccolo problema che poteva avere la prima parte qui è totalmente assente. Che sia qualche inciampo sul pacing, a volte affrettato per scene tagliate, o qualche battuta di troppo per creare effetto bathos, qui non se ne incontrano. Forse su queste ultime si potrebbe discutere, ma sembrano più naturali, meglio adatte al contesto in cui vengono elargite, come per dimostrare che Villeneuve vuole discostarsi del tutto dall’ormai decadente era MCU.

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Ci troviamo davanti ad uno dei film visivamente più maestosi degli ultimi anni, grazie anche all’impressionante fotografia di Greg Fraiser, già dietro all’ottima messinscena di The Batman, che qui, guidato dal regista francese, è capace di farci assaporare la magia del cinema facendoci immergere in mondi diversificati e infiniti, senza darci troppe informazioni a riguardo, ma abbastanza da regalarci quel senso di meraviglia che la fantascienza merita.

Come Denis Villeneuve stesso dice, il cinema è un’arte prettamente visiva, e lui ha sempre preferito l’immagine al dialogo, nella creazione delle sue opere. Per quanto questa affermazione possa essere dibattuta, egli rimane un autore capace di dare all’immagine cinematografica un ruolo di riguardo di gran lunga superiore rispetto ai dialoghi. Dialoghi, quelli di Dune – Parte 2, molto brevi, che lasciano spazio a silenzi e contemplazioni. Non privi al contempo di un peso emotivo, in cui poche parole possono dirne mille.

I mondi e i modi di Denis Villeneuve

Come l’intera filmografia di Denis Villeneuve, questo lungometraggio resta intoccabile sul lato tecnico. La regia abbraccia intere distese desertiche, facendoci sentire l’immensità di Dune, o edifici poligonali alti decine e decine di metri, il tutto con in sottofondo la colonna sonora di Hans Zimmer. I suoi temi potenti, cupi e a tratti malinconici si sposano perfettamente con la cinematografia di Villeneuve allo stesso modo in cui si amalgamano con quella di Nolan, ma qui acquistano un livello più epico, adatto alla storia che vuole raccontare.

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La prima cavalcata del Verme delle Sabbie di Paul, per come è stata girata, può essere potenzialmente paragonabile alla prima cavalcata di Jake Sully, o andando più a ritroso alla corsa di Luke Skywalker verso il punto debole della Morte Nera, grazie al comparto sonoro estremamente realistico e alla colonna sonora in sottofondo. Il perfetto mix di queste due, grazie all’IMAX, ci dona realmente l’illusione non solo di essere lì al suo posto, sul carapace della bestia, tra le ondate di sabbia che ci annebbiano la vista, ma anche di percepire la potenza del momento.

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Le locations differenziate presenti nell’universo dell’Imperium non sono semplici setting, ma, grazie alla tecnica già ampiamente elogiata, diventano a loro volta dei personaggi. Denis Villeneuve riesce a rendere vivi i luoghi che gira, prendendosi come al solito il suo tempo per farceli assaporare, con una calma propria di ben pochi blockbuster odierni.

Prendiamo come esempio il modo magistrale in cui viene girato Giedi Prime: tutto ciò che è sotto la luce del suo sole è visto in bicromia. Perciò Villeneuve e Fraiser hanno optato per girare l’intera sequenza in infrarossi. Scelta azzardata, dato che se il risultato fosse stato negativo avrebbero dovuto rifare tutto daccapo. Ma Villeneuve riesce nell’impresa e, come se non bastasse aggiunge un tocco d’artista: mostrare il cambio di colore nella stessa inquadratura, facendo spostare i personaggi da interno a esterno. Tale effetto dura pochi secondi, ma è capace di stupire chi lo guarda, dimostrando un altro tocco della magia del cinema.

Tra film e libro

Trattandosi di un adattamento di un libro vecchio quasi settant’anni, certi cambiamenti sono innegabili, per non dire richiesti. Già David Lynch ne aveva apportati nel suo lungometraggio, molti dei quali non sono stati ben accolti. Qui Denis Villeneuve non è da meno, ma il risultato è più soddisfacente per gli appassionati dei romanzi di Herbert: la sua sceneggiatura, scritta a quattro mani con Johns Spaiths, sfrutta il minutaggio esteso per approfondire personaggi che nei libri non hanno lo spazio necessario.

