Animazione

Manodopera, la recensione: biografia in stop-motion

Secondo lungometraggio in stop-motion firmato dal regista italo-francese Alain Ughetto, Manodopera è molte cose. Una testimonianza storica, un racconto di formazione, una storia di una nonna al nipote, la biografia di tre generazioni, il tutto contenuto in un’ora e un quarto di film.

Manodopera, come testimoniano il Prix du jury al Festival internazionale del cinema d’animazione di Annecy 2022 e l’European Film Awards per il miglior film d’animazione del 2022, usa non a caso la sua tecnica d’animazione ormai poco apprezzata, rendendola partecipe sia della storia sia del messaggio che vuole dare al pubblico, ancora estremamente attuale nella sua storicità.

Tra Storia, storia e vita

Cesira, nonna di Alain Ughetto, racconta la storia della sua famiglia, formatasi agli inizi del Novecento nel villaggio di Ughettera ai piedi del Monviso. Dall’incontro col marito Luigi alla partenza di lui dal Piemonte verso la Francia coi figli per cercare lavoro. Dalla traversata delle Alpi dell’intera famiglia all’oppressione fascista in Italia e Francia.

Tra speranze, amori, amicizie, sacrifici e perdite, Cesira riporterà gli episodi più significativi della sua vita e di quella delle persone a lei care, con dramma e ironia insieme, perché solo in questo modo si può raccontare questa strana esperienza che è la vita.

La fiaba della realtà

Già dai primi minuti veniamo proiettati nella materia letterale e intrinseca di questo film: l’importanza della controparte artigianale di Manodopera viene mostrata, prima di essere raccontata, dall’allestimento della messinscena. Il regista prepara i materiali, gli utensili, gli oggetti di scena, un’overture visiva di breve durata che tuttavia permette al pubblico di grattare la superficie delle possibilità dell’animazione più “manuale” e difficile da realizzare.

Solo dopo questa presentazione la vera e propria storia prende vita dalle parole di Cesira: la sua voce narrante dona la vita agli oggetti e alle marionette intorno a lei e accompagna lo scorrere delle vicende. Cesira si rivolge a suo nipote e al pubblico come se si trattasse della stessa persona. Come se noi stessi stessimo chiedendo ai nostri nonni come si viveva ai loro tempi, e questi lo facessero a modo loro per rendere la storia più interessante. In questo caso, tramite marionette, bambole e materiale plastico.

Se si mettono tuttavia da parte la voce di Cesira e i brevi dialoghi tra i personaggi, il film sa quando lasciare spazio ai silenzi, in cui ci viene semplicemente mostrata la realtà semplice e al contempo dura dei contadini di inizio Novecento. Viviamo così i pregiudizi dei francesi verso gli italiani, il lutto dei famigliari per la morte di un parente, oppure i semplici atti d’amore.

Parlando di rappresentazione, non vengono escluse né le crude realtà di quel tempo, come l’usanza neanche troppo condannata delle famiglie vendere i propri figli per i lavori più ardui, né le credenze popolari, come le Masche che abitavano i boschi.

Le emozioni traspaiono non tanto attraverso le parole, neanche quelle di Cesira, o le espressioni dei personaggi dal design assai basilare, quanto attraverso la fusione di queste con il resto della messinscena. A prendere il sopravvento sono così i cambi di colori sullo sfondo essenzialistico, i rumori ambientali o le musiche malinconiche e tradizionaliste di Nicola Piovani, qui nella sua prima esperienza in un film d’animazione.

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Emozioni che trasudano da una storia che, come Alain Ughetto stesso afferma, è ancora molto attuale: “Purtroppo il razzismo è ancora fra di noi. I migranti non sono accolti come dovrebbero essere accolti né in Italia né in Francia, da nessuna parte“. Ancora oggi abbiamo storie di migranti che, da un paese all’altro, sognano di migliorare le loro condizioni, ma finiscono per dientare vittime di pregiudizi e razzismo.