Alcuni personaggi si comporteranno in maniera diversa rispetto alle controparti Herbertiane, o affronteranno un arco caratteriale differente, ma l’ottimo risultato, più adatto ad un dramma cinematografico, riuscirà ad accontentare anche i lettori più accaniti.

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Pensiamo a Feyd-Rautha, qui trasformato in un vero e proprio antagonista di Paul, un anti-eletto folle e spietato che il pubblico identifica immediatamente come l’avversario finale che il nostro protagonista dovrà affrontare. Austin Butler ci regala un personaggio sopra le righe al punto giusto, presentato in una maniera che fa genuinamente sentire lo spettatore a disagio in sua presenza, ancor di più del Barone Vladimir.

Altro esempio eclatante è Chani, qui in un ruolo più attivo e, man mano che la storia prosegue, in contrasto diretto con Paul. Non pensiamo tuttavia che sia una scusa per rendere il suo personaggio l’ennesima “strong female character: si capisce pienamente la sua paura che la profezia non servirà per liberare il suo popolo, ma per sottometterlo.

Molti potrebbero considerare la classica recitazione sottotono di Timothée Chalamet poco adatta a un personaggio come Paul Atreides, ma in questo secondo macrocapitolo non è per nulla snaturata. Dai suoi occhi stanchi traspare la pesantezza dell’essere il Messia di un pianeta, anzi di un Universo, i suoi dubbi sul farlo perché ci crede o perché è la cosa più utile ai suoi scopi.

Se vogliamo trovare una pecca nel film, possiamo dire che poteva durare quel quarto d’ora in più, arrotondando il minutaggio del film e approfondendo ulteriormente dei nuovi personaggi introdotti che non hanno avuto troppo tempo, come la Bene Gesserit Margot Fenring, importante per lo sviluppo di Feyd-Rautha.

Possano i blockbuster odierni scheggiarsi e spezzarsi

Per molti sarà una fatica, ma per godere appieno della bellezza di Dune – parte 2 e della mano di Denis Villeneuve, si consiglia, anzi, si prega di vedere questo film su schermi IMAX, come è stato originariamente girato. Non si tratta di mera artificiosità o voyeurismo, ma di comprendere la potenza di questo media artistico. Un media che noi di SpaceNerd siamo contenti di vedere ancora vivo e combattivo, nonostante un lungo periodo oscuro.

Parlare di film dell’anno è forse ancora troppo presto, ma siamo comunque davanti a un film gigantesco, nel vero senso della parola, che rimarrà nella memoria degli spettatori anche dopo quest’anno. Un film che dimostra come il pubblico abbia ancora voglia di stupirsi, di non farsi spaventare né dall’ancora bistrattato genere fantastico né dalla “pesantezza” di autori come Denis Villeneuve, che non ha ancora sbagliato un colpo. Lunga vita a questo combattente.

Dune – Parte 2, la recensione: Denis Villeneuve è il nuovo Peter Jackson?
SCRITTURA
8.5
REGIA
10
COMPARTO TECNICO
9
DIREZIONE ARTISTICA
9.5
CAST
8.5
Pros
Regia e fotografia eccelsi
Colonna sonora epica
Cambiamenti apportati alla storia originale più che giustificati per la resa drammatica
Chalamet e Zendaya ampiamente adatti nei loro ruoli, come il resto del cast
Cons
Non sarebbe dispiaciuto qualche approfondimento ulteriore di nuovi personaggi
9.1
VOTO
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Veoneladraal

Fin da bambino sono sempre stato appassionato di due cose: i romanzi fantasy e il cinema, passioni che ho coltivato nel mio percorso universitario, laureandomi al DAMS Crescendo hoi mparato a coltivare gli amori per i videogiochi, i fumetti e ogni altra forma di cultura popolare. Ho scritto per magazine quali Upside Down Magazine e Porto Intergalattico, e ora è il turno di SpaceNerd di sorbirsi la mia persona! Sono un laureato alla facoltà DAMS di Torino, con tesi su American Gods e sono in procinto di perseguire il master in Cinema, Arte e Musica.

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