Manodopera anche nell’animazione

La regia simmetrica e il modo giocoso in cui sono gestiti i personaggi riporta alla mente lo stile di Wes Anderson, di cui non si possono non citare i lungometraggi stop-motion Fantastic Mr. Fox e L’Isola dei Cani. Un modo assai edulcorato, quasi “zuccheroso”, di trasporre la realtà storica, ma al contempo perfetto per proporla al pubblico.

L’animazione in stop-motion non è certamente ai livelli della Aardman o della Laika, ma non è mai stato questo l’intento del regista. Lo stile è molto più “casalingo, con pochi dettagli sui volti e palesi artifizi sullo sfondo.

Tramite la tecnica della Puppet animation, i personaggi ricordano le precedentemente citate marionette o i pupazzi dei negozi di montagna e nei caseggiati delle colline norditaliane, la cui sola vista provoca piacevoli sensazioni nostalgiche. “Non farti fottere dalla nostalgia”, direbbe Alfredo di Nuovo Cinema Paradiso, ma in questo caso forse serve la nostalgia, per ricordare chi eravamo, e come sia la nostalgia stessa a plasmarci. Dopotutto, come afferma Cesira, “Noi non apparteniamo ad una nazione, ma alla nostra infanzia”. Essendo inoltre il sottoscritto piemontese, non può certo non essere leggermente di parte, nell’elogio di queste caratteristiche.

Oggi Ughettera, villaggio piemontese che porta il nome di Alain Ughetto è ridotto ad un insieme di case fatiscenti, in rovina e coperte di vegetazione. Ma grazie alla magia del cinema sembra riprendere vita con le aggiunte apportate dalla fantasia di un bambino: gli alberi sono enormi broccoli, le pietre gigantesche castagne, una mucca è palesemente un giocattolo.

Manodopera: figurativa e letterale

Negli attrezzi e utensili utilizzati per la creazione dei personaggi e degli sfondi, Alain Ughetto rivede il lavoro di suo nonno e suo padre, un lavoro manuale, artigianale, il solo con cui si potevano riportare in vita i ricordi della sua famiglia.

La stop-motion stessa è manodopoera con la lettera minuscola, come dimostrano i primi minuti del film: un artifizio non dissimile dal lavoro manuale dei contadini e dei minatori della famiglia Ughetto. Una maniera di modellare a proprio piacimento la realtà e ricavarne qualcosa di buono. Questo è il fine ultimo del film in questione: utilizzare il mezzo del racconto per elogiare un tipo di lavoro.

Dopo nove anni di modellazione meticolosa, in uno dei tanti film la cui realizzazione è stata rallentata dalla pandemia, la Manodopera del regista, sia inteso come lavoro sia come opera d’arte, vale la pena di essere contemplata in ogni parte della sua breve ma emozionante durata.

Manodopera
SCRITTURA
8
REGIA
9
COMPARTO TECNICO
8
DIREZIONE ARTISTICA
9
CAST
8.5
Pros
Animazione in stop-motion a servizio della storia e del messaggio
Elogio alla manifattura artistica e lavorativa con un pizzico di nostalgia
Colonna sonora emotiva e tradizionalista firmata da Nicola Piovani
Cons
Poteva tranquillamente durare di più
Qualche espressione facciale poco emotiva
8.5
VOTO
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Veoneladraal

Fin da bambino sono sempre stato appassionato di due cose: i romanzi fantasy e il cinema, passioni che ho coltivato nel mio percorso universitario, laureandomi al DAMS Crescendo hoi mparato a coltivare gli amori per i videogiochi, i fumetti e ogni altra forma di cultura popolare. Ho scritto per magazine quali Upside Down Magazine e Porto Intergalattico, e ora è il turno di SpaceNerd di sorbirsi la mia persona! Sono un laureato alla facoltà DAMS di Torino, con tesi su American Gods e sono in procinto di perseguire il master in Cinema, Arte e Musica.

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